martedì 26 agosto 2008

il pedale morale

Un gruppo di ciclisti eterogenei rappresenta perfettamente quello che dovrebbe essere una società.
Scelgo il ciclismo non tanto per passione personale, ma perché porta in sé alcuni elementi che altri sport non hanno così evidenti, ma che soprattutto non sono alla portata di tutti.
In più il ciclismo è l'unico sport che consente di misurare se stessi e al tempo stesso di misurare il mondo, e quindi di comprendere immediatamente i limiti dei propri pregiudizi.
Se poi c'è una competizione più o meno dichiarata, più o meno malcelata, è sempre verso qualcosa o di intimamente personale o di universalmente convenuto, mai contro i propri simili.
È necessaria una certa forma di preparazione, assoluta e non relativa, perché il tempo e la fatica sono uguali per tutti.
È fondamentale rispettare tutte le regole. Un tuo errore inevitabilmente ti si ritorcerà contro, sia per inerzia che per conseguenze fisiologiche.
La solidarietà non è accessoria, altrimenti se alla prossima curva sei in difficoltà non verrai più aiutato da nessuno.
Chi ha più esperienza aiuta spontaneamente il compagno meno avvezzo, perché altrimenti l'onorabilità sportiva va a farsi benedire.
Le strade sono uguali per tutti: puoi addirittura sbagliarle, ma durante il briefing mattutino potevi evitare di distrarti.
Le scorciatoie sono a tuo rischio e pericolo, e se andrai finire nel pantano dovrai giocoforza uscirne fuori da solo.
I più veloci arrivano primi e potranno riposarsi di più, avere un pasto caldo e magari godere al meglio delle bellezze della città ospitante.
Gli ultimi dovranno per forza ragionare sui propri errori e sui propri limiti: il giorno dopo avranno rapidamente fatto tesoro di questo e potranno/sapranno fare meglio.
Poi ci sono quelli come i Sofri, che usano la bicicletta elettrica...


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