mercoledì 21 novembre 2007

in memoria di Nicola Campanile

L'altro giorno ero con mio nipote, piccola peste irrequieta di quattro anni cui auguro un futuro migliore rispetto a quello che gli si sta prospettando.
Ama i Power Rangers e i Gormiti. Giochi violenti, secondo me, truci e oscuri, di cui non riesco proprio a capire i presunti aspetti educativi. Per carità, la violenza così palese è sicuramente meglio di certi cartoni pruriginosi e imbarazzanti che vanno per la maggiore... però non potevo fare a meno di ricordare come giocavo io.
Innanzitutto MAI davanti a un televisiore accesso. In più, i vari giochi (Big Jim, i soldatini Airfix, le figurine Panini, Barbie e Ken...) non avevano un "suggeritore" televisivo: inventavamo noi le storie e i loro reconditi significati. Credo ci fosse ancora molto di umano e di tangibile, pur in una realtà così immaginaria.
Lo sapete, ho vissuto la mia educazione in scuole cattoliche frequentate da rampolli di destra, qualcuno democristiano (Mattarella tra tutti), pochi democratici (se avete capito la battuta, bene, altrimenti...).
Tra questi figurava Nicola. Nicola Campanile. Perché scrivo il cognome? Posso farlo.
Ricordo nitidamente le nostre corse nei corridoi di casa sua, armati di pistole di plastica, schivando mobili pregiati e porte spigolose, alla ricerca di assassini, di buoni e di cattivi.
Ci scambiavamo gli accessori di Big Jim, che però io non potevo certo permettermi come capitava a lui. Per me quel maledetto elastico che si rompeva significava la fine; per Nicola solo un capriccio esaudito prim'ancora di finire in lacrime.
Poi c'era la mamma che ci faceva una merenda buonissima: fette di pane biscottato lunghe così, con olio casareccio e sale al punto giusto. Di bibite gasate nemmeno l'ombra, ma di spremute saporite haivoglia...
Giocare con Nicola era uno dei pochissimi modi per uscire dall'ombra di un'assenza paterna di cui forse mi ero già accorto e che non sapevo come esprimere. Ero piccolo, terribilmente piccolo.
Nicola ed io "litigammo" perché per il suo migliore amico, Federico (oggi consigliere romano di AN), ero un temibile comunista. E già, gli imbeccamenti dei genitori provocano disastri, da qualunque parte provengano, e quelli di Federico erano ben che potenti.
Certo è che Federico è rimasto l'aggressivo che è sempre stato; Nicola, invece, ha deciso di servire lo Stato entrando nell'Arma dei Carabinieri. Punto e basta.
Solo ieri, mentre giocavo con Gabriele, ho capito quanto mi abbia segnato quella fine. Non certo per colpa di Nicola (o di Federico, che poi...), ma perché era la prima volta che qualcuno mi rifiutava un sentimento; era la prima volta che perdevo un amico. E per cosa? Perché i miei leggevano il Paese Sera, perché i Sassano erano di casa, perché spesso canticchiavo la sigla di Dario Fo (cosa aspettate a batterci le mani...)? Bah...
Ci incontrammo da Vanni ere dopo, millenni dopo. C'era una sorta di velato imbarazzo, ma anche di sottile compiacimento per quell'incontro così inaspettato. Due chiacchiere, un caffé, e io che gli raccontavo di aver scelto di fare il Servizio Civile, e lui che sorrise senza dirmi dove stava di cas(erm)a.
Dalle parti di Siena, diciasette anni fa ormai, Mario Forziero e Nicola Campanile stavano presidiando un canonico posto di blocco stradale. Un plurigiudicato tossicodipendente, già protagonista di altri eccidi, ma rilasciato dai soliti retoriconi salottieri, decise di prendere le loro vite per poi buttarle via.
Nessuno li ha mai definiti martiri. Nessuno ha indossato un lutto al braccio. Nessuno ha spento una parola di cordoglio. Due carabinieri uccisi, tra i tanti.
Solo venerdì 1 giugno 2007 è stata conferita loro la Medaglia d'Oro al Valor Civile. Se passate da quelle parti, andate nel piazzale antistante la Chiesa di “S. Girolamo” in Campansi: c'è un piccolo monumento che li ricorda.


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