lunedì 2 aprile 2007

altre detenzioni

Purtroppo non siamo ancora capaci di fare film seri - e nel contempo popolari - capaci di raccontare le malefatte delle nostre tanto sbandierate "radici cristiane europee".
In breve: ieri ho visto il film dedicato a Mandela, anzi sarebbe più corretto dire dedicato al carceriere di Mandela. E già, perché Il colore della libertà è tanto bravo a restituirci i sentimenti di James Gregory quanto incapace di raccontare gli acri sapori di quel periodo storico.
Certo, il borghesissimo regista Bille August propone un paio di sequenze che dovrebbero turbare lo spettatore distratto e ignorante (la figlioletta del carceriere assiste al pestaggio di una donna con tanto di bimbo in grembo; ogni tanto la televisione ci ricorda quanto siano razzisti i bianchi), ma il tutto è troppo diluito dal resto della proiezione.
In più, come ti sbagli, Gregory è comunque un redento potenziale, visto che già il suo amichetto d'infanzia era un nero ghettizzatto. Egli cambia il suo approccio - da razzista a solidale - nell'arco di poche dissolvenze incrociate, e l'asfissiante quotidianità della lunghissima prigionia di Mandela non viene per nulla vissuta dallo spettatore.
Non una parola sulle cifre dell'Apartheid; e neanche una parola sulle cifre della lunga deportazione dei neri verso il Nuovo Mondo, quando le nostre tanto sbandierate "radici" estirparono di fatto quelle di 36 milioni di neri (18 milioni dei quali morirono o durante la cattura, o nella traversata dell'oceano o nei primi mesi di schiavitù).
Il problema grossissimo di questi film è che mettono la coscienza a posto di noi borghesi dediti solo al blogghismo autoreferenziale, alla censura contraddittoria, alla critica parzialistica e a senso unico, alle notarelle cinematografiche senza competenza specifica o generica (l'ultima in ordine di tempo: 300 viene tacciato di fascismo, anzi no... e non è credibile solo perché gli spartani indossano mutandine o perché hanno gli occhi celesti... quando poi pure mio nipote sa che quel raro colore era cosa normale tra i greci di allora).
Insomma, Il colore della libertà va benissimo per gli alunni d'oggi e per chi non sa e/o non vuole sapere (anche se poi non credo che andrebbe a vederlo), ma certo non può essere considerato una pietra miliare nella rarefatta storia del cinema di denuncia, quello serio e non forzatamente antiamericano. Film di denuncia che smuova veramente le coscienze, anziché metterle a posto nello stipetto dell'"adesso ne abbiamo parlato, passiamo oltre".

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1 commento:

Silvia ha detto...

scusami ma dissento!
secondo me non voleva essere un film di denuncia sull'apartheid ma sul carceriere di Mandela... quindi sempre secondo il mio punto di vista ha fatto vivere agli spettatori magari meno informati come me il sapore del cambiamento del carceriere Mr gregory
baci