martedì 6 aprile 2010

archives:
contro Ratzinger

Nel 2007, prima di chiudere questo blog e di riproporlo poi in altra veste e intenzioni, avevo pubblicato ampi stralci da un bellissimo libro della Isbn edizioni, scritto da un anonimo e intitolato Contro Ratzinger.


dalla prefazione, intitolata Premessa postposta
Il carisma di Giovanni Paolo II spirava dalla capacità di tenere la scena, dal recitare la residua presenza di Dio in un mondo in cui il sacro sembrava sopravvivere soltanto sotto forma di merce, e dall'avere compiutamente accettato la necessità di farsi personaggio mediatico (per questo si attirò gli strali di molti conservatori cattolici che lo accusarono di avere scambiato l'eterna bellezza cristiana con il piatto di lenticchie della diretta tv). La forza di Benedetto XVI è, invece, quella della certezza ispirata dalla sapienza, è quella della ragione; rappresenta, insomma, il segno della residua autorità della filosofia in Occidente.
Un'analisi seria dei discorsi e dei saggi di Joseph Ratzinger dimostra, però, che la sua critica alla modernità non si avventura mai nella confutazione delle idee, ma rimane sempre sul terreno dell'elencazione storica, quando non storicistica, delle nefandezze prodotte - anche oggi - da chi, circa trecento anni fa, iniziò a dire in giro che gli uomini potevano fare a meno di Dio. La sterminata produzione del teologo tedesco si limita a mettere in fila cause ed effetti, tacendo quasi sempre, e con grazia, i fatti che contraddicono la sua interpretazione. La litania sui danni prodotti dal pensiero moderno si riduce, così, a un appello politico alla convenienza. Ritornate a credere in Dio, perché altrimenti starete peggio […]
Se la fede conosce ragioni che la ragione non può conoscere (e in questa sede nessuno ha intenzione di contraddire l'assunto), la novità rappresentata da Joseph Ratzinger consiste nel fare appello alla ragione (e non alla fede) per negarne la forza; nell'adottare le tecniche dell'argomentazione razionale come strumento di persuasione irrazionale […]
Abdicando al proprio ruolo di indirizzo, acconsentendo a questa rinuncia, riconoscendo a Joseph Ratzinger un'autorità non soltanto religiosa, ma anche razionale sulle questioni fondamentali del vivere, del lottare e del morire, ci si condannerà, davvero, a intonare sul teatro della storia la sola voce della convenienza, del vantaggio facilmente ottenuto, della comodità a portata di mano. Ci si condannerà, in altre parole, a essere muti sulle grandi questioni e ad apparire petulanti, invece, sulle soluzioni tecniche da adottare perché la vita diventi non felice o più sensata, ma un po’ meno faticosa per il maggior numero possibile di esseri umani […]
II pensiero di Joseph Ratzinger è solamente politico. Si rivela efficace proprio perché centra un interesse concreto. Quello di offrire un fondamento autorevole e apparentemente immutabile al terrore crescente di veder tramontato un modello di vita che per secoli ha garantito benessere e predominio.
Nelle nebbie che avvolgono le rovine del Novecento, un criterio per orientarsi esiste ancora. Consiste nel chiedersi se le parole del predicatore di turno siano più animate dalla constatazione dell'ingiustizia presente o dalla paura della catastrofe futura. Il messaggio del Papa è, in questo senso, paradigmatico. Joseph Ratzinger non descrive mai un futuro migliore e invece, di regola, indugia sui disastri in agguato se l'Occidente non abbraccerà la sua versione del cristianesimo. Nei suoi discorsi, paradiso e inferno sono quasi scomparsi. La beatitudine latita, la dannazione è tutta nel mondo e nella storia.
È la paura del futuro, la paura di perdere tutto, di soccombere all'avanzata dei barbari, rozzi e virili, a fare da cemento alle alleanze politiche che l'inizio del pontificato di Benedetto XVI sembra avere attivato […]
La storia ha riprodotto innumerevoli volte questo copione. Per limitarsi al Novecento, dall'Action Frangaise al fascismo italiano, dal clero franchista alle dittature sudamericane, il successo politico della paura del futuro è stato sempre garantito dalla trinità Dio, Patria e Famiglia. Una trinità che Ratzinger modernizza (la Patria diviene identità occidentale), condivide e proclama.

