mercoledì 12 gennaio 2011

Ratzinger, scarpette rosse e memoria corta

Dice: i fatti egiziani. 
Nulla da ridire: è stato un massacro, terribile e imperdonabile, che non deve essere vincolato da nessun "ma" successivo.
Le cose che ho letto e sentito contro gli islamici, però, mi hanno fatto inquietare, e non poco. Certo è che non posso ridurre tutto alla mia scarna esperienza marocchina (preceduta, però, da altre egiziane, maldiviane e personali).
Fatto sta che stare dentro quel modo di essere islamici non è cosa molto complicata: nessuno e niente ti fanno pesare che islamico non sei. Punto e basta.
E quando si parla di reciprocità, di restrizioni contro i cristiani o cose simili, non solo ci si dimentica che noi le preghiere le vietiamo (o buttiamo piscio di maiale nei luoghi preposti al culto diverso da quello cristiano), ma che dalle parti "loro" di chiese "nostre" ce ne sono, eccome.
No, non sono diventato filo arabo; è che non sopporto la malafede. Del resto, poi, non ho mai nascosto la mia simpatia per Israele, e la mia antipatia per i borghesi timorati che tifano sempre-e-solo per il cosiddetto "Terzo Mondo" (malcelando spesso un atavico antisemitismo di ritorno).
Credo però che il recente dramma egiziano sia stato affrontato con una malafede sconcertante. Senza scomodare i "facili" 80 milioni di morti amerindi causati dalla Chiesa del 1500, e senza proporre tante belle argomentazioni strutturate su quest'ultima strage, poniamoci una sola domanda semplice semplice: ma il Vaticano dov'era quando si scatenò la macelleria slava contro i musulmani bosniaci?

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