lunedì 5 maggio 2008

i manconi

Ieri pomeriggio sono stato folgorato sulla via di Damasco e ho pensato seriamente di cancellare il blog una volta arrivato a casa.
No, non è la solita piagnucolata che fanno in molti: è che in fondo la voce virtuale che ho, non ha la potenza che vorrei (al contrario di quella tenorile che porto in naturale dote).
Poi mi son fermato, perché un blog può sempre tornare utile, anche e solo con la sua anzianità e i suoi percorsi; e in più di questi tempi far sparire una voce contro - seppur sparuta - non è buona cosa.
Almeno per oggi ritorno sul mio guardare i nostri sessantottini di ieri, perché registro una pervicace volontà che un certo salottismo furbesco continua a praticare, di insegnarci e indicarci nuove vie, nonostante sia necessaria una radicale trasformazione del tutto, anche con spargimento di sangue (metaforico, s'intende).
Il Sofri anziano è la mia vittima prediletta per numerosi motivi, che ho già più volte elencato e che hanno un senso storico prim'ancora che personalistico.
Per esempio: con che faccia egli ha
approfittato di Dostoevskij e dei suoi "Demoni" (di cui in questi giorni gira una trasposizione cinematografica) per continuare i suoi arcaici deliri? "Che senso ha voler imporre il silenzio agli ex-terroristi di oggi? Si poteva essere meno prodighi di accoglienza ai proclami dei terroristi di ieri, piuttosto". E lui dov'era?
Per esempio: con che faccia il settimanale FilmTv consiglia nell'odierno editoriale la contemporanea lettura del bellissimo libro di Mario Calabresi e dell'illegibile testo del Sofri appena uscito per la Sellerio, in nome di una concicliazione storica mai voluta e perlomeno chiarita dal secondo (o dai suoi accoliti)? Eppoi, che mancanza di stile: il primo non è forse orfano di padre, anche grazie alle parole del secondo?
Per esempio: da quale linea temporale si è permesso di
discettare sulla storia della precaria che proprio per questo motivo prima voleva abortire e poi ha rinunciato? "La libertà delle donne e dei genitori non deve vergognarsi di fare i conti della spesa, ma stia attenta, da quella contabilità, a non essere schiacciata; e si guardi dallo scambiare per altruismo e generosità verso il figlio a venire un'amministrazione avara di se stessi". Ma dove vive quest'uomo?
Per esempio: come mai Repubblica s'indigna quando altri cattivi maestri svolgono lavori statali o scrivono su periodici eletti, senza guardare dentro casa propria?
Per esempio: come mai nel suo ultimo (prezioso)
libro, Luigi Manconi (ex Lotta Continua), non chiarisce finalmente le responsabilità morali dei cattivi maestri di allora e di come ancora oggi la civiltà di sinistra ne subisce conseguenze, intellettuali, politiche, amministrative (!) e di interpretazione storica? Pensate che citando una nota intervista concessa da Sofri al CorSera, neanche si accorge dell'apologia della violenza giustificata che ne viene fuori.
Leggetene qui sotto un passaggio nodale, e poi ditemi se ancora abbiamo bisogno di siffatti intellettuali.


Lei vuole dire che piazza Fontana autorizzò voi, gli «innocenti», a scagliare la prima pietra? «Esatto. Noi oggi ci comportiamo nei confronti del racconto di piazza Fontana come se allora fossimo stati degli innocenti che dunque avevano il diritto di tirare la loro prima pietra. La strage e la piega che prese tutta la vicenda: la montatura contro gli anarchici, la morte di Pinelli... E poi lo scandalo che si esacerbò nei giorni immediatamente successivi: alla violenza indiscriminata della strage si aggiunse la menzogna, il senso del complotto, della persecuzione. Innocenti come eravamo toccava a noi per diritto, diritto che è divenuto poi la nostra dannazione, tirare la prima pietra. Poi quando l’hai scagliata non sei più innocente. E non a caso poi ne tiri un’altra e un’altra ancora. Fino a divenire un lanciatore di pietre. Quasi un lapidatore: persino a noi successe. La campagna contro Calabresi diventò una specie di lapidazione: un’abitudinaria e burocratica attività di lapidazione».
Lapidatori dopo avere scagliato la prima pietra. Ma fino alla prima eravate innocenti...
«In realtà noi non lo eravamo. C’è una canzone dei miei amici della Bandabardot che dice: "Alzi la mano chi ha voglia di sentirsi innocente". Mi piace questo verso perché è una specie di parafrasi dello stratagemma di Gesù. La verità è che l’innocenza come condizione originaria è molto difficile da trovare. Lo choc della strage per noi fu fortissimo, un colpo che ti fa tramortire: ma tuttavia eravamo militanti politici con una grande voglia di fare la rivoluzione da tanti anni. Questo rende contraddittoria e parziale quella definizione di innocenza. Per carità, per un verso ne conserva intatta la validità. Ma per un altro la trasforma in una specie di autoassoluzione un po’ troppo indulgente. Mi chiedo: senza la strage di piazza Fontana, avrei tirato la mia prima pietra o no? Secondo me sì. Anzi forse l’avevamo già tirata».



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