giovedì 5 luglio 2007

dispersi nella nebbia

Ci sono alcune notizie che illuminano la strada dell'Informazione per un giorno, fanno pesante clamore, e poi spariscono con il doppio della velocità con cui erano apparse.
E purtroppo anche chi prova a seguirle, le perde per strada, tale è la mole di urla che ci sovrasta. Mi viene in mente l'ultimo libro di Mario Calabresi (il figlio del Commissario ucciso negli anni '70), un gioiello di diario, che aveva finalmente scoperchiato il velo dell'ipocrisia che si celava dietro gli Anni di piombo: gli aguzzini avevano (e hanno) sempre voce in capitolo. Le vittime (la loro Memoria) e i famigliari delle vittime (la loro memoria), no.
Terribile.
Ancor più terribile se si pensa che il vecchio andazzo è ripreso, e l'armadio che cela i segreti di quegli anni vede le chiavi ancora in mano alle persone sbagliate.
Mia moglie dice che insisto troppo sul figlio del mandante morale di quell'omicidio. Il problema è che dietro quelle figure si nasconde la parte sbagliata della nostra parte giusta.
Del resto, chiunque di noi, se si chiamasse Sofri, non avrebbe alcun problema a saltare tutte le tappe e ad affermarsi, seppur mediocre. Non è giusto, specie tenendo conto del peso negativo di cotanto cognome.
Il bello è che proprio ieri sul blog dei iMille facevano salottino contro le raccomandazioni e il baronato che affliggono le nostre Università. Sofri figlio che parla male del baronato è faccia tosta allo stato puro.
L'altro poliziotto ucciso di cui non si parlerà mai abbastanza è Filippo Raciti. Se dietro la morte di Calabresi ci poteva essere una qualche logica ideologica (ma mi fa inorridire anche il solo scriverlo), dietro quella di Raciti c'è la totale e aberrante stupidità di una società che ormai ha superato il fondo, andando ben oltre ogni possibile disastro.
Non solo quel tragico evento non è servito a niente, ma la gara del minimizzare sta coinvolgendo così tante persone da riempire l'elenco telefonico di una cittadina di medie dimensioni. Oddio, magari c'è anche il nostro nome là dentro, ma mi rattrista sapere che il giorno dell'"anniversario" di quella morte si parlerà poco (e in maniera sfastidiata) di un evento che dovrebbe aver segnato le nostre coscienze.
Tutto questo mi è venuto in mente ieri, quand'ho letto dell'uccisione di Roberto Sutera, carabiniere, padre di due figli.
A quei bambini, ai figli di questi servitori dello Stato, cosa andremo a raccontare? Come son belli i nostri salotti, le nostre erre mosce, i nostri blog? Faremo leggere i nostri periodici, dove facciamo parlare i cattivi maestri che portarono alla morte anche dei loro genitori? Oppure faremo leggere direttamente le pagine di Lotta Continua o le dichiarazioni di Matarrese?


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