giovedì 3 marzo 2011

privato della scuola pubblica

Se un'esperienza personale non fa né statistica né un'idea d'insieme, il fatto che io abbia sempre e solo frequentato scuole private mi consente di saperne parlare con un minimo di conoscenza diretta - sempre vincolata dalla prospettiva immatura dell'età, è ovvio.
Sono del '66, e la mia vita scolastica è stata condizionata dall'essere nato d'estate: per una serie di scelte non mie (e tutte in buonafede, per carità), sono sempre stato un anno avanti, almeno finché non ho dovuto ripetere il primo anno di liceo scientifico.
Scuola identica fino alle medie: educazione di chiara estrazione nordica (erano tutti irlandesi), basata sul merito e sull'eguaglianza; compagni di classe, invece, figli di democristiani, missini, e borghesi di alto lignaggio. Di conseguenza, figli inamidati e vecchi in partenza, con tutta la messe di preconcetti sul giovanissimo groppone che ne conseguiva. E io ne ho sempre sofferto: in classe ero "il comunista" (già a 6 anni, figuriamoci) solo perché a casa mia si leggeva il Paese Sera, mio nonno era notoriamente di stampo socialdemocratico (e divorziato!), e i Sassano - papà compagno di Gramsci, figlio redattore della sessantottina Zanzara - erano amici di famiglia. Tant'è che di quel periodo ricordo un'ottima preparazione scolastica (addirittura più avanti rispetto alla media di allora), ma una pessima frequentazione tra i compagni di classe.
Liceo scientifico nella scuola più antica di Roma, e forse d'Italia. Archiviando il primo primo anno di scientifico, ricordo cosa furono i successivi cinque anni: ottimi professori solo tra quelli di stampo progressista; pessimi e stronzissimi, invece, quelli di stampo conservatore. 
Chi batteva ogni record di malafede fu una professoressa baffona, suora laica e col toscano sempre spento in bocca, che ci insegnava una Storia che immagino non sia mai stata immaginata neanche tra le menti del più contorto mussoliniano; una Filosofia ai limiti della fandonia più assoluta; se non andavi con lei alle riunioni di Comunione e Liberazione, poi, un voto più basso assicurato. Il suo stile era: avvicinamento affettuoso, confidenza assicurata, sputtanamento davanti ai colleghi, costringerti alla mortificazione della tua persona una volta confessati i tuoi peccati... pubblicamente.
Le faceva eco il professore di Geografia Astronomica: un vero e proprio flagello dell'Universo. Mai vista la Scienza trattata con così misero rispetto.
Per finire in bellezza con la professoressa di Biologia, per cui l'omosessualità era addirittura un reato; l'aborto e il divorzio delle ignominie gravissime e senza speranza; lo stupro un'impossibile fatalità, visto che le donne sono naturalmente dotate di una muscolatura appositamente preposta a respingere ogni tentativo di violenza carnale (della serie "se accade, te la sei cercata").
Se dovessi fare nomi, preferirei limitarmi a quelli dei professori veramente bravi, che mi hanno lasciato qualcosa, e non solo nel cuore (che in questi casi conta nulla). Ovviamente osteggiati dai miei compagni, in realtà amavano stimolarci il dubbio, la verifica, il lavoro di gruppo, lo messa in disussione di ogni obiettivo raggiunto.
Si chiama(va)no Vincenzo Di Biase e Massimo Desideri. Il primo, grande vate della Matematica, e pittore a tempo perso: non ci ho mai capito nulla, ma le sue lezioni erano strabilianti e veramente suggestive. Sentivi il cervello lavorare, affaticarsi dolcemente, crescere, maturare oltre ogni misura.
Massimo Desideri, poi, è stato uno strepitoso insegnante di Italiano: il suo modo di intendere la  "missione" era veramente all'avanguardia. E se oggi ancora mantengo viva la mia passione per l'Umanesimo, lo devo anche e soprattutto a lui. 
Chiunque di voi abbia avuto - o ha - la fortuna di frequentare questi due dotti e colti maestri dell'insegnamento, li conservi stretti stretti nel cuore: di gente così se ne incontra poca; due insieme, poi, è privilegio raro.

ps prima che pensiate chissà cosa: alla maturità ho preso 36

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