venerdì 3 dicembre 2010

la riforma Gelmini vista da dentro

Prima di essere "una ricercatrice precaria a contratto", la fanciulla che mi ha scritto quanto segue è stata un'ottima compagna di viaggio professionale, nonché una professionista dalla rare capacità.
Il fatto che non lavori più accanto a me è un errore aziendale non indifferente che purtroppo si ripete frequentemente, e che in fondo è una delle basi delle motivazioni del nostro imminente sciopero del 10 dicembre.
In questi giorni ho fatto più volte cenno (sia qui che su twitter) su come i fighetti straparlino di questi argomenti senza averne competenza e contezza. E purtroppo sono più deleteri questi figuri terzisti piuttosto che i berlusconidi nudi e puri: perché avere "nemici" in casa è assai più avvilente che avere quelli veri fuori dalla porta.
Fatto sta che questa è una lettura interessante della riforma Gelmini; condivisibile o no, poco importa; quello che è nodale è l'approccio e il meccanismo intellettuale - e l'onestà intellettuale - che sostiene quest'analisi.
Per ovvio motivi la mia (ex) collega non vuole firmarsi, ma questo non toglie nulla alla qualità della sua analisi.



Caro Alessandro,
prima di iniziare a parlare e ad analizzare qualche punto della riforma Gelmini, è necessario fare una premessa: l'Università italiana ha bisogno di cambiamento. Così com'è oggi, ha talvolta il pregio di funzionare (mi viene in mente il caso di Giorgio Parise che tu hai intelligentemente pubblicato nel tuo blog), ma, essendo comunque un centro di potere, si riscontrano all'interno molti abusi e, di conseguenza, molti personaggi che utilizzano questo potere in maniera corrotta e clientelare.
Un primo male, tanto per fare un esempio, è quello per cui un mandato da Preside di Facoltà o da Rettore sia un titolo a vita, grazie ad escamotage legislativi che molti hanno ben saputo sfruttare per avere potere. Avere potere da queste parti significa avere capacità di "sistemare", "dare un posto" a persone e, conseguentemente, crearsi degli adepti a vita, disposti a votarti e sostenerti per ricevere poi successivi scatti di carriera, privilegi e quanto altro. Se la riforma Gelmini riuscirà nell'intento di eliminare questa possibilità, indubbiamente questo è un punto che va a suo favore.
Uno degli slogan centrali della riforma è stato quello del concetto di meritocrazia, punto sul quale in linea ideologica non si può assolutamente non essere d'accordo. Peccato, però, che allo stato attuale non esistano, o meglio non funzionino affatto, tutti gli organi di trasparenza che dovrebbero occuparsi di valutare la produttività degli Atenei e delle persone che vi lavorano. Per le facoltà umanistiche tutte, ad esempio, non esistono neppure i cosiddetti "impact factor" relativi alla produzione scientifica. Perciò, tanto per fare un esempio, un ricercatore di Lettere che scrive un articolo o una monografia, come può essere valutato? Il timore è che faccia sempre la parte del "fannullone" - altro termine del quale piace tanto abusare - ripetto al laureando in Medicina che, magari assieme al suo relatore di tesi, ha possibilità di pubblicare una parte del proprio lavoro in un articolo su Nature, Science, etc.
Altra considerazione da fare è la scandalosa equiparazione tra Università pubblica e pubblica non statale (su cui ovviamente è necessario fare delle distinzioni). Per quanto si possa parlare male della prima, chiunque abbia avuto un minimo a che fare con la seconda può raccontare cosa accada spesso in quei luoghi, dove la logica stringente è la seguente: pago ergo mi laureo. Il Governo in questo senso vuole andare oltre, finendo per equiparare alle pubbliche non statali anche organismi come il CEPU o le Università telematiche, che, in sintesi, potrebbero essere considerate come la Bocconi o la Luiss!
A fronte di tutto ciò, c'è poi l'annosa questione del reclutamento dei nuovi ricercatori (con contratti a t.d.), e della fine da far fare ai vecchi (che non si possono sopprimere in massa). I primi avranno accesso a concorsi per contratti fino a un massimo di 6 anni per poi passare direttamente ad associati, se confermati; i secondi perseguiranno l'associazione con concorso nazionale (nel vecchio modo insomma). Ecco, il problema non sta tanto nel come diventare associati, ma nei fondi effettivamente stanziati: il prossimo anno si avrà una flessione del 30% in meno per le borse di studio degli addottorandi (circa 1000 euro/mese), dove si pensa di trovare il denaro necessario per assumere tanti professori associati (che partono da uno stipendio, con contratto a t.i., di inizio carriera di 2000 euro/mese netti)? I vecchi, dunque, resteranno ricercatori più o meno a vita, i nuovi, quando ci saranno, vedremo se effettivamente avranno possibilità di restare dopo i 6 anni a fare il proprio lavoro, oppure se a 40/45 anni saranno costretti a riciclarsi (dove? Nei call-center?).
Baroni, parenti e tutte le altre menate di questo tipo? Figuriamoci, c'è qualcuno che può dire di apprezzare i padri potenti che piazzano figli e famiglie o i baroni che sistemano le fidanzate di trent'anni più giovani? Attenzione, però, mi verrebbe da pensare la questione morale in questo Paese non sia di certo un tema al centro della riflessione politica, dato che il Governo quasi ogni giorno è alla ribalta delle cronache a causa di una certa facilità a reclutare in Parlamento igieniste dentali, veline, showgirl della peggior risma. Però, col beneficio del dubbio, ti dico che se la riforma abbatterà questa prassi tutta italiana, plauderemo al Ministro e alla sua task force con grande enfasi.
Infine, e chiudo, l'entrata negli Atenei di consigli d'amministrazione con personaggi provenienti dall'esterno, e secondo una logica aziendale. Ti sembra che questo abbia portato giovamenti in altri settori? Le ASL, ad esempio, funzionano?
Insomma, come diceva un vecchio adagio, meditate, signori, meditate...
Un abbraccio e complimenti per il romanzo!

Ovviamente ti chiedo di non pubblicare nome e cognome, ma solo "una ricercatrice precaria a contratto", che è quelllo che sono!

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