giovedì 30 settembre 2010

piccoli borghesi e grandi uomini

Arthur Penn è stato protagonista di un terzo della mia tesi di laurea, da cui vi risparmio ovviamente i numerosi estratti che potrei imporvi per almeno un mese.
Fatto sta che è sempre stato il tipico regista borghese, seduto sul piedistallo della sua immensa cultura, pronto ad osservare il mondo senza viverlo, e che ha saputo ovviare a quest'indole un po' affettata proponendo titoli che hanno segnato il cinema post '64, quello che già portava con sé la crisi dell'autorato puro (poi definitivamente messo da parte dai registi blockbuster alla Coppola, Lucas e Spielberg).
In molti lo ricordano per Piccolo Grande Uomo, reputandolo un film "dalla parte degli indiani" (mentre sostanzialmente non lo è, né tantomeno potrebbe esserlo), mentre secondo me ha dato il meglio di sé con Alice's Restaurant, un piccolo gioiello di nonsense che ha una sua forza anche oggi.
Chi invece ricordo con affettuosa commozione è Vincenzo Crocitti, uno degli ultimi caratteristi all'italiana, mai volgare o fastidioso, capace di sfruttare al meglio le sue capacità - forse limitate, e facendosi notare senza mai strafare. Sicuramente il suo film più riuscito resta Un borghese piccolo piccolo dove riesce a mantenersi in perfetta linea con l'esuberante presenza di Alberto Sordi (e di Romolo Valli, va detto). Un dramma vero, serio e ben fatto, di un cinema italiano di cui si sente veramente la mancanza (e che ieri è stato di nuovo mortificato da una scelta facile e sonoramente discutibile).

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