martedì 19 ottobre 2010

Burtone, la risposta è nel pugno

A volte le risposte ovvie e qualunquiste valgono più di certi ragionamenti pseudointellettualistici. Del resto a quelli di Spinoza che difendevano il post irriguardoso dell'altro giorno, ho sempre risposto con un'osservazione banale: "andate a dire ai cari dei defunti le battute senza ritegno che avete smerdato, e poi vediamo cosa succede".
Ecco, la stessa cosa può essere trasposta per il caso della rumena colpita a morte dal romano Burtone (con un colpo da picchiatore avvertito, altroché).
Fosse accaduto il contrario - e accadde - sai che storie ci sarebbero state.
Ma soprattutto: questi avvocati e questi deputati che piangono il fior dei vent'anni del balordo da consumare in galera anziché nella vita, dove saranno quando si tratterà di spiegare al figlio di Maricica Hahaianu che la mamma è morta per un misero litigio a sfondo razzista? DOVE SARANNO?
Eppoi: io conosco perfettamente il contorno sociale in cui vive il picchiatore. Lo conosco perché c'ho vissuto per nove lunghi e amarissimi anni, in cui non mi sentivo a casa mia, in cui rumori, sporcizia e inciviltà entravano sin dentro la mia intimità, ogni santo giorno.
Ricordo quanto fosse impossibile avere un qualsivoglia rapporto non dico civile, ma almeno umano. Ricordo i giovinastri che sfidavano ogni possibile regola di buona educazione e di civile convivenza con un modo di non-fare figlio della maleducazione dei genitori: padri arroganti e assenti, madri maschiliste e ossessive. Gruppi di giovani coltivati dall'estrema destra, inculcati di falsi valori e di finte prospettive, pronti al razzismo facile e al dileggio gratuito. E legittimitati da una cialtrona sinistra con chiacchiere sul disagio giovanile e da periferia che certifica tutto: una sinistra salottiera che non mette piede oltre Porta Furba da almeno quindici anni, e non sa un beneamato cazzo di quello che accade ai confini dell'impero.
Per dirne una: da quelle parti c'è il Parco degli Acquedotti. Potrebbe essere un gioiello. E, invece, è l'inizio dell'Inferno. Anche in pieno giorno i genitori sono costretti a far pascolare i bambini ai limiti dei marciapiedi, ben lontani dai prati e dei monumenti, vero e proprio ritrovo di spaccio (italiano) e di delinquenza (romana). Dove ai negozianti e al cittadino comune è vietato sperare nella presenza della legge, perché la legge non ha abbastanza uomini e mezzi (ricordo i miei lunghi e incessanti litigi col commissario di turno). Dove ogni pretesto è buono per insozzare, aggredire e picchiare, dove è pressoché impossibile provare a indicare strade di bontà (ne sa qualcosa il parroco di Don Bosco).
Lo ripeterò fino alla nausea: non usiamo il disagio giovanile come scusa. Non tiriamo fuori Pasolini quando ci fa comodo. Conosco decine di persone che ce l'hanno fatta, eppure affogavano nel disagio giovanile. È che se usassimo a giuste dosi disciplina e credibilità istituzionale, quelli che sbagliano come Burtone sarebbero la minoranza e marcirebbero giustamente in galera, biasimati per primi dagli amici e dalla società.
Poi, il recupero viene dopo. Ma intanto...

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