dal primo capitolo, intitolato Il corpo di Karol
Giovanni Paolo II sviluppò in maniera sistematica e con sfumature molto moderne la «teologia del dolore», avendo piena consapevolezza di parlare anche come «testimone, nella mia carne». In Wojtyla la sofferenza non ha in sé un valore salvifico e il dolore torna a essere un mistero senza senso e ingiusto anche nel piano originario di Dio. In quanto parte della condizione umana, non può essere eluso e interroga, ma il cristiano può comprenderlo e accettarlo alla luce della sofferenza di Cristo che scelse proprio il dolore come luogo del suo incontro con l'uomo. Il dolore è necessario anche per Ratzinger, ma la sua è la posizione classica che vede nel dolore umano il luogo dell'unione con il Cristo della Passione. Afferma Ratzinger, già il 5 maggio 1980, un anno prima di diventare prefetto: «Secondo la dottrina cristiana, però, il dolore, soprattutto quello degli ultimi momenti di vita, assume un significato particolare nel piano salvifico di Dio; è infatti una partecipazione alla Passione di Cristo ed è unione al sacrificio redentore, che Egli ha offerto in ossequio alla volontà del Padre». Nel 2001 il concetto si precisa come critica alla degenerazione edonista dell'Occidente: nel paradigma moderno, scrive Ratzinger, «la sofferenza deve scomparire, la vita essere solo piacevole». Karol Wojtyla ha vissuto e testimoniato il proprio dolore senza mai accettarlo come giusto, in modo da preservarne il mistero. Joseph Ratzinger arriva, invece, a tratteggiare una mistica della sofferenza quasi estetizzante che non può che fondarsi sull'immagine di un Dio del dolore.

dal capitolo intitolato Un ragazzo ubbidiente
Nel pensiero antilluminista di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger, lo scandalo del nazismo rappresenta l'epifania del male tecnicamente riproducibile come colpa imperdonabile di una modernità che, avendo negato Dio, non è più in grado di mantenersi umana. Rappresenta la dimostrazione che il metodo scientifico, nella sua pretesa indipendenza da ogni istanza metafisica e religiosa, finisce per produrre mostri. L’interpretazione è storicamente discutibile non soltanto per la tesi espressa da Gyórgy Lukàcs, con altrettanta erudizione e rigidità, nell'ormai fuori moda La distruzione della ragione (Hitler germinò dall'irrazionalismo del pensiero romantico tedesco in opposizione ai sistemi razionalisti di Hegel e Marx), non soltanto per le acquisizioni di un grande storico come George Mosse, che dimostra quanto mistiche fossero Le origini culturali del Terzo Reich, ma anche perché, più semplicemente, quando si è trattato di impartire morte e dolore, la Chiesa Cattolica non si è fatta mancare nulla dei moderni comfort. Basti pensare alla raffinatezza tecnologica degli strumenti di tortura utilizzati dalla Santa Inquisizione […]
Nelle sue memorie, che si arrestano alle soglie dell'avventura romana, il cardinale insiste nel ricordare la contrarietà al nazismo del padre gendarme, ma scrive anche frasi che suonano, in qualche misura, di giustificazione. Ratzinger spiega: «Il partito nazista faceva sempre più fortemente la sua comparsa presentandosi come l'unica alternativa al caos incombente»; racconta di «un insegnante giovane, oltretutto assai dotato, che era entusiasta delle nuove idee»; magnifica «la sobria mentalità dei contadini bavaresi», ma sorvola sul fatto che Hitler non era bavarese soltanto perché era nato qualche metro al di là del confine austriaco e tace la circostanza che Marklt sull'Inn, il luogo in cui Ratzinger nacque il 16 aprile 1927, si trovi ad appena 16,7 chilometri da Branau, dove, il 20 aprile 1889, era venuto al mondo Adolf Hitler. Essere quasi compaesani, va da sé, non è una colpa, ma la distanza tra i due paesi è così minima da meritare almeno una riga. La tragedia dell'epoca sprofonda nell'immagine agreste e pia di un piccolo mondo contadino non ancora guastato dalla modernità. Il dramma del nazismo viene ascritto a una generica prepotenza, mancando ogni riferimento diretto a soprusi realmente accaduti, ogni rievocazione di precisi episodi di violenza o discriminazione. Gli eventi della storia rimangono sullo sfondo, come un'eco lontana, a volte terribile, a volte incoraggiante, che rischia di travolgere le pacifiche comunità contadine. «La guerra era ancora lontana da noi, ma il futuro stava davanti a noi inquietante, minaccioso e impenetrabile» ricorda Ratzinger che, però, rievoca il 1940, «l'anno dei grandi trionfi di Hitler», come un periodo di gloria: «La Danimarca e la Norvegia vennero occupate; nel giro di poco tempo vennero sottomessi anche l'Olanda, il Belgio, il Lussemburgo e la Francia. Persino delle persone che erano contrarie al nazionalsocialismo provavano una sorta di soddisfazione patriottica». I buoni tedeschi, umiliati dalla pace seguita alla sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, offesi dalla crisi economica e dalle incertezze della democrazia, non potevano, insomma, che provare un senso di rivalsa e orgoglio di fronte all'avanzata del Führer […]
