mercoledì 15 dicembre 2010

lotta armata?

Intanto scopriamo che secondo Repubblica ci sarebbero le prove di un infiltrato delle Forze dell'ordine tra i dimostranti (impossibile immaginare il contrario, e cioè un manifestante infiltrato tra le Forze dell'ordine).
Sull'onda delle emozioni di ieri - specie per noi romani - in molti sul web hanno paventato la possibilità di una recrudescenza di violenze simili a quelle che si vivevano negli anni '70.
Il più aggressivo, come sempre, è stato Francesco Costa, che ha posto la questione da un'angolazione scientemente provocatoria, riducendo il dibattito dentro un ambito ben ristretto (giocoforza costringendo gli interlocutori a muoversi solo tra due estremi).
In sintesi: Di Pietro ha più volte paragonato quella di Berlusconi a una dittatura, ponendo paralleli con nomi ben più "illustri"; se questa allora è una dittatura, Costa giustificava le violenze di ieri, facendosi ipotetico promotore di una credibile lotta armata.
Come al solito fa un bel casino dialettico, non accettando altro commento/dibattito che un non accettare la sintesi dipietrista. Troppo facile e troppo infantile.
Però dietro questi elementi così riduttivi il dibattito si può aprire, cercando sinteticamente di allargare i nostri orizzonti verso qualcosa di interessante (e ipotetico, per carità).
Punto primo: la lotta armata deve essere un'estrema forma di scontro contro chi riteniamo sia nocivo per la nostra società. Usare la violenza tanto per usarla, fa ridere, pena e rabbia, specie tenendo conto che tra chi gioca con queste sciagurate parole ci sono figli di chi quel terrorismo lo fece, senza aver MAI chiesto scusa per i danni generazionali provocati, e che ancora permangono.
Punto secondo: le rivoluzioni le fanno le minoranze, quelle in genere più avvertite o comunque partecipi del contesto sociale. Ovvio che sarebbe "necessario" avere dalla propria parte anche chi detiene ufficialmente l'uso della forza (tra Forze armate e Forze dell'ordine trovi sempre una minoranza d'accordo con te).
Punto terzo: lo status di necessità di una lotta armata va intuito; non è lì pronto sul piatto. Basta "azzeccare" il momento giusto.
Punto quarto: chiarito il pretesto per la lotta armata, si passi al messaggio. Bisogna tener conto cioè che se la minoranza danneggia in qualche modo gli "interessi" della cosiddetta "maggioranza silenziosa", questa non potrà mai avere alcuna simpatia per gli ideali propugnati. Classico esempio sono state le Brigate Rosse, che cominciarono a perdere simpatie in maniera radicale dal sindacato solo dopo aver ucciso Guido Rossa.
Punto quinto: gli intellettuali giocano un ruolo determinante. Dopo la morte di Pasolini, mi sapete dire un solo nome di un intellettuale vivente che sappia parlare nei salotti e che non stia però sui coglioni alla gente? Io vedo solo furbetti pronti a mantenere il proprio spazietto e la propria roba. E la "cccultura" italiana è diventata uno schifo di cortesie e clientelismi in cui il centrosinistra sguazza alla grande.
Punto sesto: ad una lotta armata deve sempre seguire una classe dirigente preparata che sappia amministrare le conquiste effettuate, rimettere ordine al panico, e sappia rispondere alle necessità immediate di chi ha assistito allo scontro senza partecipare, e il cui giudizio/partecipazione è il nodo essenziale per esprimere una democrazia vera e fattuale.
Punto settimo: Camus diceva che un rivoluzionario, anche il più anarchico, aspira sempre ad imporre un proprio ordine. Ebbene, alla luce di quello che abbiamo visto ieri, se quello è l'inizio di una lotta armata (certo non "di classe", considerata l'etereogeneità dei partecipanti), vanno subito individuati sia una potenziale classe dirigente credibile e che abbia una visibilità/approvazione più vasta rispetto al numero della minoranza (dei rivoltosi), sia un ordine autentico e genuino da sostituire a quello preesistente.
Punto ottavo: la televisione ha cambiato l'ordine dei fattori, riducendo al lumicino partecipazione e consapevolezza. Checché se ne dica, il web ha ancor più peggiorato la situazione (geniale in questo l'apologo di Guzzanti: "veicolando un maggior numero di informazioni" - certo, "ma, aborigeno, io e te che cazzo se dovemo dì"). Non esiste più una carta stampata militante e credibile; solo militante, semmai, e addirittura affettata nel suo essere corsì retoricamente ancorata a schemi e personalismi dialettici veramente ridicoli.
Punto nono: vista e considerata la situazione italiana del momento, esiste uno solo dei punti illustrati che venga in qualche modo soddisfatto? Siamo cioè - riassumendo i vari argomenti - arrivati al limite, oltre il quale è obbligatoria la lotta armata? Sussiste una minoranza di persone ben preparate e disposte alla lotta armata? Pensate voi che ci sia uno status di necessità che obblighi solo e soltanto a una ponderata lotta armata? La maggiornaza silenziosa potrebbe essere stimolata positivamente? Abbiamo uno/due intellettuali pronti a dare dignità a questa lotta, come anche una credibile classe dirigente in nuce? Qualora dovessero vincere questi rivoltosi, che cosa propongono?
Ma la vera e unica domanda che ancora non ho posto è: chi colpire? Qui Costa non prova neanche a rispondere, perché sa che la posta della sua provocazione diventerebbe troppo alta. E finché giochiamo con i post, mi sta pure bene: ma quando si scende dentro le barricate, ci vorrebbe un po' più di adulto senso della responsabilità.
Eppoi: siamo davvero in una dittatura? Anche qui Costa gioca con le parole, dimenticando che ogni evento gode di un suo specifico contesto, e le dittature del passato appaiono per quello che proprio non erano, perlomeno nella loro quotidianità. Cioè: la gente viveva la propria quotidianità, magari non rendendosi conto dei limiti imposti dal potere; anzi, partecipandoci involontariamente. A noi, insomma, arrivano in una sola pagina/paragrafo/saggio, anni ed anni di microquitidianità, in cui ben pochi - comunque una minoranza - percepivano la reale portata del dramma della dittatura; i tanti, o non se ne accorgevano, o erano d'accordo, o partecipavano al flusso di incoscienza delle masse. Ergo, questi elementi nodali - strutturalmente parlando, quindi - possono essere trasposti per ogni dittatura; ma non le visioni icastiche delle dittature cui facciamo sempre riferimento.
Ovvio, cioè, che quella di Berlusconi non sia una dittatura assimilabile a quelle recenti di Mussolini, Hitler o Stalin; però la nostra non è una condizione ottimale della democrazia. Come vogliamo chiamarla questa Italietta? Non è una dittatura? È democrazia?
Perdere tempo a metterci d'accordo - ancora!?, dopo 17 anni! - su quello che abbiamo di fronte, mi ricorda certe scene del bellissimo Terra e Libertà: l'analisticismo che ha caratterizzato il dibattito comunista di quei tempi, ha di fatto regalato il campo alla vittoria avversaria.
Se di lotta armata non dovremmo neanche parlare, dovremo anche smetterla di giochicchiare ai distinguo. Tra noi ci sono troppi fighetti che perpetuano/alimentano il campo in cui il berlusconismo attecchisce con facilità: che facciano un passo indietro, che cessino questo loro terzismo salottiero.
La vera lotta a Berlusconi inizia con l'essere uniti... esattamente come lo siamo stati noi 85% di dipendenti della Rai, scioperando compatti. Il 10 dicembre, davanti a viale Mazzini, c'erano bandiere di ogni colore politico, maestranze di ogni posizione aziendale. Uniti, concretamente uniti, con pochi slogan, poche idee, ma chiare e credibili. È stato un laboratorio perfetto, cui però non ha creduto nessuno al di fuori di noi. Forse per questo i mass media non ne hanno parlato: abbattere il personalismo per far vincere gli individui è forse un'idea illuminista troppo illuminata.

