venerdì 4 dicembre 2009

Celli e l'arte della presa per i fondelli

L'avete visto stamane: Celli ha replicato alle (presunte) polemiche al suo (presunto) j'accuse di qualche giorno fa, scomodando inopinatamente il titolo una delle composizioni più complesse e fascinose di Johann Sebastian Bach.
E a chi replica? A me, alla mia collega "precaria a partiva vita" Valentina, a voi? No! Si rivolge al Presidente Napolitano, al Professor Veronesi e a Benedetta Tobagi, quest'ultima derisa implicitamente dalla stessa Repubblica che ha pubblicato la sua missiva, visto che Ezio Mauro ospita ogni santo giorno i mattoni autoreferenziali del mandante dell'omicidio di un poliziotto, mentre la Tobagi grazie a quelle mentalità ne è rimasta orfana.

Celli, insomma, si rivolge solo in alto, perché in alto ha sempre guardato. E il suo curriculum e i suoi testi ne sono un caldo esempio.
Ma leggiamo insieme il terzo paragrafo della lunga missiva:
Ora, si può essere più o meno d'accordo con la modalità della provocazione, ma non penso che si possa eludere il problema posto facendo riferimento a divagazioni di modesta attinenza con la sostanza della questione, se, ad esempio, sia compito dei padri o non piuttosto dei figli occuparsi di questi fatti, se sia corretto che a sollevarli sia qualcuno che occupa tale o talaltra posizione, magari con responsabilità e così via.
Ecco la furbizia. Traduciamo: "io parlo di un problema che colpisce i nostri giovani; qualsiasi polemica a riguardo significa ignorare il problema". Celli cioè perpetua il solito metodo all'italiana, per cui si lamenta che noi abbiamo aggredito il dito che indica la Luna anziché entrare nel merito di un problema comunque visibile, evidente e ormai incancrenito. Ma perché è vietato dire che anche il dito di Celli ha contribuito ad oscurare la Luna!

Dopodiché Celli ammette blandamente la sua posizione privilegiata, brandendola però come scudo contro eventuali polemiche. Sostanzialmente: io sono io, e voi non contate un cazzo, come diceva Sordi/Marchese del Grillo. Guardate con i vostri occhi l'impudenza di queste righe:
Chiarisco subito un fatto: avere una responsabilità evidente in un'università di prestigio mi ha semplicemente aiutato, forse, a essere preso in considerazione, consentendomi di dire quello che molti pensano e che per mia parte cercherò di argomentare. Non avendo altri interessi da difendere (basta pensare all'età), pensavo di essere nelle condizioni giuste per espormi, anche se non immaginavo l'eco che ciò avrebbe suscitato.
Poi, il nostro continua così:
Sono in Luiss da cinque anni, dopo circa quarant'anni passati in azienda, e in questo tempo ho potuto misurare il progressivo acuirsi delle difficoltà, per i giovani che si laureano, di imboccare la via del lavoro contando solo sulla loro preparazione e sulla voglia e la passione che, a quell'età, è bagaglio quasi obbligato.
I percorsi di accreditamento si sono fatti più lunghi, tortuosi, spezzettati, spesso dei veri e propri percorsi di umiliazione, che non rendono onore né a un Paese, né a un sistema formativo costretto a cedere a logiche che nulla hanno a che fare col merito e la promozione dei valori civili.
Al che il popolo tutto si chiede: Celli, ma lei dove era? Dico: ammette di essere stato dentro certi meccanismi, e non ha mosso un pelo per denunciarli o almeno per arginarli! Anzi, c'ha fatto pure un libretto sopra, che i terzisti dichiarerebbero come provocatorio, ma che di fatto è un consigliare anziché un'indignarsi.

Dopodiché Celli perpetua il suo rivolgersi solo verso l'alto, ricordando quali siano stati gli esempi quotidiani toccati con mano che l'hanno spinto a scrivere la sua lettera al figlio:

Non si trattava, dunque, il mio, di un discorso casuale né, semplicisticamente, disfattista (basterebbe informarsi un po' più seriamente della biografia delle persone), ma del disagio e forse anche dell'indignazione per i racconti, le esperienze, le sconfitte e le rese senza condizione, raccolte proprio su questo terreno in anni di lavoro.