Non c'è una parola sul contributo decisivo dei russi che, il 27 gennaio 1945, avevano liberato Auschwitz. Non c'è una parola sulle persecuzioni che erano in atto, non c'è un solo racconto dei soprusi di cui fu testimone. Soltanto nel 1993, intervistato dal settimanale Time, il cardinale ricorderà di avere visto lavoratori schiavi provenienti da Dachau mentre prestava servizio alla Bmw e di avere assistito all'uccisione di ebrei ungheresi. Non c'è una parola sulla resistenza e sul sacrificio dei comunisti di Traunstein […]
I cattolici tedeschi furono - in generale, ma con un certo ritardo - critici verso Hitler. Il cardinale von Faulhaber pronunciò certamente parole coraggiose: «Dio punisce sempre» affermò «chi tormenta il suo popolo eletto». Ma seppe anche essere ambiguo, come il 23 ottobre 1936 quando disse: «Lo Stato ha il diritto, nel suo ambito, di procedere contro gli abusi del giudaismo, particolarmente se gli ebrei, in quanto bolscevichi e comunisti, minacciano l'ordine statale». Il suo obiettivo era chiedere grazia per gli ebrei convertiti, contro «il principio fondato sul sangue e sulla razza». Con tutti i distinguo del caso, sembra, insomma, difficile condividerne la beatificazione. Per Ratzinger, nella figura del cardinale «si percepiva chiaramente il peso delle sofferenze che aveva sopportato negli anni del nazismo e che ora gli conferiva un invisibile alone di dignità». Nel racconto di Ratzinger, la glorificazione del ruolo del cattolicesimo conduce a tacere tutto il resto e a edulcorare il ricordo. Per quanto critico, l'atteggiamento della Chiesa cattolica tedesca nei confronti dell'ascesa del nazismo non si lascia rinchiudere in un'interpretazione unidimensionale. Per citare due episodi soltanto: nel 1933 il Zentrum del deputato sacerdote Ludwig Kaas votò perché a Hitler fossero concessi per quattro anni i pieni poteri costituzionali, mentre l'1 ottobre 1938 il presidente della Conferenza dei vescovi tedeschi, Adolf Bertram, inviò a Hitler, «su suggerimento del cardinale von Faulhaber», un telegramma che recitava: «L’episcopato tedesco si sente in dovere, in nome dei cattolici di tutte le diocesi, di presentare le sue rispettose congratulazioni e ringraziamenti, e di ordinare che questa domenica le campane vengano suonate a festa». Nel 1933, infine, Hitler firmò il Concordato che garanti alle università tedesche cattoliche e protestanti i benefici di cui godono tuttora […]
Ratzinger ricorda: «Davanti al tema di questo convegno internazionale, emergono in me ricordi inquietanti. Permettetemi, vi prego, di raccontarvi a modo di introduzione questa esperienza personale, che ci riporta all'anno 1941, quindi nel tempo della guerra e del regime nazionalsocialista». Il cardinale narra « di un robusto figliolo, che era qualche anno più giovane di me, ma dimostrava progressivamente i segni tipici della sindrome di Down» portato via dai nazisti. «Non si avevano ancora sospetti sull'operazione di eliminazione dei disabili mentali, che già era stata iniziata. Dopo poco tempo giunse la notizia che il bambino era morto di polmonite e il suo corpo era stato cremato. Da quel momento si moltiplicarono le notizie di tal genere.» Le notizie di cui Ratzinger è testimone diretto, nel ricordo del 1996 effettivamente si moltiplicano. Episodi che nell'autobiografia non ci sono, e che quindi non guastano l'immagine serena della vita in Germania al tempo di Hitler, ma che nel discorso pronunciato quasi sessant'anni più tardi, in un'occasione non certo storica, sfociano nella condanna del pensiero moderno, sostanzialmente equiparato al nazismo, nella sua negazione di Dio: «Chi nega l'eternità» dice Ratzinger parlando della soppressione degli handicappati perpetrata dal nazismo «chi vede l'uomo solo come intramondano, non avrebbe pertanto in partenza alcuna possibilità di penetrare l'essenza della somiglianza con Dio», l'unico fondamento del rispetto per l'uomo. L'excursus è finito. Joseph Ratzinger non fu nazista, ma, come molti tedeschi, per patriottismo, senso di rivincita e mancanza di coraggio, si uniformò. Certamente, però, la prima parte della sua biografia restituisce un quadro storico pieno di silenzi e un'interpretazione, almeno parziale, delle responsabilità della Chiesa cattolica in quella tragedia.

sempre dal capitolo Un ragazzo ubbidiente
Fu un inquisitore fermo e spietato, ma gentile e dialogante nei modi, che contribuì in maniera decisiva a ridisegnare (o restaurare) la geografia politica romana attraverso l'individuazione dei teologi da bloccare, condannare, emarginare o ricondurre nel grembo materno. Mostrò entusiasmo per chi era riuscito a coniugare sostanza antica e stilemi moderni, come il fondatore dell'Opus Dei, Jose Maria Escrivà de Balaguer, canonizzato il 6 ottobre 2002, o don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. Esercitò la virtù della pazienza verso le voci più tradizionaliste e intransigenti, come quando si trattò di affrontare lo scisma di monsignor Marcel Lefebvre. Verso le voci più progressiste fu, viceversa, intransigente e implacabile. Durante la sua guida, la scure della Congregazione si abbatté su un numero di persone abbastanza impressionante, facendo piazza pulita di ogni dissenso sinistrorso. Nell'ambito della sua azione politica, la lista delle persone condannate rappresenta una incontrovertibile, e strabordante, nota a piè pagina.
