martedì 15 gennaio 2008

Pistorius e l'ipocrisia

Una gara, qualunque gara - anche la più metaforica, è tra donne o tra uomini (o tra ambedue), che abbiano gli stessi requisiti di partenza. Punto e basta.
Che poi un uomo privo di alcuni di questi requisiti, decida di sfidare la propria sfortuna o i propri handicap, per potersi cimentare in quella gara, è cosa lodevole e disarmante, educativa e coraggiosa.
Ma è - appunto - un cimentarsi, non una competizione con altri comunque diversi.
Pistorius può gareggiare come, dove e quando vuole, ma non può partecipare a una competizione ufficiale contro altri diversi da lui, da qualsiasi punto di vista uno voglia considerare questa diversità.
Il problema nello specifico è che Pistorius è troppo "agevolato" per poter competere contro altri handicappati, ma ha anche meno rischi di usura rispetto ai cosiddetti normodotati (che poi il volgarone che è in me, crede sempre che su quel dotati si faccia riferimento alle dimensioni del pipo). La potenza delle sue "false" gambe è impressionante. Il rischio di storte o di contrazioni incontrollate è pressoché nullo. La fatica muscolare si riflette in ambiti meno coinvolti nella corsa. Purtroppo le cose stanno così.
Nel suo essere già anomalo, Pistorius è ancor più anomalo. È un inno al coraggio, alla forza, alla resistenza, alla determinazione... ma nello stesso tempo vive in un mondo che non è né dei normali né degli handicappati. Chi si spertica a inserirlo nei due mondi, paradossalmente gli fa più male che bene. Una volta tanto ci vorrebbe una terza via, di cui proprio Pistorius sarà il primo alfiere e profeta.



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