Le "rese" dei bimbi della Luiss, non quelle delle centinaia di precari che vivono con 800 euro netti al mese, quindi. Questo elitarismo così arrogante fa venire ancor più rabbia. È come l'asino di Orwell alla finestra: uomini e porci discettano dei drammi del mondo, ma al calduccio e col pasto pronto sul tavolo; l'asino, invece, si fa un mazzo così anche per la loro bella faccina, e raggranella il quasi nulla!

Poi arriva la perla paterna:

Vorrei anche tranquillizzare tutti quelli che hanno avuto la sensazione di un discorso vagamente moralistico: so bene i limiti e i doveri dei padri (ho tra l'altro un figlio che, per fortuna, ha una grande autonomia [con un padre così, l'avrebbe chiunque] e, per inciso, non frequenta la Luiss ma un'università pubblica [magari con residenza a parte]), e tuttavia conosco bene le fragilità di molti ragazzi di questa età e il loro bisogno di riferimenti, in un contesto-Paese che offre, spesso, tutt'altro.


E non penso minimamente che si debba fuggire solo perché noi abbiamo fallito nel dovere di lasciare ai nostri figli un futuro almeno pari a quello che noi abbiamo avuto.


L'arte della fuga, così nobile musicalmente, per paradosso aiuta però a inquadrare un problema reale: per costruire un mondo in cui stare a proprio agio bisogna avere gli strumenti, e la libertà di usarli senza doversi piegare per necessità; altrimenti è inevitabile cercare soluzioni diverse.


Oggi, tutto questo viene molto limitato.
Confesso che quando sento definire "fragili" certi ragazzi m'incazzo come una biscia calpestata da un cavallo: la "fragilità" è forse degli inetti che non meritano nulla, ma che hanno tutto; la "fragilità" è di quelli che vivono sulle spalle di padri potenti; la "fragilità" è di quelli che si abbassano subito alla logica del raccomandatismo.
Ma sicuramente "fragili" NON sono quelli che nonostante i Celli, nonostante il sistema delle conventicole, studiano con i propri mezzi!, lavorano con le proprie forze!, vanno oltre milioni di ostacoli costruiti dai Celli e da quelli come lui!, e sempre e comunque mantengono alta la propria dignità e la propria voglia di lottare! Altro che "fragili". Se Celli vede "fragilità" tra i bimbi viziati della Luiss, si faccia qualche domanda anziché pontificare dall'alto di una piramide da cui non vuole vedere il fondo.

Alla fine, e finalmente, la coscienza sporca suggerisce un minimo di autocritica:

Gli strumenti, forse, li diamo in abbondanza. I fini, per cui usarli, riusciamo spesso a sporcarli facendo, nei fatti, quello che a parole neghiamo. Qui sta la nostra responsabilità.

Poi però, e mannaggia, Celli si ricorda di essere un potente e gioca una carta perlomeno sciocca:

Dove lavoro sanno bene la passione con cui si discute per garantire ai nostri allievi condizioni di sviluppo coerenti con le aspirazioni e l'impegno che esprimono.
Il misurare però il divario tra gli sforzi messi in atto e i contesti di approdo, induce a qualche riflessione se sia giusto soprassedere, magari pubblicando qualche dotta ricerca sul tema (e, al proposito, suggerirei di vedere i testi sulla classe dirigente del Paese, prodotti negli ultimi tre anni proprio da questa Università, con qualche piccolo merito anche personale), oppure dare voce al disagio, magari correndo il rischio di essere fraintesi.


L'estero non è una fuga, è una delle tante possibilità. Bastava leggere la lettera fino in fondo per capire che l'obiettivo era arrivare a una reazione che impegnasse a restare, nonostante tutto. E basta informarsi su quello che, accademici e non, fanno con orgoglio in questa e in molte altre università italiane. In un Paese in cui è sempre più facile fermarsi alla superficie dell'apparire, perché deve essere così difficile confrontarsi sulla sostanza drammatica di certe realtà, senza dover per forza contrapporsi pregiudizialmente? Quella dei giovani, a cui è resa difficoltosa ogni trasparenza per l'accesso al lavoro, è fino in fondo una realtà opaca, affidata alla casualità e risolta, spesso, da buone volontà singole.

