martedì 1 marzo 2011

il difetto di essere italiano

Iniziare a leggere un libro, e constatare che l'autore ha scritto le stesse identiche denunce che io dico addirittura da prima che aprissi questo blog, fa impressione. Ma anche paura e rabbia. "Paura", perché vuol dire che le schifezze che denuncio esistono almeno per un'altra mente, più intelligente e colta; "rabbia", perché i toni e le argomentazioni sono simili, e i miei insuccessi forse sono dovuti più al caso che alla mia conclamata mediocrità.
Certo è che avere il coraggio di trovare soprattutto nel Vaticano (nella Controriforma) una delle chiavi per capire l'indole vile e opportunista dell'italiano medio attuale, significa l'aver preventivamente immaginato che comunque vada la riuscita editoriale di questo testo, il proprio pensiero non avrà spazio, circolazione, senso, visibilità, onore di cronaca, come invece meriterebbe.
Circostanziare accuratamente il male terribile che l'oscurantismo clericale ha causato alla cultura italica (anch'essa complice e vittima, intendiamoci), capire le esatte soluzioni, individuare precise debolezze, avere l'onestà di additare all'italiano medio le sue numerose responsabilità morali e civiche... insomma, Ermanno Rea, nonostante sia napoletano (o forse proprio per questo), si sfoga col suo lettore, di brutto e con decisione, perché non ne può più di assistere allo sfascio dell'Italia moderna. Sfascio che ha origini ben precise e ultracentenarie.
Non è solo una questione marchiana ed evidente come può esserlo il recentissimo "caso Ruby" (che in fondo ne è, invece, l'aspetto più visibile), ma tutta una serie di impalpabili indizi che si sono accumulati nei secoli, e che hanno portato l'Italia a subire anche un "caso Ruby" senza batter ciglio (e con i mille distinguo che si stanno accumulando, anche tra i "nostri").
C'è molto di più, insomma. Ed è nel costante vivere di furbizie, di strategismi, di tatticismi, di malafede, di conventicolismi, di terzismi, di sudditanze, di odio per le leggi e per l'autorevolezza, di allergia alla buona cultura (che non siano cioè libri/dischi/arte imposti dalle solite mafiette intellettuali), di fastidio per la meritocrazia, di disprezzo per i colti, di arroganza contro gli umili, di incoerenza nei confronti del dettame evangelico, dello sfruttare la propria posizione spirituale per arraffare tutto l'arraffabile, di entrare dentro le case altrui imponendo ogni possibile etica bacchettona e clericofascista, di supplire alle assenze istituzionali con presenze comicodittatoriali, di sobillare la gente solo per tornaconto privatistico, di fare qualcosa sempre e solo in cambio di qualcosa, di pensare preventivamente male dell'altro, di vedere nella donna solo strumento di piacere, di vietare diritti sacrosanti ai gay perché lo suggerisce il "buon senso" (come ha ben determinato Severgnini), di sfogarsi contro i deboli e di piegarsi ai più forti, di pregare per la propria rrroba ma non per il bene comune, di favorire gli amici e i parenti ma non gli sconosciuti meritevoli, di costruire e imporre regole fasulle ed ipocrite per poi essere i primi ad eluderle, di considerarsi al centro dell'universo facendo finta di non sapere dove/cosa sia il vero universo, di rinnegare ieri quello che farai oggi perché magari non potrebbe non tornare utile domani...
Certo, Rea crede ci sia qualche speranza di redenzione, di miglioramento (peggio di così, dove potremmo arrivare?). 
Io ormai no: essere italiani, ormai, è diventato solo motivo di fastidio, quasi di vergogna (e di gogna psicologica); far parte di questo popolo così svuotato della propria identità e dignità, mi fa letteralmente venire dei tristi brividi.
Rea resta e dice la sua, inascoltabile come sarà, strumentalizzato come verrà. Io, invece, non vedo l'ora di andarmene.
Vedremo chi dei due avrà ragione. Intanto leggetevi questo suo libro: ne vale veramente la pena.

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