1984. Padre Gustavo Gutiérrez, peruviano, autore nel 1971 del saggio «Teologia della liberazione», si rassegna al perpetuo silenzio.
1985. Padre Leonardo Boff, teologo della liberazione brasiliano, dopo vari richiami, viene condannato a un anno di «ossequioso silenzio». Notificazione a padre Edward Schillebeeckx, teologo belga favorevole al sacerdozio femminile e contrario al celibato sacerdotale. Convocato padre Gyorgy Bulanyi, sacerdote ungherese delle Comunità di base che sostiene l'obiezione di coscienza alla leva. Destituito il vescovo brasiliano don Helder Câmara, vicino alla teologia della liberazione. Il suo sostituto riordina la diocesi procedendo a interrogatori ed epurazioni.
1986. Il vescovo di Seattle, Raymond Hunthausen, viene esautorato dalla diocesi per le sue idee pacifiste e per l'assistenza spirituale alla comunità omosessuale.
1987. Si dimette l'abate Giuseppe Nardin per la sua vicinanza al predecessore Giovanni Franzoni, fondatore della comunità di base di San Paolo. Charles Curran, professore di Teologia morale alla Catholic University of America, è sospeso dall'insegnamento per le sue tesi su divorzio, masturbazione, eutanasia e omosessualità.
1988. Sollevati dall'insegnamento i gesuiti José Castillo e Juan Estradalla, dalla direzione di «Mision Abierta», Benjamin Forcano, clarettiano. Pedro Casaldáliga, vescovo di Sào Felix de Araguaia, Brasile, accusato di sostenere la teologia della liberazione, è condannato a uniformarsi al magistero, a un periodo di silenzio e a non interferire, viaggiando, con altre diocesi. Scomunica per Marcel Lefebvre, vescovo scismatico che non accetta le novità liturgiche del Concilio Vaticano II e ignora la sospensione a divinis inflittagli da Paolo VI. Stessa sorte per i quattro vescovi da lui ordinati.
1989. Respinte tutte le richieste della «Dichiarazione di Colonia» di 163 teologi che criticano il Vaticano e rivendicano diritti alle Chiese locali. Si dimette Paul Valadier, direttore gesuita di «Estudes»: con altri 157 teologi ha firmato una lettera di solidarietà alla «Dichiarazione di Colonia».
1991. Commissariato l'editore brasiliano Vozes e licenziato padre Boff, direttore dell'omonima rivista. Privato del diritto a insegnare e sospeso a divinis dal sacerdozio Eugen Drewermann, teologo dell'Università di Paderborn. Ha sostenuto che il legame ecclesiastico impedisce l'autocoscienza dei preti.
1992. Il teologo Matthew Fox, già richiamato nel 1988, è espulso dall'ordine domenicano per tesi non allineate con l'insegnamento morale sessuale del Vaticano. No al «nihil obstat» alla docenza alla facoltà di Teologia cattolica di Strasburgo, a padre Philippe Denis per tesi critiche sull'Opus Dei. La Congregazione pretende dal teologo canadese André Guindon la ritrattazione di un saggio in cui si definiscono moralmente legittimi i contraccettivi, i rapporti prima del matrimonio e quelli omosessuali.
1994. Bloccata la traduzione inglese del nuovo «Catechismo della Chiesa cattolica» perché ha un linguaggio ritenuto troppo femminista. Impedita la nomina della teologa Teresa Berger alla cattedra di Liturgia di Bochum, Germania, perché ritenuta «femminista». Divieto di diffusione, e macero, per «Woman at the altar» della teologa inglese Lavinia Byrne, perché sostiene il sacerdozio delle donne. Byrne smette la tonaca dopo 35 anni.
1995. Su richiesta della Congregazione per la Dottrina della Fede, la suora brasiliana Ivone Gebara, sospettata di simpatie femministe, è inviata a studiare teologia per due anni in Europa. Destituito Jacques Gaillot, vescovo di Evreux, Normandia, perché accetta il contraccettivo in funzione anti Aids e sostiene che omosessuali e risposati siano comunque membri della Chiesa.
1997. Scomunica «latae sententia» per Tyssa Balasuriya, teologo cingalese sostenitore di teorie non ortodosse su Maria, il dogma del peccato originale e l'infallibilità del pontefice. Dopo il commissariamento delle Edizioni Paoline e cinque contestazioni ad articoli, è licenziato don Leonardo Zega, da sedici anni direttore di «Famiglia cristiana».
1998. Notificazione per padre Anthony De Mello, gesuita indiano autore di bestseller di sapore new age. Sospeso Jacques Dupuis, teologo gesuita, docente alla Pontificia Università Gregoriana e direttore di «Gregorianum», a causa del suo libro «Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso». Nel 2001 seguirà una notificazione.
1999. Padre Robert Nugent e suor Jeanine Gramick, colpevoli di prestare assistenza a gay e lesbiche cattolici, sono convocati in Vaticano, costretti a sottoscrivere la professione di fede e raggiunti da notificazione. 2000. Per evitare provvedimenti disciplinari, il teologo liturgista austriaco Reinhard Messner sottoscrive un'obiezione della Congregazione nei confronti di un suo libro.
