martedì 9 febbraio 2010

un discorso di pace

«Se questo era così destinato, che io, che primo mossi guerra al popolo romano, che tante volte ebbi quasi in mano la vittoria, proprio io per il primo venissi a domandare la pace, sono contento che il destino mi abbia tratto a domandarla proprio a te. Anche per te, fra tante tue insigni imprese, non sarà il minor titolo di gloria il fatto che Annibale, al quale gli Dei aveva n dato la vittoria su tanti duci romani, abbia ceduto a te, e che tu abbia posto termine a questa guerra, per le disfatte vostre più che per le nostre memoranda. E anche questo ludibrio della sorte avrà così voluto darmi il mio destino, che io, avendo preso le armi durante il consolato di tuo padre, e avendo trovato in lui il primo duce romano con cui venni a battaglia, al figlio di lui venga a chiedere, inerme, la pace. Ben sarebbe stato meglio se gli Dei avessero inspirato ai padri nostri questo consiglio, che voi vi foste appagati della signorìa d'Italia e noi di quella dell' Africa...
[...]
E noi due la trattiamo, noi ai quali sommamente importa che essa si concluda, noi che vedremo i nostri accordi, quali essi siano, ratificati dai nostri popoli. Soltanto in noi è necessario che sia spirito incline a sagge risoluzioni.
Quanto a me, ormai, l'età per cui torno vecchio nella patria da cui partii fanciullo, ormai le prospere e le avverse vicende mi hanno in tal modo ammaestra da farmi preferire la ragione alla fortuna; la tua giovinezza e i tuoi costanti successi, l'una e gli altri inspiranti maggior baldanza di quanta giova alle sagge risoluzioni, ecco quello che io temo. Difficilmente riflette su l'incertezza degli eventi chi non fu mai deluso dalla fortuna.
Quello che io fui al Trasimeno e a Canne, quello sei tu oggi. Te, in età appena valida per il primo servizio militare divenuto comandante supremo, te, accinto a tutto tentare con somma audacia, te la fortuna non ha abbandonato in nessun luogo. Partito per vendicare la morte del padre e dello zio, dalla sventura della vostra casa tu traesti un'insigne gloria di valore e di pietà eccezionali; ricuperasti le Spagne perdute cacciandone quattro eserciti punici; creato console, tu, quando agli altri mancava il coraggio per difendere l'Italia, passasti in Africa, e qui, distrutti due eserciti, presi e incendiati contemporaneamente due accampamenti, fatto prigioniero Siface re potentissimo, occupate tante città del suo regno e tante del nostro impero, me strappasti via dal possesso dell'Italia, che tenevo da ormai sedici anni.
Alla pace tu puoi preferire in cuor tuo la vittoria. Conosco anch'io codesti ardori, più grandi che utili; ed anche per me rifulse talvolta una simile fortuna. Ma, se nella prosperità gli Dei ci dessero anche il buon senso, non solo a quello che è avvenuto noi penseremmo bensÌ anche a quello che può avvenire. E anche se tu voglia non tener conto di tutti gli altri, ti sono io stesso un sufficiente testimonio delle più diverse fortune, io che, mentre or non è gran tempo, accampato fra l'Aniene e la vostra città, già ero accinto ad assalire e quasi a scalare le mura di Roma, e che ora tu vedi qui, orbato di due fratelli, valorosissimi uomini e insigni condottieri, davanti alle mura della mia patria quasi assediata, in atto di supplicare che le sciagure con cui io atterrii la città vostra siano risparmiate alla mia. Quanto maggiore è la fortuna tanto meno si deve in essa confidare; in condizioni buone per te, incerte per noi, la pace è magnifica e gloriosa per te che la dài, è necessaria piuttosto che onorevole per noi che la domandiamo.
Migliore e più sicura è una pace ben certa che una sperata vittoria; quella è in mano tua, questa in mano degli Dei. Non vorrai far getto della buona fortuna di tanti anni per il contrasto di una sola ora; da un lato considera le tue forze, dall'altro il potere della fortuna e la comune vicenda delle battaglie. Da entrambe le parti ferro, da entrambe ci saranno uomini; nella guerra meno che in qualsiasi altra vicenda l'evento corrisponde alla speranza. Non tanta gloria aggiungerai, vincendo, a quella che già puoi avere concludendo la pace, quanta ne perderesti se subissi qualche insuccesso.
Gli onori che già acquistasti, come quelli che speri, può annullarli la vicenda di una sola ora. Tutto è adesso in poter tuo, Publio Cornelio, per la conclusione della pace; dopo, sarà da accettare la sorte che avranno data gli Dei.
[...]
Non negherò che, per il modo non troppo sincero con cui fu recentemente domandata e aspettata da noi la pace, dubbia può essere per voi la fede punica. Ma, per la garanzia e il rispetto della pace, molto importa, o Scipione, da chi essa sia domandata. Anche i vostri senatori, come mi si riferisce, rifiutarono la pace perché non abbastanza autorevole era la nostra ambascerìa.
Ora io, Annibale, domando la pace, io che non la chiederei se non la giudicassi utile, e che la farò osservare per questa stessa utilità per la quale la chieggo. E come io feci ogni sforzo, fino a che non me lo impedirono gli Dei, perché nessuno si dovesse pentire della guerra da me intrapresa, cosÌ ogni sforzo farò perché nessuno si penta della pace promossa da me»

Tito Livio, Storia di Roma, Libro XXX, 29-31, trad di Guido Vitali - Zanichelli Editore, 1956

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