5 commenti:

Bos ha detto...

Secondo me non sussiste nessuno dei motivi che tu elenchi. E però mi fa paura anche solo che si cominci a parlarne... Mentre mi sembra molto vera (storicamente) la parte da Eppoi a riferimento. Ma non c'entra col qui e ora, secondo me. Sono un ottimista?

Me ha detto...

Sul punto quinto: ci potrebbe essere Aldo Busi.

Sul punto settimo e su internet non sono d'accordo, ma occorrerebbe troppo spazio, ti consiglio però Rifkin e la società dell'empatia.

Infine attento a chiamarli fighetti, a loro non va bene nemmeno quello.

Ciao Luigi G. (Urlo)

AL ha detto...

@bos
Non saprei certo dirti io se tu sei un ottimista (anche se il tratto del tuo stile evidenzia un approccio almeno lucente).
Ovvio che non se ne debba parlare: Costa ha svaccato, e se ricevesse un pizzico sul culo ogni volta che dice sciocchezze, avrebbe serie difficoltà a stare seduto per un paio di mesi almeno.

@Urlo
So contento che tu mi abbia scritto, perché proprio oggi ho twittato la tua analisi su ilPost, e che forse domani riciccio qua.
Mi piacerebbe invece leggere la tua analisi e le tue perplessità.
In quanto ai "fighetti", se scendessero dal palchetto che si sono costruiti col loro debordante ego (e se magari fossero più educati), magari potrebbe venir fuori un bel dialogo.
Così come stanno le cose, ci si scontra solo con la loro supponenza.

Grazie a tutt'e due,
Alessandro

Me ha detto...

Ciao in effetti ti ho scovato grazie al tuo twit.

Mi sono però sbagliato, sul punto sette condivido, era l'ottavo che mi lasciava perplesso, sono un ottimista della rete e secondo me i personalismi dialettici di cui parli sono la conseguenza della cultura italiana, non del mezzo che li provoca.

Quei fighetti che però mi spiace chiamare fighetti perchè non vorrei dare loro inutili soddisfazioni, oltre ad essere arroganti sono secondo me (molti di loro, per carità, non generalizziamo) estremamente faziosi.

Ciao grazie!

AL ha detto...

Grazie a te!
Teniamoci in contatto,
Alessandro