2001. Il religioso e scrittore australiano Paul Collins, sotto inchiesta dal 1997 per il suo saggio «Papal power» che pone in dubbio l'infallibilità papale, rifiuta di sottomettersi alla Congregazione e lascia i Missionari del Sacro Cuore. Noficazione dei cardinali Ratzinger, Medina Estévez e Dario Castrillon Hoyos contro monsignor Samuel Ruiz che a San Cristóbal de las Casas, in Messico, ha ordinato 400 diaconi sposati. Notificazione contro il libro «Moral de actitudes» del teologo spagnolo Marciano Vidal, accusato di «errori» su aborto, anche terapeutico, fecondazione artificiale, contraccezione e masturbazione. Vidal corregge l'opera secondo le direttive. Costretto al divorzio dalla moglie Maria Sung e a riflessione forzata monsignor Emmanuel Milingo, esorcista sposato dal reverendo Moon della Chiesa dell'Unificazione
2002. Padre Joseph Imbach lascia la docenza alla Pontificia Università Teologica di Roma perché il suo libro «Miracolo» è scettico sull'esistenza dei miracoli e critico verso i metodi «da servizi segreti» del Sant'Uffizio. Scomunica per alcune donne cattoliche e per il sacerdote argentino Romulo Antonio Braschi che le aveva ordinate sul Danubio.
2003. La Congregazione informa con una nota che il teologo Juan José Tamayo, autore di «Dios y Jesus», non ha il mandato canonico per insegnare teologia e ha posizioni non compatibili. Ridotto allo stato laicale per ordine della Congregazione don Franco Barbero, favorevole al matrimonio dei sacerdoti e alle unioni gay. Aveva detto: «Dio non è la Fiat. Non sbaglia mai un pezzo». Sospeso a divinis padre Bernard Kroll, che durante il primo Kirchentag ecumenico della storia ha celebrato messa insieme a pastori protestanti e comunicato luterani.
2004. Don Fabrizio Longhi è rimosso dalla sua parrocchia di Rignano Garganico. A Natale aveva fatto dire l'omelia a Pasquale Quaranta, un giovane omosessuale di Salerno. Rimosso e destituito don Aitor Urresti, della diocesi di Deusto-San lgnacio a Bilbao, per la sua prossimità al movimento We are church, aperto all'omosessualità
2005. Condanna per «Jesus Symbol of God» di Roger Haight che nega la missione salvifica universale di Cristo. Sospeso a divinis don Vitaliano Della Sala, parroco, no global che, già nel 2002, era stato sollevato dall'incarico alla sua parrocchia di Sant'Angelo a Scala, Avellino.

dal capitolo Le correzioni
Lo stesso meccanismo del poliziotto buono-poliziotto cattivo è in atto nella formulazione del giudizio cattolico su cristianesimo riformato ed ebraismo. Alle aperture del pontefice sul dialogo interreligioso - aperture che lo avevano condotto a parlare degli ebrei come di «Fratelli maggiori» - la Congregazione fa seguire il 6 agosto 2000 l'istruzione Dominus Jesus nella quale «anzitutto si ribadisce la fede in Gesù Cristo unico e universale mediatore di salvezza per tutta l'umanità. Conseguentemente si riafferma l'unicità e l'universalità della mediazione di Gesù Cristo, Figlio e Verbo del Padre, come attuazione del piano salvifico di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Non c'è una economia salvifica trinitaria indipendente da quella del Verbo incarnato» (la sintesi è tratta da un «articolo di commento della notificazione della Congregazione per la dottrina della fede a proposito del libro di padre J. Dupuis: Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso»). Per Ratzinger, insomma, fuori dalla fede in Gesù, cioè fuori dalla Chiesa Cattolica, non c'è alcuna possibilità di salvezza […]
Il caso più clamoroso dell'attitudine di Ratzinger a correggere gli atti del pontefice si ebbe, però, durante il Giubileo del 2000. Karol Wojtyla, così malandato da essere costretto ad affidare proprio al suo principale collaboratore il compito di aprire la Porta Santa, non rinunciò ad attuare un gesto di grande rilevanza storica. Molti teologi, tra cui Ratzinger, avevano manifestato perplessità verso la volontà di Giovanni Paolo II di chiedere perdono per le colpe passate della Chiesa, una volontà sottoposta all'assemblea straordinaria dei cardinali già nel 1994. Il «mea culpa» fu reso pubblico nella lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente. II 29 novembre 1998, la bolla di indizione dell'Anno Santo Incarnationis mysterium introdusse esplicitamente il tema della «purificazione della memoria» tra le occasioni storiche offerte dal Giubileo. Il 7 marzo 2000, la Commissione teologica internazionale presieduta da Ratzinger, pubblicò La Chiesa e le colpe del passato. Lo studio era stato intrapreso proprio su proposta del presidente e fu approvato dalla Congregazione per la dottrina della fede.
