29 maggio 2011

l'albero di Malick

Premessa necessaria e sufficiente, almeno per chi viene in questo blog per la prima volta: 1 non credo nella critica interpretativa; 2 non amo il critico all’italiana (perché segue troppe convenienze extrartistiche); 3 sono convinto che un’opera non debba necessariamente "piacere"; 4 l’opera d’arte non va “capita”: può piacere o non piacere, senza sensi di colpa o timori reverenziali di sorta (e attenzione a quelli che “spiegano”: spesso parlano solo di loro stessi).
Detto ciò, se non avete visto l’Albero di Malick, forse è meglio che non andiate oltre questo secondo paragrafo. A me è piaciuto, molto (forse troppo), e quello che voglio raccontarvi sono alcuni spunti tecnici miscelati ad alcune sensazioni. Sensazioni totali, che quindi potrebbero raccontarvi qualcosa del film. Il bello è che non c’è un “come va a finire”, perché in fondo è l’inizio del film il come va a finire; sempre che di finale si debba parlare. Quindi, se volete, prendiamoci questo tè insieme; altrimenti ritornate quando (e se) l’avete visto.

Ebbene, pensate a un dolore enorme, il più devastante che abbiate mai provato. Pensateci per un solo istante, e poi chiedetevi: cosa ho provato?
Sapreste raccontarlo per sole immagini?
E quindi: che giustificazione date a quel dolore così immenso? Di conseguenza: perché dio, o chi per lui, permette la sofferenza? Qui dovrebbe scattare in piedi il filosofo esperto per parlare di teodicea (e del resto, Malick cita esplicitamente il Libro di Giobbe), di Leibniz e di Boyle; allora tutti a casa, a chiedersi perché bisogna scomodare tanta sapienza per giustificare una morte ingiustificabile; oppure: perché bisogna “sapere” tutte queste cose per “entrare” nel film.
Alla seconda parte ho già risposto implicitamente nella premessa: non è necessario conoscere il dietro le quinte di un pensiero che “genera” arte; però, in questo caso, può essere utile e “divertente”. Alla prima parte, rispondo con una domanda: è necessaria la sofferenza per capire quanto vale la vita? O meglio: perché dio, o chi per lui, ci fa soffrire, e di una sofferenza così totale quale sola può sgorgare dalla morte di un figlio?
Per come viene comunemente e “visivamente” proposta, la sofferenza è una landa desolata e oscura, e la musica che la accompagna sarebbe dolente e devastante. E, invece, Malick propone un’operazione opposta: ci mette dolcemente di fronte alla magnificenza del Creato (atea o religiosa, poco importa), e la celebra con sontuose e bellissime inquadrature in cui la recitazione e la cinematografia vengono quasi messe via (per quanto non sia necessario un canone per stabilirne i limiti, no?). Eppure a recitare sono proprio le sensazioni assolute, quelle che mai ci potremmo aspettare nella descrizione di un dolore; sensazioni nostre, e che ci avvolgono lungo tutta la seconda parte della proiezione.
Va detto: ci sono momenti visivi che (banalizzo, eh) magari potrebbero ricordare 2001; ma non è così semplice: se qualcuno fa intravedere un pianeta, non è che va subito accomunato a Kubrick o a Piero Angela; è il contesto del film che conta.
Malick, quindi, esplora il Creato, l’Universo degli albori che non ci sono più, oppure (e anche) quegli albori che ancora oggi si manifestano in tutta la loro modernità (vulcani, acque, lo spazio), e li racconta con una fotografia titanica, una regia che osserva, e una serie impressionante di bellissime “cose” che ci circondano e che in genere ci accompagnano nella nostra esistenza, senza che ce ne accorgiamo.
Ma poi, e alla fine, sono proprio queste “cose” che ci suggeriscono quanto possa essere comunque lenita la morte di un figlio, quanto cioè tutto quello che stiamo passando di doloroso sia invece così nulla di fronte al Tutto. Malick sembra costringere lo spettatore a chiedersi: quali sono gli esatti confini del mio lutto, del mio mondo insomma, dinanzi al Mondo vero e proprio?
Ammettiamolo, quando cediamo a questo tipo di domande (che cinematograficamente sarebbero “furbe” e efficaci), la cultura bianca e occidentale si ferma attonita e soffoca, rassegnandosi. Haivoglia, quindi, a film dolenti e dolorosi che tanto piacciono al borghese medio. E, invece, Malick non indugia nella rassegnazione: non apre cioè il film, raccontandoci in maniera aulica cosa era la vita del bimbo prima che morisse; invece, ci butta subito addosso il sentimento del dolore (e che chiunque altro avrebbe messo nel finale). Ci costringe a fare i conti col sentimento puro e con la sensazione di totale perdizione, e anche con la futilità di tutto questo (che poi, forse, può anche essere letta con la granitica resistenza della mamma che vuole superare il buio grazie anche alla fede).
