venerdì 19 settembre 2008

Adriano Sofri, una vergogna


Sofri "confessa": Calabresi fu ucciso solo per pietàdi Michele Brambilla
Ieri Adriano Sofri è tornato a parlare del delitto Calabresi. Non sarebbe una notizia se i toni e gli argomenti che ha usato per giustificare - sì: per giustificare - l’omicidio del commissario non ricordassero, anzi non superassero quelli che lo stesso Sofri utilizzò il 18 maggio 1972, cioè il giorno dopo il delitto, nell’articolo che scrisse su Lotta Continua: «Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio di Pinelli». Allora Sofri parlava di «un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia». Un delirio, o se preferite una cialtronata propagandistica: ma non tanto differente dai deliri e le cialtronate a quei tempi cantate in coro dalla stragrande maggioranza dei giornali, compresi quelli cosiddetti borghesi, e dalla ancor più stragrande maggioranza della nostra intellighenzia. Insomma il Sofri di allora aveva quanto meno l’attenuante di vivere in un’Italia in cui spararle grosse era cosa talmente ordinaria che le parole a volte perdevano perfino il loro significato.
Il Sofri di oggi parla invece in un Paese per fortuna rinsavito da tempo; eppure quel che scrive non è tanto diverso, nei contenuti, dai lugubri comunicati delle Br. Nella sua rubrica «Piccola Posta» di ieri sul Foglio, Sofri ha scritto che «l’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». E più avanti: «Fu dunque un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie». E ancora: «I suoi autori (del delitto, ovviamente, ndr) erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime».
Insomma una vendetta contro un’ingiustizia, un atto di pietà verso «le vittime», e dicendo «vittime» si dà per scontato che Calabresi fosse un carnefice. Non è nuovo, il ragionamento di Sofri: se la strage di piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pinelli erano da attribuire al «terrorismo di Stato», come scrive nella sua «Piccola Posta», una reazione era più che comprensibile e perfino giustificabile. Non è nuova, dicevo, questa argomentazione. Mai però il Sofri di questi ultimi anni aveva così freddamente rivendicato il diritto alla vendetta e all’omicidio; e affermato il principio che, se lo Stato non fa giustizia, la giustizia bisogna farsela da sé.
Sorprendente è anche il ritorno al linciaggio nei confronti di Calabresi: da tempo Sofri aveva preso le distanze dalla campagna di odio che il suo movimento e il giornale avevano orchestrato contro il commissario. Ora torna a infangarlo, lo definisce «un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione», e stiamo parlando della strage di piazza Fontana, dell’incriminazione di anarchici innocenti e della morte (assassinio, per Sofri) di Pinelli. Tutte follie, specie se si considera che Calabresi non era a quei tempi che un giovane commissario lontanissimo dalle stanze del potere. Tutte accuse riportate senza lo straccio di una prova, accuse da cui Calabresi non può difendersi perché da quasi quarant’anni è sotto terra, e c’è - non dimentichiamolo - perché ce lo hanno mandato coloro che hanno creduto alle menzogne di Lotta Continua. Non lo diciamo noi e non lo dicono neanche i giudici: lo dice Sofri stesso, sul Foglio di ieri, che chi ha ucciso Calabresi era un angelo vendicatore della sinistra. Anche questo è un fatto inedito e molto importante: per anni Sofri ha cercato - prima al processo, poi con campagne di stampa condotte da giornalisti amici - di avvalorare la panzana di un Calabresi ucciso dai servizi segreti: adesso finalmente dice che quell’omicidio porta la firma dell’estrema sinistra.
Nell’articolo di ieri sul Foglio qualcuno ha visto, o ha creduto di vedere, una sorta di confessione. Dipende da che cosa si intende per confessione. Se si intende l’ammissione di ciò che i giudici gli hanno contestato, e cioè di aver conferito il mandato ad uccidere Calabresi, no, non c’è stata alcuna confessione, visto che anche ieri Sofri ha tenuto a ribadire: «Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio». Se si intende invece un altro tipo di confessione, più implicita, più contorta e tortuosa, forse perfino involontaria, allora sì, forse l’articolo di ieri segna una svolta non solo nel ritorno ai toni guerriglieri del Sofri d’antan, ma anche nell’apertura di uno squarcio nel velo di un mistero tragico.
