mercoledì 17 novembre 2010

Brescia, le ragioni degli sconfitti

Sul terrorismo ne ho scritte così tante che addirittura rischio di ripetermi anche in questo post; è anche vero, però, che il web insegna come la memoria sia labile, e quanto hai scritto due minuti fa già finisce nel dimenticatoio.
Un fatto ormai certo è che in Italia ci sono stati due terrorismi ben precisi nella forma, ancora poco chiari nella sostanza: un terrorismo nero, fortemente legato a una dissimulata (e parallela) Ragion di Stato che a volte incontrava quella ufficiale, ma che spesso si rifugiava in quella oscura ma conosciuta da tutti e mai chiaramente ammessa.
Poi c'è stato un terrorismo rosso, profondamente commistiato al parlamentismo democratico, e da cui quest'ultimo provava sempre a distaccarsi. Il terrorismo rosso nasceva da un preambolo ben preciso che poteva anche avere nobili intenti, ma che si è sviluppato nella forma peggiore che si possa usare per motivare le proprie ragioni: la violenza.
Una violenza sicuramente "mirata", mentre al contrario quella di destra era solo destabilizzante e vigliacca (raramente i fascisti hanno rivendicato i propri gesti, perché la codardia è nel loro dna), ma sempre violenza era.
Il caso vuole che quei protagonisti siano ancora tra noi, liberi da ogni peccato e sicuri da ogni turbamento, pronti ancora oggi a condizionare il nostro pensiero, il giornalismo, la politica, le scelte sociali, l'opinione pubblica. Protagonisti che non hanno una coscienza civile di ammettere i propri torti, le proprie malefatte, la propria sconfitta. Perché di sconfitta stiamo parlando. Totale.
Quando cioè lo Stato che vuoi abbattere, non solo persiste, ma mantiene al loro posto sempre gli stessi figuri e personaggi, di cosa vogliamo parlare se non di sconfitta?
E quando una società civile cui ti vuoi rivolgere anche in modi non terroristici, non solo non reagisce, ma cede di schianto alla cultura vincente che rappresentiamo per comodità con "gli anni '80", di cosa vogliamo parlare se non di sconfitta?
E quando i figli di quei terroristi, neri o rossi che siano, persistono pervicacemente a ricalcare gli stessi errori dei propri padri, con strumenti non armati ma comunque violenti e in malafede, di cosa vogliamo parlare se non di sconfitta?
Purtroppo l'Italia è un paese che non è uscito né sconfitto né vincitore dall'ultima guerra, ed è stato quindi molto facile manipolare la Storia a proprio uso e consumo rivendicando istanze opposte a quelle che rivendicava l'"altro". Atteggiamenti che non portano verità ma solo faziosismo e denigrazione fattuale di quanto è veramente accaduto.
Più volte ho scritto che sarebbe necessario un passo indietro da parte di tutti, dal mio minuscolo scranno di spettatore consapevole, di studioso appassionato, di frustrato cittadino che vede le rovine del proprio paese in mano a sciacalli invece che a soccorritori.
È una sofferenza tremenda e terribile, che non porta a nulla, se non a sperare che un giorno almeno una sentenza sia favorevole alla verità, e che dietro ci siano volute volontà di raccontare i fatti e non le proprie convenienze.
Con la scusa del "siamo tutti colpevoli", una volta quello scellerato di Erri de Luca ebbe a dire
«Si potrà parlare di quegli anni quando non ci saranno più prigionieri. Quando saremo tutti liberi potremmo sapere la verità su Calabresi».
Fai capire che sai chi ha ucciso Calabresi.
«Io questa frase non l’ho pronunciata. Se lo avessi voluto dire lo avrei detto».
Tu lo sai chi ha ammazzato Calabresi?
«Preferisco non risponderti. Non mi sento libero di parlare di questo».
C’è il pericolo di mandare qualcuno in galera?
«Anche: ne parleremo quando non avrà più rilevanza penale».
«Sapere chi ha ammazzato Calabresi è importante».
«Questo Stato lo ha già stabilito una volta per tutte. Chi è il mandante, chi l’esecutore. Lo Stato sta già a posto per Calabresi, come per Moro, ma quello che si vuole sapere, ed è una curiosità sana, è qualcosa di più sulle motivazioni, su quello cui la verità giudiziaria non può attingere: la verità storica, una verità che racconti le ragioni dei vinti».
Se queste sono le prerogative di partenza, se ancora oggi sorbiamo in venerato silenzio le stronzate di Adriano Sofri o di qualche suo omologo dell'altra fazione, se ancora ci pieghiamo alla logica di parte, non abbiamo alcun diritto allo scoramento per la sentenza assolutoria di Brescia.
I morti seppelliscano i morti; ai vivi lasciamo il diritto allo sdegno, con un nostro obbligato e doveroso silenzio.

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