martedì 14 giugno 2011

Rai: io e Fazio pari non siamo

Da 18 anni ormai lavoro in Rai, entrato per pura fortuna (senza raccomandazione di alcun tipo), e rimastoci dopo mille peripezie, questue, rari momenti aulici, frequenti periodi segnati da umiliazioni professionali di ogni tipo... ho pure vinto la causa per i primi due gradi di giudizio (la Cassazione sta decidendo la data dell'ultimo grado).
Ho subito torti da destra come dalla "mia" sinistra, con la stessa intensità e con la stessa totale mancanza di meritocrazia, di strategia aziendale, di visione d'insieme, di buon utilizzo della mia persona.
Adoro l'idea di "servizio pubblico": è un valore assoluto, che per me è quasi una missione, un "dover fare" kantiano, un rispondere non solo alla mia coscienza (che magari è un po' indulgente), ma ai mille volti che incontro per strada quando "stacco" da lavoro, un chiedermi sempre se ho raggiunto l'eccellenza anche e solo rispondendo a una telefonata. Questa è un'azienda ricca di cose, ricchissima di capacità professionali che si ammazzano letteralmente contro i mulini a vento del management a volte opportunista e/o incapace, contro il dirigente messo là da destra o da sinistra, e che non conosce nulla della sua mansione.
Ci sono, però e anche, delle regole professionali e delle regole aziendali da seguire; com'è giusto che sia, e come càpita in ogni azienda di queste dimensioni e di questa assoluta importanza. In più, come contraltare, non credo che i nostri disagi professionali e umani debbano riverberarsi sul nostro lavoro: anche se prendo uno stipendio scandaloso, cioè 1100 euro netti al mese, anche se spesso non sono ben comandato, cerco sempre e comunque di rispondere ai valori non scritti e a quelli scritti con eguale impegno e con costante dedizione. Perché così deve essere e così va fatto.
MA! C'è un enorme MA.
Ma se io dicessi un allusivo "vaffanbicchiere" al mio dirigente, davanti a 8 milioni di persone pergiunta; se io scrivessi le furbe sciocchezze di Fabio Fazio; se io, insomma, rivendicassi i miei diritti e segnalassi i mille torti subìti in quei due modi e con quella enfasi, sapete cosa accadrebbe? Da una parte, nessuno ci farebbe caso; dall'altra, verrei immantinente pu-ni-to dall'azienda per aver violato i codici scritti (e non scritti); e comunque non sarebbe quello il modo di esprimere le proprie rivendicazioni.
Potrete obiettare che la misura è colma, che lo status tutto italico che ammuffa la Rai non consente rigidità e correttezze di sorta, che una qualsivoglia forma di rivoluzione - anche la più sofisticata - prevede scarti e rotture. Vero. Com'è anche vero che se Santoro e Fazio fossero nelle mie condizioni (e in quelle dei miei numerosi colleghi), non farebbero le danze dialettiche e/o aggressive (a seconda delle convenienze, cioè) che si permettono, peraltro mettendo a rischio le professionalità che li supportano e che consentono loro di lavorare. No, non è solo un "ricatto" il mio, ma un domandarsi quanto ci sia di piccino, di culto della personalità, e quanto di realmente vero in queste uscite così spettacolari, così prive di senso del "servizio pubblico".
Giocare cioè con l'idea di "servizio pubblico" quando fa comodo, quando serve, e dimostrarsi poi melliflui e opportunisti (come Fazio), aggressivi e interessati (come Santoro), non è un buon esempio di rivoluzione mirata e accorta. E purtroppo la gggente con tre "g" non se ne accorge, e confonde i torti dell'azienda con le persone che li denunciano; confondono il nobile ideale della libertà con certi approcci che con la lotta non hanno nulla a che fare.
La mia rabbia, insomma, è doppia, anzi tripla. Da una parte, il disagio di decine di professionisti non viene mai considerato: è un mucchio di istanze, utile solo quando serve, e non quando costantemente sussiste nella sua drammaticità. Dall'altra, questi "personaggi" hanno trasformato i torti subito in una lotta personalistica anziché in una battaglia per dei valori assoluti. Dall'altra ancora, le "conventicole" di virziniana memoria continuano a lavorare dentro e fuori la Rai, senza che nulla cambi, se non la scelta e la quota di poltrone da distribuire.
Come dissi una volta a Michele Serra: la "nostra" sinistra ha fatto e fa qui dentro tanto quanto la destra, né più né meno. È vero che forse la destra non sa proporre personaggi di analoga qualità: ma le prepotenze espresse dagli intellettuali di sinistra, la pervicace volontà dell'affermazionismo personalistico di certi personaggi noti, hanno comunque leso la nostra figura di professionisti "sconosciuti", sia sul piano etico che su quello meramente pratico.
La vera e unica soluzione è che non debbano più esistere scelte politiche, che la gente debba valere per quello che è, che le professioni debbano servire l'azienda e non il contrario, che cioè la Rai sia il vero e proprio riferimento culturale del paese, senza convenienze, senza amicizie, senza trasversalismi, senza furbetti, senza opportunisti... da tutte le parti.

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