Provo a spiegarmi. C’è una frase che nel contesto pare secondaria e che invece è forse risolutiva: «Io personalmente ebbi in Lc - scrive Sofri - un ruolo che mi costringeva e mi costringe a una responsabilità verso la sua storia intera, anche quando la mia responsabilità personale fu nulla, e così quella penale».Credo che questa frase riveli tutto lo psicodramma del caso Sofri. Non ho alcuna prova, ma seguendo questa vicenda dal giorno degli arresti fino all’ultima sentenza della Cassazione, mi sono fatto questa convinzione: è possibile, possibilissimo che Sofri sia innocente. Però sa che a uccidere Calabresi sono stati alcuni figli suoi, o meglio figli della sua creatura, Lotta Continua, e li ha voluti coprire fino all’ultimo.
Ancora ieri sul Foglio Sofri ha scritto che in Lc non c’erano frange armate. Sa perfettamente che non è vero. Sa perfettamente che al congresso di Rimini del marzo 1972 - due mesi prima dell’omicidio Calabresi - il movimento si spaccò: c’era la fazione guidata da Giorgio Pietrostefani che voleva passare alla lotta armata, e quella di Sofri che si opponeva. Finì che Lc si spaccò in due: Pietrostefani andò a guidare il movimento al Nord, Sofri si trasferì a Napoli dove fondò un giornale che si chiamava Mo’ che il tempo si avvicina. Leonardo Marino, il pentito che ha dato origine al processo, non ha mai detto che fu Sofri a ordinargli di uccidere Calabresi. Ha detto che fu Pietrostefani, e che tutto fu organizzato a Milano. Solo due giorni prima del delitto Marino, secondo il suo racconto, volle una conferma da Sofri, e andò a cercarla in un improbabile colloquio a Pisa, nella ressa di un comizio. Quel colloquio resta il vero punto debole della confessione di Marino.
Non ho prove, ma credo che Sofri abbia preferito il martirio personale al racconto della verità. Meglio sprofondare con gli amici che far la figura del delatore; meglio stare in carcere da innocente che distruggere la creatura che fu ed è tuttora il senso della sua vita. Anche qui non ho prove: ma ho l’impressione che l’articolo sul Foglio sia, per chi sa e capisce, rivelatore, con quella inedita ammissione sulla paternità dell’omicidio da parte di estremisti di sinistra (tratteggiati da Sofri con indulgenza e affetto) e con quella rivendicazione di responsabilità totale per ciò che uscì da Lotta Continua («anche quando la mia responsabilità personale fu nulla e così quella penale»).
In questo immolarsi di Sofri non c’è nulla di eroico, né di nobile. C’è un ego smisurato, una concezione totalmente autoreferenziale della morale. C’è un malinteso senso di onestà verso gli amici, c’è la convinzione che le colpe non vadano espiate consegnandosi a uno Stato che si ritiene almeno egualmente colpevole. Se Sofri, come sospetto, è innocente ma non racconta ciò che sa, il suo è un grave peccato di orgoglio. È anche un peccato contro la verità - di cui la famiglia Calabresi innanzitutto avrebbe diritto -: non meno grave, a questo punto, di un omicidio di tanti anni fa.

Sofri, legga Gemma Calabresi. E stia zitto
di
Massimo PandolfiIl signor Adriano Sofri solo perchè è ritenuto intellettuale (e soprattutto perché è amico di tanti presunti intellettuali che comandano l'Italia) può permettersi di scrivere tutte le corbellerie di questo mondo. Si parla molto, in queste ore, dell'articolo che il mandante dell'omicidio del commissario Calabresi (così Sofri è stato condannato con sentenza definitiva dalla giustizia italiana) ha scritto l'altro giorno sul Foglio. "L'omicidio Calabresi - ha scritto Sofri - fu l'azione di qualcuno che disperando della giustizia pubblica, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca". E poi: "Fu un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvage". Ok, perchè stanno simpatici a Sofri, gli assassini non sono persone malvage. Capito? Al signor Sofri vorrei far rileggere questa lettera scritta da Gemma Calabresi, vedova del commissario Calabresi, e pubblicata come postazione del libro di Leonardo Marino (il pentito che ha inchiodato Sofri) intitolato "Così uccidemmo il commissario Calabresi". Parla del perdono questa lettera, caro signor Sofri.

