sabato 23 gennaio 2010

la maleducazione di Internazionale

Il "metodo Feltri" ha colpito anche il sottoscritto.
Ricordate? Due settimane fa osai criticare Amira Hass per un suo intervento su Internazionale, e lo feci con una breve lettera ironica che il settimanale pubblicò lo scorso numero (modificando solo il genere di un aggettivo, da femminile a maschile... atto editoriale che forse ora ha un suo perché).
 Nel numero di oggi, nella pagina dei commenti potrete leggere la replica di un lettore (immagino "filopalestinese") che mi ha insultato e relegato nella gora dell'infamia... cosa che durerà lo spazio di un mattino, ma che ha un suo effetto e un significato non so quanto rilevante sul piano penale, ma sicuramente su quello più profondo e meno palpabile della buona creanza e del rispetto per gli altri.
Insomma, aniziché rispondermi privatamente per le rime, o evitare legittimamente di pubblicare la mia missiva, il direttore Giovanni De Mauro ha usato un misurato metodo di infangamento tramite terzi. A meno di un chiaro ed esplicito dietrofront sul prossimo numero, e/o di una lettera privata di scuse per il volgare accaduto, De Mauro perderà moltissimi punti, anche e soprattutto per la mancanza di stile e di coraggio. Un direttore di testata che scende a mezzi simili per intimidire i suoi lettori non merita l'aura di rispetto e professionalità che finora gli avevamo debitamente riconosciuto.
A latere, per prevenire chi non legge a fondo certi miei testi ("te lo meriti" direbbe la frettolosa Arianna Cavallo) vorrei far notare che un settimanale scritto dura cinque giorni o poco meno, le cose si dimenticano in un verso e in un altro, e quindi il diritto di replica resta solo sulla carta. Sui blog, invece, ci sono link e rimandi e aggiornamenti in tempo reale che consentono a chiunque di rintuzzare attacchi, insulti e cose simili. E lascio perdere il discorso sulla quantità di lettori, perché oggi io ne ho 80, domani potrei averne 800 e quindi la forza dei miei vecchi testi cambierebbe di portata. Quindi e comunque sul web c'è sempre la possibilità di difendersi in tempo reale.
Nel caso mio - appunto e invece - Internazionale è un settimanale cartaceo, i cui lettori non potranno ovviamente leggere immantinente alcunché delle mie reali ragioni e della mia eventuale difesa. In fondo - è vero - fa parte del gioco, una sorta di pregio/difetto delle rubriche dei lettori: noi dobbiamo ancor più essere sintetici di un giornalista, porgendo il fianco a situazioni simili, ma anche accettando il privilegio di diventare motivo e pretesto per un dibattito. Un dibattito, appunto: cosa che qui non c'è stata.
Che poi tutti i testi della Hass siano obbligatoriamente sacri e intoccabili, è un'altra storia. Anzi, accettare un appunto su quel testo così debole strutturalmente e storicamente (Israele ha colpe se i palestinesi si scazzano tra loro? E magari pure se non troviamo parcheggio... eddài!), avrebbe consentito alla stessa giornalista di rendere più credibili e argomentate le sue dissertazioni.
Diciamolo chiaramente: c'erano mille modi per rispondere al mio "filoisraelismo", ma non certo quello della diffamazione perdurante e non corregibile. De Mauro, insomma, è entrato a gamba tesa per poi alzare le mani e dichiarare la propria innocenza, visto che l'autore materiale del fallo è un lettore. Gesto intelligente, ma tutt'altro che esemplare.
Certo è che questa volgarità che ho subito sembra rispondere esattamente a quanto è stato scritto da Andrea Romano qualche giorno fa:
Eppure c’è qualcosa nelle modalità con cui la discussione pubblica italiana si è intrecciata con internet che rimanda ad una particolarità della nostra storia recente. Le molte contumelie che ogni giorno ci capita di leggere su internet ovunque si discuta di politica non hanno niente a che fare con la nostra buona o cattiva educazione, ma descrivono i confini di un’opinione pubblica che sulla rete si è organizzata secondo una struttura tribale. Dove ci si ritrova attorno al focolare di un’opinione della quale si è già ampiamente convinti, cercando conforto nello specchio virtuale di un’identità che sentiamo già nostra e dunque maledicendo chiunque si affacci in quello spazio per metterla in discussione. Quella che vediamo sulla rete politica italiana somiglia ad una distesa di piccoli accampamenti ben fortificati, con pochi e stretti sentieri di collegamento e uno scarsissimo flusso in entrata e in uscita da ogni recinto. Tutto il contrario di un’agorà tecnologica, perché lo scambio di informazioni non è funzionale all’eventuale cambio di opinione ma serve solo a cercare conferma a convinzioni già marmorizzate.
Qualcuno mi dirà "ma come, per le tue argomentazioni usi un fighetto che ha fatto giochetti al distinguo su Craxi?", e avrebbe ragionissima. In realtà cito Romano per due motivi. Il primo è palese, e soddisfa l'eventuale obiezione sopra citata: da che pulpito viene la predica.
Il secondo motivo è apparentemente più sofisticato. Le volgarità italiche che si trovano su internet sono solo un portato di quanto già si respirava prima. Senza estremizzare ricordando Lotta Continua che uccise Calabresi con le parole prima che con la pistola, da sempre l'aria del giornalismo italiano e dell'opinionismo da bar sono commistionati e confusi. E col tempo le cose sono belle che peggiorate. Ma non perché prima non ci fossero; semplicemente perché prima era più difficile e complicato aver voce. Ma la ineducazione al confronto esiste da sempre, e l'esempio che ho riportato di Internazionale (straordinario settimanale diretto da un cognome dalla grande tradizione democratica) ne è un lampante esempio.
Potrei dire "io non mi farò intimidire", ma sarei uno sciocco petulante e vanesio. Preferisco attenermi alla realtà dei fatti, incassare questa ingiustizia e sentirmi sempre più un coglione.

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