lunedì 25 gennaio 2010

il reato di scrivere di Juan Rodolfo Wilcock

Juan Rodolfo Wilcock appartiene alla rara categoria di persone dotte, colte e... leggere.
Lo conobbi tramite Adelphi, quando cioè fece uscire pressoché contemporaneamente Lo stereoscopio dei solitari e La sinagoga degli iconoclasti, due fondamentali testi che non dovrebbero mancare nei vostri scaffali.
Grande amico di Borges e di Calvino, si trasferì in Italia alla fine degli anni '50, continuando a regalare delle perle letterarie di rara bellezza. I più avvertiti lo ricordano anche nella parte di Caifa nel Vangelo di Pasolini.
Ironia, intelligenza, arguzia... e un'ottima scrittura, sia nella lingua madre sia in quella nostra.
Ebbene, lo sapete, io non sopporto gli abominii che si ascoltano in giro (l'altro giorno ho letto sul blog di uno scemo un "curriculums" che ancora mi rimbomba nello stomaco); ebbene, Wilcock era tra i pochi a rispettare le più banali regole d'italiano e a usarle per una letteratura comunque moderna, coraggiosa, ironica e anche sperimentale.
Non faceva come fanno tutti oggi, che non hanno voglia di approfondire e impongono lasche "regole" tanto per fare casino, ma perseguiva con affetto e devozione la bellezza delle due lingue cui sapeva di dovere rispetto e considerazione.
In questi giorni sempre Adelphi per la microcollana Biblioteca minima ha fatto uscire una sua collazione di brevi interventi per il Mondo pannunziano: Il reato di scrivere. Sono testi brevi, tosti, critici e divertenti, che si scagliano sapientemente e con competenza contro il mondo letterario. Sono cose scritte qualche lustro fa, ma che vi torneranno attuali e addirittura troppo generose.
Per capire meglio il tenore di buona parte dei suoi scritti, vi "regalo" questo breve racconto su due Amanti:
Harux y Harix han decidido no levantarse más de la cama: se aman locamente, y no pueden alejarse el uno del otro más de sesenta, setenta centímetros. Así que lo mejor es quedarse en la cama, lejos de los llamados del mundo. Está todavía el teléfono, en la mesa de luz, que a veces suena interrumpiendo sus abrazos: son los parientes que llaman para saber si todo anda bien. Pero también estas llamadas telefónicas familiares se hacen cada vez más raras y lacónicas. Los amantes se levantan solamente para ir al baño, y no siempre; la cama está toda desarreglada, las sábanas gastadas, pero ellos no se dan cuenta, cada uno inmerso en la ola azul de los ojos del otro, sus miembros místicamente entrelazados.

La primera semana se alimentaron de galletitas, de las que se habían provisto abundantemente. Como se terminaron las galletitas, ahora se comen entre ellos. Anestesiados por el deseo, se arrancan grandes pedazos de carne con los dientes, entre dos besos se devoran la nariz o el dedo meñique, se beben el uno al otro la sangre; después, saciados, hacen de nuevo el amor, como pueden, y se duermen para volver a comenzar cuando se despiertan. Han perdido la cuenta de los días y de las horas. No son lindos de ver, eso es cierto, ensangrentados, descuartizados, pegajosos; pero su amor está más allá de las convenciones.

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