Con grande eleganza, erudizione e sottigliezza, il documento già all'inizio recita: «Non sono però mancate alcune riserve, espressione soprattutto del disagio legato a particolari contesti storici e culturali, nei quali la semplice ammissione di colpe commesse dai figli della Chiesa può assumere il significato di un cedimento di fronte alle accuse di chi è pregiudizialmente ostile ad essa».
Il gesto di Giovanni Paolo II, spiega il documento, va incontro a numerosi impedimenti: «La difficoltà che si profila è quella di definire le colpe passate, a causa anzitutto del giudizio storico che ciò esige, perché in ciò che è avvenuto va sempre distinta la responsabilità o la colpa attribuibile ai membri della Chiesa in quanto credenti, da quella riferibile alla società dei secoli detti "di cristianità" o alle strutture di potere nelle quali il temporale e lo spirituale erano allora strettamente intrecciati». «Si profilano, così, diversi interrogativi: si può investire la coscienza attuale di una "colpa" collegata a fenomeni storici irripetibili, come le crociate o l'Inquisizione?»
La Commissione prosegue descrivendo lo sconcerto dei fedeli davanti alla proposta del pontefice ed evidenziando i vantaggi che tale richiesta di perdono potrebbe offrire ai detrattori. La frase più dura, che suona come una sconfessione, si ha nelle conclusioni del capitolo dedicato alla ricerca dei fondamenti biblici: «Da quanto detto si può concludere che l'appello rivolto da Giovanni Paolo Il alla Chiesa perché caratterizzi l'anno giubilare con un'ammissione di colpa per tutte le sofferenze e le offese di cui i suoi figli sono stati responsabili nel passato, così come la prassi ad esso congiunta, non trovano un riscontro univoco nella testimonianza biblica» […]
La conclusione del giovane Wojtyla, nonostante tutti gli sforzi esegetici dei commentatori anticomunisti, è dubitativa, complessa: «Ciò che veniva fatto di pensare era che quel male fosse in qualche modo necessario al mondo e all'uomo. Non ha forse Goethe qualificato il diavolo come "parte di quella forza che vuole sempre il male e produce sempre il bene"(Faust, 1, 3)? San Paolo, per parte sua, ammonisce a questo proposito: "Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male" (Rm 12, 21)».
Anche accogliendo l'invito del portavoce vaticano Joaquín Navarro Valls a leggere fino in fondo il paragrafo, la valutazione di Giovanni Paolo II sul comunismo e sul ruolo del male nel mondo esprime per lo meno un dubbio tra la concezione di Goethe e quella di Paolo. Un dubbio che Joseph Ratzinger non sembra avere avuto mai. Nel libro Fede, verità e tolleranza, sempre del 2004, Joseph Ratzinger si affretta a negare apertamente il dubbio di Karol Wojtyla: «Il male non è affatto come Goethe vuole mostrarci nel Faust, una parte del tutto di cui abbiamo bisogno, bensì la distruzione dell'essere. Non lo si può rappresentare, come fa il Mefistofele del Faust, con le parole: "una parte di quella forza che vuole sempre il male e opera sempre il bene"». La sensazione è che Ratzinger non abbia avuto la comprensione di Wojtyla nei confronti di uno dei totalitarismi del Novecento […]
Benedetto XVI assomiglia straordinariamente al pensiero di Thomas Hobbes, cioè al fiero oppositore dell'inquisitore Roberto Bellarmino, cioè al fondatore del pensiero politico moderno. Se si accosta il pensiero politico di Joseph Ratzinger all'interpretazione di Hobbes elaborata dal suo grande esegeta Carl Schmitt, le somiglianze appaiono eclatanti.
In mancanza di un rigoroso, onesto e convincente discorso sulla verità, al pensiero di Ratzinger non resta che affidarsi all'auctoritas, all'atto di fede per cui qualcuno detta legge per gli altri senza dimostrare razionalmente l'origine del proprio potere. Il motto di Hobbes, Auctoritas, non veritas facit legem (l'autorità e non la verità fa la legge), ritorna con Ratzinger a essere attuale. Come l'Hobbes di Schmitt, Ratzinger sembra avere in mente un sistema aperto alla trascendenza in alto e chiuso, in basso, dal sistema dei bisogni, un sistema che deve essere fondato sulla verità del Cristo stabilita dall'autorità del sovrano (qualunque esso sia), dall'obbedienza dei sudditi e dal rapporto di protezione che li lega nel corpo statale.
All'indomani dell'elezione di Benedetto XVI, Leonardo Boff ha dichiarato: «Ratzinger ha un grande limite, è senza dubbi: e coloro che non hanno dubbi non sono aperti al dialogo, né sono capaci di apprendere dagli altri». Soprattutto, non inseguono la verità, ma soltanto la riaffermazione dell'autorità.