Innanzitutto mi sembra che gli "strumenti dati in abbondanza" siano solo alla Luiss. Al che uno capisce come il figlio di Celli viva il suo stare nell'università pubblica, perché altrimenti avrebbe detto al padre "ma cosa dici? L'Università Italiana Pubblica è senza strumenti da decenni".
Secondo poi, si è "fraintesi" quando si dà "voce al disagio" se si è nella posizione di Celli, con il curriculum di Celli; il nostro ex direttore dovrebbe capirlo una volta per tutte che lui è uno dei prìncipi da mettere nel banco degli accusati.
Infine, la perlina dell'"estero come possibilità". Forse Celli non ha letto se stesso, visto che nell'altra lettera l'estero era una fuga da problemi enormi che melmano il paese. Cosa che in fondo ribadisce alla fine (dico: ma si legge quando scrive?):

Il futuro, se non si fa qualcosa di serio in questo campo - in logica collettiva dove efficienza, solidarietà e merito possano integrarsi - diverrà inevitabilmente una terra straniera per non pochi di loro.
Questa sì, senza legittimazione morale. È per questo che, a mio modesto parere, emerge drammaticamente il bisogno di dare a questa generazione a rischio la possibilità di credere, senza la quale non ci potrà essere la possibilità di capire e di impegnarsi. Ed è la prospettiva in cui può trovare un esito concreto il giusto richiamo del Presidente Napolitano: si resta perché si vogliono creare le condizioni, e proprio perché queste, spesso, mancano.

Io sono stanco di "credere". E sono stanco anche di "sperare". I miei 43 anni li ho persi sempre e solo dietro il dover dimostrare continuamente che ero inferiore alle mie capacità, perché quando mi dimostravo "superiore" a una mediocrità comunque conclamata, o venivo derubato delle mie idee, o venivo messo da parte, o venivo superato dai tanti "figli di".
Intendiamoci: essere "figli di" non è un reato, né tantomeno una colpa. Ma almeno esserne consapevoli sarebbe un buon passo avanti. Qui, poi, siamo di fronte a un "padre di figlio di", che di colpe e responsabilità perlomeno morali ne ha, non nei confronti del figlio ovviamente (cui auguro ogni bene) ma nei confronti di un sistema italico cui ha partecipato e contro cui ha fatto ben poco.
Una lettera in fase di andropausa avanzata, con i complessi di colpa e terribili bilanci che comporta, non aiuta e non risolve, se non forse nella propria intima coscienza. Per il resto sarebbe ora che Repubblica cambi metodi e obiettivi: con questi ormai ci si sente veramente presi in giro da un salotto ristretto di dotti vecchietti privilegiati.

2 commenti:

aldo ha detto...

Senza entrare nel merito della storia professionale e politica del Dott. Celli, dobbiamo però prendere atto che la realtà è quella che lui descrive. Anzi è peggiore. Se allarghiamo il discorso alla mafia, cui milioni di persone continuano a soggiacere, si mostra in modo ancora più evidente l'assenza del pensiero meritocratico nella nostra società.
Tutte le persone che conosco che hanno frequentato il nord europa o gli stati uniti, mi hanno riportato immagini di vita sociale molto più seria rispetto a quella del nostro paese. Cosa che ho verificato, una volta di più, nel viaggio in scandinavia che ho fatto questa estate.
Dico tutto ciò con dolore, perchè il nostro bel paese avrebbe tutto quello che serve per potere essere uno dei posti dove si vive meglio al mondo. Ma la realtà è che le generazioni più anziane si sono divorate il futuro dei propri figli, moralmente ed economicamente.

AL ha detto...

Scusami, eh, ma se non entri nel merito di chi ha contribuito a peggiorare l'Italia, tutto quello che dici dopo conta poco.
Cominciamo ad entrare nel merito, invece. Cominciamo a prendere a calci nel sedere questa gente, e allora le cose cambieranno.
Piantiamola insomma di non guardare gli occhi di chi ci pontifica addosso.
Celli è un carnefice, non una vittima, eccheccazzo!