di Gemma Calabresi*
Quando Luigi Calabresi venne ucciso, scrissi come necrologio sui giornali questa frase: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno», le parole dette da Gesù sulla croce. In realtà non fui io a scegliere questo necrologio, ma mia madre, una vera cattolica che vive quotidianamente secondo il Vangelo. In quel momento io ero molto giovane e forse non sentivo veramente mie quelle parole, tuttavia accettai il consiglio di mamma pensando che quella fosse l'unica possibilità per spezzare quel terribile odio che stava dilagando sempre di più. Poi, man mano che passavano gli anni, io ho sentito quella frase sempre più mia, mi si addiceva sempre più. Ho molto pensato e ho capito che Gesù, sulla croce, avrebbe potuto perdonare direttamente i suoi carnefici, ma in quel momento Egli era un uomo e sapeva quanto per noi uomini sarebbe stato difficile perdonare, quindi ci indica questa strada... chiedere al Padre di farlo lui in vece nostra, dando a noi il tempo di un cammino in questo senso. Io sto camminando... Il perdono è un cammino lungo e difficile, molto lento, con momenti di grandi passi avanti e altri in cui sembra di scivolare indietro, di alti e di bassi. Come cattolica sono sicura che sia l'unica strada da percorrere. Io ho perdonato Leonardo Marino, uno dei responsabili della morte di mio marito, che si è costituito spontaneamente alla giustizia autoaccusandosi di questo omicidio. Marino è un vero pentito. Infatti Marino non era in carcere e non ha deciso il pentimento per avere sconti di pena. Egli viveva a casa sua e non c'era su di lui nessuna indagine in corso. Marino, che da ragazzo aveva ricevuto una formazione religiosa, per un travaglio interiore che lo logorava, per un terribile peso che gravava sulla sua coscienza, ha deciso di confessare. Marino, che dopo essersi costituito ha subìto le peggiori angherie, è un uomo che ha molto sofferto e siccome la sofferenza, anche se ha origini diverse, accomuna, io mi sono sentita vicina a lui e ho sentito che dovevo perdonarlo. Naturalmente è stata più facile la riconciliazione con Marino che parla di Dio, che chiede umilmente perdono... Molto più difficile è che possa essere dato anche unilateralmente e quindi io questo cammino intendo continuarlo fino a raggiungere una vera pace interiore. Per il momento posso dire di essermi riconciliata con la vita... so apprezzare la natura, gioire della creazione, so ringraziare, credo nuovamente nella bontà degli uomini e questo mi dà molta serenità. Concludo inviando un messaggio a tutti coloro che, come me, soffrono per aver ricevuto ingiustizie e qui mi rivolgo soprattutto alle donne. Non dico perdonate, perché questo è un cammino soggettivo. Posso solo dire che l'odio logora, ci indurisce, non permette di metterci in sintonia con chi ci è stato tolto, non ci permette di vedere ciò che di bello ci sarà ancora, di gioire nel vedere i nostri figli che crescono, ci toglie la gioia di vivere. L'odio per noi sarebbe una sofferenza, una tragedia in più.
*Lettera/postfazione che la vedova del commissario Calabresi ha concesso per la nuova edizione del memoriale di Leonardo Marino «Così uccidemmo il commissario Calabresi» (edizioni Ares)

 
Ora Sofri è solo
di
Luca Telese
Faceva una certa impressione, ieri, vedere l’uomo delle «piccole poste» invadere il Corriere della Sera con una grande posta, tanto smisurata quanto tortuosa e vagamente disperata. Una lettera in cui si celebra il paradosso di un condannato per omicidio che si eleva a maestro di morale sull’omicidio (lo stesso per cui è finito alla sbarra!), di un intellettuale che si dichiara innocente ma che giustifica i colpevoli, del sofista che si perde in un turbine di parole per spiegare che definire «terrorismo» l’omicidio Calabresi sarebbe un errore, o peggio ancora un’ingiustizia (ma verso chi?). Fa impressione, perché bisogna prendere atto che in questa sua ultima battaglia contro la realtà, Adriano Sofri è oggi un uomo solo, o quasi. Di certo abbandonato (o ignorato) da quella generosa compagnia di amici, compagni, simpatizzanti che - a partire dalla confessione di Leonardo Marino, nel luglio del 1988 -, sotto la sigla del comitato Liberi Liberi («offerto» da Vasco Rossi), cantò la sua libertà e chiese la sua scarcerazione su tutte le piazze d’Italia. All’epoca, per difendere Sofri, si produssero un adesivo giallo e una coccardina stile campagna sociale, il logo era una vignetta di Sergio Staino, c’erano i libri di Elvira Sellerio, i dibattiti nelle librerie Feltrinelli, gli incontri con Oscar Luigi Scalfaro per chiedere la sua scarcerazione, i bollettini medici, le firme del più grande partito trasversale mai allestito in Italia: intellettuali, attori, politici, cantanti. E poi le raccolte fondi e gli appelli e le manifestazioni, da Carlo Feltrinelli a Francesco Guccini, da Giuliano Ferrara a Paolo Hendel a Toni Capuozzo, a Ernesto Olivero, alle lettere della splendida attrice francese Emanuelle Béart agli appelli dello scrittore spagnolo Manuel Vasquez Montalbàn. Il 16 febbraio 1997 per una manifestazione davanti al carcere di Pisa arrivarono in 10mila da tutta Italia, e cori, e slogan, e palloncini gialli, persino la notizia di una apparizione di Adriano Celentano, che sentiva aria di santoneggiamento, e che alla fine telefonò in diretta per dire che «Adriano è con Adriano».