dal capitolo intitolato Il bianco muove e dà scacco in tre mosse
La critica del pontefice si concentra, in particolare, sulla teoria evoluzionistica di Darwin che per la prima volta definì scientificamente la ragione come prodotto del caso e della necessità e non di una volontà superiore. Con Darwin, ritiene il papa, il reale cessa di essere razionale, Dio diviene di fatto inutile, il mondo casuale e l'uomo più solo. La critica, al solito, non s'addentra nella confutazione, anzi nomina Darwin il meno possibile, ma si limita a scartare l'ipotesi evoluzionistica in quanto dannosa e inutile per l'essere umano [...]
Continua Ratzinger: «Nel cristianesimo, la razionalità divenne religione e non più sua avversaria. Stando così le cose, il cristianesimo, comprendendo se stesso come vittoria della demitologizzazione, vittoria della conoscenza e con essa della verità, dovette necessariamente considerarsi come universale ed essere portato a tutti i popoli: non come una religione particolare che ne reprimeva delle altre, non come una sorta di imperialismo religioso, ma piuttosto come la verità che rendeva superflua l'apparenza».
La prima mossa era stata fatta: l'inconciliabilità tra fede e ragione viene colmata utilizzando tutte le armi della retorica e dell'analisi storicista. All'Illuminismo è stata sottratta la sua arma migliore, il coraggio di fare appello a una facoltà che almeno in linea di principio è condivisa da ognuno. E che perciò è universale, ma che perciò rimane limitata all'umano […]
È evidente che la proposta esce completamente dall'ambito della razionalità (la divinità del Cristo è un atto di fede). È anche evidente, però, che per risultare più persuasivo, il prefetto fa leva su argomentazioni storiche molto relative. La diffusione del cristianesimo, determinata dal «farsi carne» di Dio attraverso l'uomo Gesù, non dice proprio nulla sul contenuto di verità di quella religione. Se il successo storico fosse un criterio per stabilire della bontà o della verità, Hitler, Stalin e i loro massacri andrebbero rivalutati […]
Le idee del «presbiteriano americano J. Hick» e di «P. Knitter, ex sacerdote cattolico» che propongono «di dare una nuova concretezza alla religione collegando la teologia pluralista della religione con le teologie della liberazione». Afferma il prefetto: «Questi ultimi si appellano all'esegesi per giustificare la loro distruzione della cristologia. L'esegesi avrebbe provato che Gesù non si è ritenuto il Figlio di Dio, il Dio incarnato, ma che solo in seguito i suoi seguaci lo avrebbero reso tale. Ambedue - anche se Hick in modo più chiaro rispetto a Knitter - si richiamano inoltre all'evidenza filosofica. Penso che il problema dell'esegesi e quello dei limiti e delle possibilità della nostra ragione, ossia delle premesse filosofiche della fede, costituiscano effettivamente il vero punto dolente dell'odierna teologia, per il quale la fede - e in misura crescente anche la fede dei semplici-entra in crisi» […]
La critica alla modernità di Ratzinger si struttura attraverso argomenti storico-filosofici che, sottoposti a verifica, si dimostrano deboli e interessati. Ma è questa apparente razionalità, questo apparente laicismo del discorso, la chiave per comprendere i motivi per cui esso risulta efficace anche presso molti non credenti. Più che sul terreno filosofico, il pensiero di Ratzinger si sviluppa sul terreno della storia delle idee e del loro influsso. II fatto che questo tipo di discorso sia oggi scambiato per filosofia non fa che dimostrare quanto la filosofia sia diventata un sapere tra gli altri, una pratica ripiegata su se stessa e dimentica del proprio oggetto.
La causa di questo oblio dello scopo della filosofia che Ratzinger può presentarsi (e risultare credibile) come filosofo. È a causa della rinuncia non solo a rispondere, ma perfino a domandare, di molta filosofia contemporanea, che Ratzinger può rimproverare alla razionalità moderna la sua incompletezza e presentare il cristianesimo come erede del pensiero greco, come l'unica voce che si ostina a dare risposte comprensibili (e, quindi, in apparenza, a porre domande universali) sul senso del nascere e del morire, su ciò che è giusto o sbagliato, sulla possibilità del bene e sul ruolo del male nel mondo. Si tratta di un risultato eccezionale, considerato il topolino teoretico partorito dal gran rimuginare dell'ex inquisitore. Dopo avere strappato alla modernità le sue origini, assegnandole d'ufficio al cristianesimo, Joseph Ratzinger si infila nella breccia aperta dal pensiero debole, riuscendo, nel silenzio generale, a occupare il bisogno di un pensiero forte che tende sempre a riacutizzarsi in epoche impaurite. Si situa qui la seconda mossa strategica del papa filosofo […]