Finita questa prima parte così sospesa, solo dopo Malick ci racconta la breve vita del fanciullo; genuinamente, per quella che è stata (e che in tutto il film si dipana a sprazzi di raffinati colpi di pennello, fino al grandissimo finale): una vita vissuta, con un padre autoritario (un Brad Pitt ripreso spesso di quinta, o comunque di profilo), con una madre dolce e delicata (e di una sensuale maternità, sempre casta e sempre ai giusti confini del ruolo), e con un fratello maggiore di rara bellezza spirituale (chi lo interpreta, ha il privilegio di ricordare somaticamente il perfetto Caviezel della Sottile linea rossa).
Insomma, Malick ha capovolto la tipica sintassi filmica: prima ha rappresentato il dolore (quindi, non un dolore entro cui ci si possa immedesimare; tanto che lo spettatore non lo proverà all'istante); poi, ha ipotizzato la dimensione esatta di questo dolore di fronte all’assoluto; infine, ha pennellato il breve vivere del nostro protagonista, aggiungendo una conclusione finale che meriterebbe caterve di libri, di scritti, di impressioni, per quanto lasci aperte mille porte interpretative e suggestive, tutte pertinenti, tutte logiche. E il bello è che di fronte a tutto questo, finalmente ti commuovi; tutto quello che hai visto prima si era sedimentato in un cantuccio del tuo animo, e adesso esplode “serenamente”. Un’operazione estetica e stilistica di rara maestria.
Certo è che Malick lavora di fino, di un’apparente lentezza, che invece io vedo più come sospensione; con delle accelerazioni, poi, che veramente fulminano anche il cuore più distratto. Come non restare coinvolti durante i giochi infantili con i genitori? Come non sentirsi esattamente a tavola con i protagonisti, quando il padre alterna rimproveri a dolcezze, o con la madre sulla quale dispone litigi e tenerezza in egual misura? Come non restare affascinati dalla lenta e genuina crescita del primogenito, che prima subisce la durezza del padre, poi si ribella, e poi quando è maturo la sa quantificare e qualificare per quello che era?
Malick sfida ogni possibile rigore di grammatica registica, usando camere a spalla là dove è necessaria un’inquadratura statica, o comunque rigorosa; mettendo (pochi) dialoghi là dove sarebbe necessario il silenzio; disponendo di fior di interpreti, senza quasi farli parlare (la voce del sacrificato Sean Penn è solo fuori campo); accennando spesso a brevissimi frame fuori contesto che però restituiscono esattamente il sentimento di quella specifica sequenza (signori, è roba da Ėjzenštejn!); scomodando un velociraptor del cretaceo che risparmia una delle sue vittime, per significare una forma di pietas basata sull’istinto (se non scappi, non sei una preda; qui qualche critico ci vede la morale americana); descrivendo la morte e la vita come un identico passaggio; presentando un ipotetico paradiso (o ritrovo di anime, di coscienze, fate voi) vicino una spiaggia desolata (ma non desolante), in cui tutto sembra fermo… ma lo spirito di chi ha vissuto tanti anni nel ricordo - nel dolore, nel rancore, nel dubbio - è cambiato, e cambiati saranno i sentimenti con cui i protagonisti si abbracceranno ormai liberi da ogni freno, emotivo, fisico e spirituale.
Se non vi vengono le lacrime in questo momento, vuol dire che il film non vi è piaciuto. Non importa: sicuramente vi commuoverete per altro. Io, invece, da quando l’ho visto non riesco a togliermelo dalla mente, tanto mi ha coinvolto nel mio io più inafferrabile.
Ho fatto cenno alla stratosferica fotografia, senza luci artificiali (ma da Malick te l’aspetti), e anche al come il nostro adori ribaltare certi canoni comuni. Ebbene, Malick applica queste due attitudini anche nella scelta delle musiche non originali, capovolgendo il significato dei brani usati, estirpandoli dalle loro originarie intenzioni compositive. E già: la morte del figlio viene accompagnata dall’incipit del Titano di Mahler, che il grande compositore scrisse pensando alla primavera (e che io ho sempre riferito alla Vienna mitteleuropea, ricca di carrozze e cavalli); Malick l’ha trasformato in un lutto.
C’è poi la Lagrimosa che Zbigniew Preisner intarsiò nel suo Requiem for a friend dedicato al compianto Kieslowski, trasformata da Malick nell’inno gioioso e riverente all’Assoluto, mantenendola ben salda tra le riprese di una Supernova in evoluzione.
E, infine, cosa c’entra la Moldava dalla Má Vlast di Smetana? Dico, in origine parla (letteralmente “parla”) di un fiume; e, invece, Malick l’ha trasformata in un folgorante inno alla giovinezza. Che nostalgia (mai vissuta, poi) vedere quei bimbi felici, rincorrersi tra loro e sbeffeggiare dolcemente i due genitori…

Per concludere, fosse questo film la vera via a un modo di intendere la religione, non avrei alcuna difficoltà ad avvicinarmi ad essa e ai suoi misteri. Fossero questi i veri cristiani, sarebbe stimolante ed avvincente intavolare discussioni e chiacchierate sul nulla e sul tutto.
Malick ha fatto una straordinaria operazione, in cui alla fine ci si sente vuoti e impreparati ad affrontare le luci della sala appena accese. Malick ci ha indicato una strada che ha bisogno di una profonda coscienza; e la coscienza, si sa, è una infallibile amica.

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