lunedì 4 febbraio 2008

Cloverfield, ovvero
del rilancio

Che J.J. Abrams sia un piccolo genio è ormai un dato di fatto.
Nel giro di pochissimi anni è riuscito a imporre due serial di successo (Alias prima, Lost adesso) e a salvare dal disastro un franchising tra i più longevi e amati in tutto il pianeta, Star Trek. Quest'ultimo è ancora in lavorazione, ma intanto è già facile riconoscere i temi nodali dello "stile Abrams":

  • eliminazione totale del riferimento alle due, quattro, sette caratteristiche base dei personaggi fondamentali (niente più fede, speranza, carità, giustizia, fortezza, prudenza, temperanza... anche se in Lost ogni tanto si intravedono)
  • nessuna spiegazione di ciò che è già accaduto: preferisce scendere in altre non spiegazioni edificando di fatto una sorta di sub soap opera che sostenga il thriller, altrimenti nel giro di due secondi uno cambia canale
  • rilancio continuo delle situazioni superficiali: tutto è ma può anche non essere
  • il chi è sempre in relazione al cosa, mai al come

So perfettamente che le sue produzioni sono qualitativamente inferiori a quelle di Jerry Bruckheimer, Michael Bay, Robert Cochran, Shonda Rhimes o Ronald D. Moore, però - e forse purtroppo - Abrams sta cavalcando perfettamente un certo superficialismo didascalico che ormai si è fatto verbo.
In questi giorni sui nostri schermi primeggia il suo Cloverfield in cui questa mia breve analisi si fa quasi dogma di riferimento.
Cloverfield non spiega, non sottolinea, non ha neanche una sottotraccia: prendere o lasciare, punto e basta. L'arte è diventata solo consumo e l'estetismo il suo mezzo.
Non so dire se tutto questo è giusto o sbagliato.
Però mi sconcerta e forse mi spaventa... anche perché Cloverfield mi è piaciuto.

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