L’astuzia della strategia dell'attuale Vaticano non risiede tanto nel fare appello al senso di inautenticità che la modernità sparge effettivamente a piene mani tra i contemporanei, né nella raffigurazione dei disastri futuri, ma nel fermarsi alla soglia della radicalità, non toccando molte delle comodità che la razionalità moderna ha distribuito ai cittadini. Il cardinale bavarese non dice mai che il concetto moderno di ragione è falso (forse perché in fondo all'animo sa di condividerlo e riprodurlo), afferma che «il grande settore, settore ammirevole, delle scienze» è incompleto e che quindi non è utile a dare risposte ai veri problemi dell'uomo. Un pensiero che, come quello di Ratzinger, rigetta un'idea sulla base della sua inutilità, invece che della verità, rappresenta l'espressione peggiore di ciò che critica. È radicalmente funzionale e in compenso ha completamente rinunciato a tentare di essere vero […]
La mossa di Ratzinger, per quanto intelligente, ha dei limiti filosofici e politici. Affermare, come ha fatto il teologo parlando ai vescovi nel giugno 1999, che «lo sviluppo degli ultimi cinquant'anni mostra che la religiosità non scompare, perché è un desiderio ineliminabile del cuore dell'uomo», è una banale constatazione di psicologia della storia. Desume la verità da un successo storico durevole. Anche lo stupro e l'odio sono desideri ineliminabili. Non dice nulla sulla verità, sulla bontà o cattiveria del nostro bisogno di consolazione

dal capitolo Dell'amore infecondo, dell'orrore assoluto
L’ordine naturale postulato dal papa non sarebbe minimamente plausibile e persuasivo, se non facesse appello a un alleato clandestino e innominabile: la teoria evoluzionistica che altrove è stata bollata come insufficiente, dannosa e, di fatto, deicida. Nella condanna all'omosessualità, il darwinismo rappresenta, cioè, una sorta di socio occulto. Perché è proprio l'incapacità generativa dell'amore omosessuale, la pietra su cui la definizione di «disordine oggettivo» pare segretamente strutturarsi. La giustificazione esplicita è molto meno violenta. La concessione di diritti civili agli omosessuali porterebbe per Ratzinger e per le gerarchie vaticane alla distruzione della famiglia legata dal matrimonio, l’istituto su cuisi regge ogni società umana ordinata. La famiglia tradizionale si distingue dalle coppie omosessuali per la sua capacità di generare figli, dalle coppie di conviventi eterosessuali perché sottomette volontariamente la propria fecondità a una concezione del mondo in cui regna, o dovrebbe regnare, l’ordine. L’ordine e fertilità costituiscono i due poli su cui l’attuale Vaticano sembra orientare fondamentali prese di posizione in ambito sociale. L’affermazione di un ordine intrinseco al reale e la difesa della fertilità come alleata del disegno divino sono concetti che, ancora una volta, ricadono sotto il segno della funzionalità e che ignorano la questione della verità del nostro essere al mondo […]
Basta dare un'occhiata in giro, per rendersi conto che il reale non è affatto razionale e ordinato. Se il papa non si decide a rivelare che Dio non è onnipotente, il concetto di «disordine oggettivo» si rivela senza senso da un punto di vista filosofico e, invece, molto efficace da quello politico. L'ossessione del buon funzionamento è la stessa delle peggiori derive della modernità, quando si è trasfomata in autoritarismo. Un uomo che ama un uomo, una donna che ama una donna, sono condannati come un esubero rispetto alla divina (o naturale) economia dell'universo e come un pericolo per la società. Il pensiero di Ratzinger sfiora qui il darwinismo sociale e il meccanicismo più rozzo. Viene da chiedergli conto delle parole che pronunciò a Monaco di Baviera il 24 aprile 1984 per indicare, con qualche ragione, i limiti del moderno: «Però, una volta che il funzionamento di una macchina è stato eretto a modello della ragione, allora alla morale classica non resta altro spazio che quello dell'irrazionale» […]
Nella concezione di Ratzinger è fondamentale che il sesso venga disciplinato perché soltanto così gli uomini accetteranno di nuovo di concepirsi come ingranaggi ubbidienti nel disegno di Dio. L'atto sessuale è il luogo simbolico in cui si gioca la partita tra materialismo e religiosità che, per lui, deciderà le sorti dell'Occidente. La distinzione tra agape ed eros riflette quella tra anima e corpo, rievoca l'orrore del cristianesimo per l'irriducibilità della materia alle disposizioni dell'ideale. Il corpo umano è ancora concepito come una scatola donata dal Creatore.

brevissimo scampolo dall'ultimo capitolo
Quanto alla sacralità della famiglia, l'Istat calcola che i divorzi riguardano oggi per l'82,3 percento i matrimoni religiosi, e solo per il 17,7 quelli civili (per le separazioni le percentuali sono 83,1 contro 16,9). […] La dittatura dell'ideale non potrebbe essere più ferrea, astratta e, in fin dei conti, inumana. Il concetto di «vita» detta legge sull'esistenza reale dell'uomo. Appare paradigmatica, in questo senso, la condanna della contraccezione anche quando attuata per impedire mali maggiori come l'aborto o il contagio. È il caso dell'interpretazione, davvero parossistica, con cui Joseph Ratzinger liquida, per esempio, la tragedia dell'Aids nel continente africano (un'epidemia che secondo l'Organizzazione mondiale della sanità ha prodotto due milioni 400mila morti). La catastrofe, per il prefetto, non è originata da un'insufficiente diffusione e promozione del preservativo (perfino gli antichi romani usavano il budello di bue), ma dalla dittatura del relativismo occidentale. Niente meno.

Nessun commento: