lunedì 1 febbraio 2010

l'uomo che verrà

Premessa tecnica: è un buon film, la regia è sapiente, la fotografia ottima, addirittura - e finalmente! - la presa diretta è stata curata con doverosa professionalità, la coralità degli attori funziona, la musica a volte ricorda quella del Morricone di Mission ma è puntuale ed elegante. L'unico difetto è nel ritmo: Diritti vuole strafare e collabora al montaggio, peccando spesso di autoreferenzialità con tempi inutilmente troppo lenti, che appesantiscono un film altrimenti esemplare. Va da sé che essendo anche coproduttore si è potuto permettere di non autointralciarsi: ma in questi casi vale sempre la vecchia lezione americana (ognuno al suo posto).
Premessa narrativa: la trama è avvincente (... di storia ce n'è ben poca), anche se sono evidenti molti (troppi?) debiti con i migliori fratelli Taviani e con l'Albero degli zoccoli di Olmi (e per fortuna che non si vede il maiale torturato dalla macellazione, altrimenti...).
Sicuramente l'idea di far recitare in dialetto, di far vedere senza indugi lo sporco (elegante e soffuso, ma sempre sporco è), di scrutare dentro le microquotidianità dei contadini emiliani, sono tutti ingredienti intelligenti e ben misurati. Il tutto, insomma, ruota a meraviglia se non fosse per quant'ho già premesso: a volte - specie verso il finale (un po' troppo "telefonato") - il film è inutilmente pesante, peccando quindi di una ricerca manierata verso stili e idee da vecchio cinema italiano che non si può rincorrere ma solo rispettare.
Dibattito. Qui arrivano le magagne. Innanzitutto checché ne dica, Diritti prende posizione, in maniera misurata e dissimulata certo, ma c'è qualcosa che dà un senso di pesante arbitrarietà. Attenzione, però: la trama è nota, ma se non volete sapere come si sviluppa il film, fermatevi qua, perché certe inquadrature tradiscono un coinvolgimento ben preciso e vanno quindi descritte.
L'"eroismo" dei partigiani viene fatto intravedere solo da lontano (bellissima la scena della descrizione tramite una fanciulla che sale e scende da un campanile per raccontare la battaglia). Quando li vediamo più da vicino, i partigiani o sono feriti, o stanno per abbandonare il campo, o uccidono alle spalle un fantaccino tedesco, o assistono alle stragi senza intervenire.
Ora, io non pretendo che per forza, sempre e comunque venga fatto un elogio del partigiano. Ma quelle di Diritti sono scelte dialettiche ben precise, confortate sia da alcuni dialoghi nodali tra i campagnoli (stringi stringi: noi c'entriamo nulla nelle battaglie di sempre, ma siamo sempre messi in mezzo), sia da una dedica piccola piccola intraleggibile sui titoli di coda, dove ci viene detto che il film è dedicato ai contadini che subirono "guerre che non volevano".
Mi vien da chiedere quand'è che un contadino abbia mai "voluto" una guerra. Ma anche se questo non fosse nodale, ancora stiamo a fare i due pesi e le due misure? Non si riesce, cioè, a fare un film decente che racconti i problemi incontrati proprio dai partigiani. Sull'innocenza "a prescindere" dei contadini, delle povere genti, siamo tutti d'accordo; però con film come questo non si fa mai un passo avanti. Ovvio replicare che questo è un film sulla Strage di Marzabotto: ma almeno potevano evitarci questa solita solfa similpansesca in cui la guerra rende cattivi e malvagi tutti, neri o rossi che siano.
Altro punto, magari paranoico ma che mi è saltato addosso immediatamente. La codardia colpisce profondamente il padre della bimba protagonista: poi per riscattarsi si getta contro i mitra nazisti e muore "inutilmente". Mi sa tanto di remissione del peccato prima ancora che venga emendato... sempre che poi essere un contadino codardo sia un peccato.
Altro punto (veramente trascurabile): Beniamina, l'unica che si dimostra mentalmente aperta (tanto da parlare di sesso con una certa disinvoltura), sopravvive "temporaneamnte" alla strage, e si dimostra più coraggiosa di tutti uccidendo il nazista cattivo che la vorrebbe possedere. Sa tanto di un voler rovesciare a forza i canonici moralismi di certi film americani, dove alla tipa sarebbe invece capitato il contrario.
Per finire: se questi sono i film della riscossa del cinema italiamo, siamo messi molto bene. Però una volta per tutte piantiamola di "usare" la nostra Storia: la divisone tra buoni e cattivi era netta e nitida; il dibattito e i distinguo manierati lasciamoli ai cialtroni. C'è da costruire una Nuovo Cinema Italiano: le premesse ci stanno tutte; la sfida è aperta.

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