giovedì 9 dicembre 2010

dentro il mio sciopero alla Rai

Tra le tante obiezioni che subisco ogni volta che dichiaro la mia adesione a uno sciopero, c'è quella dell'"ecco perché non farai mai strada dentro la Rai".
A pensarci bene è una contraddizione dialettica non di poco conto: io sciopero proprio perché questa mentalità deve cessare di esistere; lo sciopero, infatti, è un modo civile, riconosciuto e riconoscibile per dire la propria e per vedersi riconoscere diritti sacrosanti ed inalienabili, altrimenti che senso ha.
Il suo risvolto pratico, poi, è ancora più evidente: "danneggiare" civilmente gli interessi dei soliti pochi (di quelli cioè che veramente stanno danneggiando l'azienda), significa isolarli e metterli - appunto - soli di fronte all'opinione pubblica, che ovviamente dev'essere messa in condizione di comprendere la differenza tra chi lavora per migliorare l'azienda e chi invece lo fa solo per suo tornaconto (che a volte non è solo economico).
In più, nel caso specifico, la Rai ha delle difficoltà che rientrano nell'antico andazzo italico dell'invasione di campo continua e metodica da parte di tutti i politici (tutti!), e di tutte le cricche coinvolte più o meno direttamente e/o trasversalmente (e ci ficco dentro anche i nostri intellettualoidi di sinistra, altroché).
Aggiungeteci che da almeno un lustro a questa parte, la trattativa tra un artista e l'azienda passa anche per società esterne, che quindi fanno fisiologicamente lievitare costi e oneri, e che obbligano professionisti interni a stare seduti da una parte (perché sia l'artista - che soprattutto la società esterna che lo tutela - impongono professionisti propri, a volte più costosi).
Eppoi, io sciopero anche contro un certo modo di vivere dei miei stessi colleghi (sindacato incluso): sempre pronti a brontolare contro tutto e contro tutti, ma altrettanto rapidi a prestare il fianco al limite delle proprie stesse azioni pseudorivoluzionarie; se sei un raccomandato, o una persona imposta da meccanismi più grandi di te, prima o poi cedi al ricatto dello sguardo di chi sa cosa veramente sei, e da dove veramente sei venuto.
E non voglio raccontarvi di quei colleghi che lavorano sciattamente scientemente, o peggio ancora chi ha meriti che non ha meritato, o di chi impone protocolli lavorativi che ci fanno sembrare piccioni adibiti solo al premere il giusto pulsante, o di chi ti ruba la sedia sotto il culo, o di chi durante le riunioni ti attribuisce i suoi torti, o di chi fa di tutto per colpirti anche nella vita privata, perché son cose che pensate accadano anche nei vostri posti di lavoro.
Devo dire che spesso aderisco agli scioperi più per etica personale che per slancio ideale/idealistico. Perché alla fine la mia vita sarà segnata sempre dalla stessa sedia - perché la meritocrazia non esiste; dallo stesso identico e minimo ruolo - perché riconoscere un talento è vietato; dalla stessa impossibile impossibilità di fare carriera - perché non sono capace di muovermi; di non poter donare col cuore e la ragione tutto me stesso alla Rai.
So perfettamente che continuerò a guadagnare questa misera miseria di euro, su cui non posso costruire nulla se non la mia illusione di tentare di restare pervicacemente una persona perbene.
C'è - purtroppo e ancora - un miserrimo lumicino che mi tiene in piedi, una caparbia volontà di non mollare, di non cedere alla facilità dell'inedia e dell'inerzia. Da un po' di tempo lo faccio quasi in automatico, per istinto piuttosto che per convinzione. Però lo faccio...

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