17 novembre 2006

Brasile (1):
Iguaçu

Da quando un tizio mi ha detto che andrà in Brasile, mi son tornati alla mente decine, centinaia, migliaia, milioni, miliardi di ricordi.
Son stato in Sud America nel 1991 e per un mese ho girato per il Brasile alla ricerca di Mister No, Hugo Pratt, Alexander von Humboldt e infiniti altri eroi che avevo letto e divorato da quando avevo cinque anni.
Ho letteralmente visto cose che voi umani non potreste mai immaginare: ho risalito il Rio delle Amazzoni, masticato Bahia, accarezzato Belem, passeggiato per Belo Horizonte e Ouro Preto, vissuto la ricchezza di Rio e ballato il samba in una bettola di Fortaleza.
Il Brasile ha una magia e una bellezza uniche, e ve lo dice uno che odia il caldo, l'umidità e il napoletanismo impiccione e invadente. Ma il Brasile è il Brasile.
Se mi riuscisse di fare molti post a riguardo, vorrei cominciare con Iguaçu, immortalata dal bellissimo film Mission. Polemicamente vorrei ricordare che il Vaticano ci invita a dargli soldi immeritati mettendo come sottofondo proprio la colonna sonora di questo film... che parla delle stragi perpetuate dal Vaticano stesso.
Appena arrivi nell'albergo che sta letteralmente di fronte alla fine delle cascate, sei accolto da un suono di acqua poderosa e prepotente che ti accompagna per tutta la giornata. Quando arrivai io, era appena esplosa la primavera. Ero circondato da farfalle, uccelli di ogni colore e da coati, strampalati mustelidi (come la genetta o l'ermellino) che, a mò di piccioni in Piazza San Marco, ti chiedono cibo. Magari è meglio non toccarli perché per esplorarti potrebbero morderti, ma è roba di poco conto.
Se dalla parte brasiliana le cascate vengono assaporate dal basso (chilometri di cataratte che finiscono nella Garganta do Diablo - quella dove veniva gettato il prete all'inizio del film citato), dalla parte argentina si gustano dall'alto, e ci si può letteralmente affacciare sull'appena nominata Garganta.
Per arrivarci devi camminare per tre chilometri dentro una foresta piena di misteri e altre cataratte più o meno nascoste. Quando arrivi là, alla fine, per parlare (sempre che uno sia così scemo da rovinare tutto con la propria voce) non devi urlare, ma gridare e fare ampi cenni, perché il fragore è così immenso che ne rivivrai il ronzio dentro la testa per il resto della giornata.
Ci vogliono tre giorni per vedere Iguaçu, timida e indolente, incuneata tra Brasile, Argentina e Paraguay: uno per arrivarci, il secondo per visitarla da ambedue i lati e il terzo per andare via. Ma ci vogliono miliardi di vite per tentare disperatamente di toglierti la nostalgia che ti resta appiccicata nel cuore.
tag: Brasile, Iguaçu, Viaggi

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