All’epoca Sofri divenne, in pochi mesi, l’ultimo innocente da infilare nell’archetipo antico della battaglia innocentista di sinistra: come Sacco e Vanzetti, come i coniugi Rosenberg, come Valpreda. Ma anche come alcuni brigatisti degli anni ’70, tratteggiati come vittime, difesi strenuamente, e poi rivelatisi colpevolissimi: nel 1972 fu considerato vittima l’anarchico Giovanni Marini (personaggio tragico, che pure era reo confesso di omicidio). Fu difeso da Dario Fo malgrado avesse accoltellato uno studente del Fuan. Nel 1974 si dipinse come martire persino Roberto Ognibene, che aveva accoppato il maresciallo Felice Maritano (e fra l’altro non si dichiarava innocente!). Nel 1975 si fecero le barricate per due ragazzi, Fabrizio Panzeri e Alvaro Lojacono: appena ottenuta la libertà provvisoria i due fuggirono per arruolarsi uno nelle Unioni comuniste combattenti e l’altro nelle Br (Lojacono coronò la sua carriera a via Fani, col rapimento Moro). Insomma, al pari di loro (e dei suoi coimputati, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani), Sofri divenne, per l’immaginario di molti, un agnello sacrificale coinvolto in un complotto: gli innocentisti e l’imputato favoleggiarono di una «spectre» che avrebbe coinvolto carabinieri e Pci per incastrarlo! (L’unico appiglio? La presenza al fianco di Marino dell’avvocato Melis, iscritto al partito). E fu un fiume in piena, quella campagna di solidarietà, un’onda che cresceva. Già dalle prime intercettazioni si ricostruì una incredibile ragnatela che teneva insieme gli ex di Lc, il Psi e Cl, ministri, deputati. Tutti in piazza (e nel Palazzo) per Adriano. Persino i dirigenti dei Ds avevano Sofri nel cuore: Massimo D’Alema anche in nome dei trascorsi normalisti (lo andava a trovare in carcere), Walter Veltroni (che lo volle come firma a l’Unità) celebrava i suoi compleanni in Campidoglio e Piero Fassino lo trasformò in un padre nobile nell’ultimo congresso dei Ds. A Montecchio fecero entrare D’Alema in una cella di cartone che riproduceva la «prigione di Adriano». A Roma Lorenzo Jovanotti aprì la raccolta per le firme a modo suo: «Non ho un cazzo da insegnare a nessuno, ma vi chiedo di impegnarvi per Adriano». Tutti convinti dell’innocenza, tutti ammirati per l’unica scelta indubitabilmente coraggiosa, quella per cui Sofri sceglieva di andare in carcere. Il primo governo Berlusconi attraversò persino una mini-crisi perché Ferrara voleva Sofri libero (e consigliava il premier in tal senso) e la Lega (con il ministro Castelli) nemmeno per sogno. Sempre nel 1997, al Palavobis si riunirono tutti gli artisti, Gianna Nannini cantava California e spiegava «Non dobbiamo dimenticarci mai di Adriano». Con lei c’erano i 99 Posse, Daniele Silvestri ed Eugenio Finardi.
In questa settimana, invece, dopo aver tentato di mettere Licia Pinelli contro Mario Calabresi, dopo essersi indignato perché il figlio del commissario era invitato «come vittima del terrorismo» all’Onu (!), Sofri è rimasto solo, nessuno di tutti questi ha parlato per lui. Oggi ha scritto persino a Il Riformista per dire che non sta scrivendo un libro con la Pinelli. Scrive dappertutto, ma non può pubblicare su La Repubblica che è in conflitto di interessi e dunque di questa polemica - per carità di patria - non parla. Non lo difende nemmeno Ferrara. Tacciono gli intellettuali e i leader. Adriano Sofri è solo: vede Mario Calabresi e lo scambia per il demonio, o per la reincarnazione del padre (che forse per lui è lo stesso). Sofri è solo, è la cosa non è triste per lui. Ma per tutti quelli che in questi anni gli hanno creduto. E ora non lo seguono più. 


Assassinio a fin di benedi Marco Travaglio
l'Unità, 16 settembre 2008
L’unico aspetto che stupisce, della sortita di Adriano Sofri in difesa degli assassini del commissario Luigi Calabresi e contro il figlio di quest’ultimo, Mario, colpevole di essere rimasto vivo, è lo stupore che l’ha accompagnato. In base a una sentenza definitiva della Cassazione, che l’ha condannato a 22 anni per omicidio, Sofri è uno dei mandanti del delitto del commissario (l’altro, Giorgio Pietrostefani, è felicemente latitante all’estero). Lui, com’è suo diritto, l’ha sempre negato. Da qualche tempo, però, sembra volerci dire qualcosa di più e di diverso. Nel maggio 2007, sul Foglio, rivelò che, dopo il delitto Calabresi (1972), “uno dei più alti esponenti” dei servizi segreti “venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi affari riservati”. Forse Federico Umberto D’Amato, capo degli Affari riservati del Viminale, morto nel ‘96. Strano che ambienti così bene informati (e disinformanti) si rivolgessero proprio a Sofri, se l’avessero creduto estraneo agli omicidi politici: forse sapevano di andare a colpo sicuro, senza temere di essere denunciati. Tant’è che Sofri attese trent’anni e parecchi funerali, prima di parlare della cosa.
Ora, sempre sul Foglio, il lottatore continuo si spinge più in là: “L’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca”: cioè i caduti in piazza Fontana e l’anarchico Pino Pinelli. E’ un bel passo avanti rispetto ai bislacchi tentativi di Lc e dello stesso Sofri di affibbiare l’omicidio Calabresi ai servizi o alla destra. Ma, anche qui, nessuna meraviglia: in qualità di mandante, Sofri parla da esperto. Poi, certo, sostiene che le persone che assassinarono Calabresi “potevano essere delle migliori”, “non certo persone malvagie”, comunque “non terroristi”. E’ una tesi che confligge con la storia e col vocabolario. Cos’è, se non terrorismo, un delitto commesso da Lc, il cui giornale nei mesi precedenti scriveva: “il proletariato sa chi sono i responsabili del delitto Pinelli e saprà fare vendetta della sua morte” (14-5-1970); “questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito… Noi di questi nemici del popolo vogliamo la morte” (6-6-1970); “Siamo stati troppo teneri con il commissario Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente… Il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e dovrà pagarla cara… Calabresi ha paura ed esistono validi motivi perché ne abbia sempre di più… L’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati; ma è questo, sicuramente, un momento e una tappa fondamentale dell’assalto del proletariato contro lo Stato assassino” (6-6-1970); “Calabresi, assassino, stia attento. Il suo nome è uno dei primi della lista” (6-5-1971). Ed è un fatto che il delitto inaugurò la lunga scia di sangue dell’eversione rossa.
Ma che dovrebbe dire il mandante, se non giustificarlo come meglio può? Sta parlando di se stesso e, in veste di imputato condannato, ha pure la facoltà di mentire. Per Sofri, Calabresi fu “un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione”: cioè della pista anarchica su piazza Fontana. Falso anche questo: Calabresi era un giovane commissario, il depistaggio nacque in ben altre e più alte stanze (l’ufficio Affari Riservati). Come ricorda D’Ambrosio, “il fermo di Valpreda fu ordinato dalla polizia di Roma”, non di Milano. Ma è raro trovare un omicida che tessa l’elogio della sua vittima. Solo chi per tutti questi anni ha rimosso o ignorato la condanna di Sofri, facendo finta di niente o elevandolo addirittura a maitre à penser perché “da allora è molto cambiato”, può stupirsi delle sue parole. All’indomani del delitto, Sofri titolò sul giornale Lotta Continua: “Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio di Pinelli” e parlò di “un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”. Oggi, 36 anni dopo, scrive che i killer erano “mossi da sdegno e commozione per le vittime”. Molto cambiato, si fa per dire. Cambiano le parole, ma il concetto, è lo stesso. Solo che oggi non compare su un foglio della sinistra extraparlamentare. Ma su un house organ del presidente del Consiglio, che ha continuato dall’interno delle istituzioni la guerra alla “giustizia borghese” avviata in piazza trent’anni fa da Sofri & C. Le rivoluzioni - diceva Leo Longanesi - cominciano in piazza e finiscono a tavola.



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