domenica 24 luglio 2011

la mia Norvegia

Ero in mezzo alla campagna norvegese, totalmente assorto a mandare un sms a mia moglie per dirle che ero arrivato, che l’albergo era ottimo e il paesaggio mozzafiato: mi aspettava una tre giorni di filosofia pura, in inglese, e con tanto di sole a mezzanotte - tanto affascinante quanto destabilizzante, visto che non riesci a dormire neanche se ti copri il volto con un casco nero.
Non mi ero accorto che intorno a me, nonostante fossimo in piena natura, si fosse creato del traffico… e perché? Perché il palo dove ero appoggiato era un segnale pedonale a celle solari: una decina di macchine stava paciosamente aspettando che io attraversassi la strada! Restai letteralmente a bocca aperta. Sarà stato un minuto che stavo lì a indugiare quell’attraversamento, (perlomeno dalla prospettiva degli automobilisti): nessun clacson, nessuna impazienza, nessun cenno di insofferenza. Quando ho finalmente attraversato ho spalancato un sorrisone a un milione di denti, deliziosamente ricambiato da cenni di assenso e altrettanti sorrisi.
In realtà il mio primo impatto con la civiltà norvegese l’avevo avuto un paio di anni prima, quando c’ero andato in vacanza con mia moglie: Oslo pulitissima, cordialità e sicurezza palpabili, un’organizzazione di assoluta perfezione. Quando mi presentavo con il mio bastone, gli addetti dei musei e dei locali mi venivano incontro per aiutarmi o accompagnarmi al più vicino ascensore.
Dallo spazzino al magnate dell’industria tutti parlano almeno l’inglese, se non addirittura l’italiano, considerato l’amore che hanno per la lirica e il buon cibo; tenendo conto poi che una parte consistente dei nostri ragazzi migliori va lì per studiare russo e filosofia.
E che dire di Bergen? La tipa dell’albergo aveva sbagliato la nostra data di prenotazione non facendoci trovare il letto: pagò taxi, albergo limitrofo e cena senza batter ciglio, facendosi ancor più perdonare il giorno dopo regalandoci la migliore stanza dell’albergo, con tanto di cesta di frutta e abbonamento gratuito alla tivù via cavo. Di fronte a noi il molo, e subito dopo Briggen. Per accompagnarci al temporaneo hotel, il tassista aveva percorso l’intera superstrada senza mai superare i limiti segnalati, e all’altezza del strisce pedonali rallentava vistosamente, imitato in sincronia perfetta da chi gli stava dietro… peraltro a distanza più che di sicurezza.
E del resto, il tragitto da Oslo a Bergen l’abbiamo fatto in treno: sette ore di comodissimo viaggio tra ghiacciai e vedute mozzafiato, discretamente e saltuariamente commentate in perfetto inglese dal conducente. Treno in cui ogni vagone aveva due bagni, la raccolta differenziata e le sedie tutte rivolte in avanti, dimodoché nessuno potesse soffrire quell’ignobile cura del vedere tutto al contrario, tipica dei nostri puzzolenti e incivili treni dozzinali.
Ad ogni rada fermata uno steward correva incontro a chi saliva con bimbo al seguito, per donargli un giocattolo e per portarlo in un’area perfettamente attrezzata per i bimbi. Chi occupava con le valigie spazi altrui veniva civilmente ripreso, la valigia spostata in un vano predisposto, vaucher gratis per il ritiro.
Quando racconto queste cose, la gente risponde in due modi diversi, altrettanto cretini: “Be’, ma loro sono norvegesi”, “Vattene in Norvegia, allora”. Sembra, insomma, che il fregolìo dei “mi piace” tipico della mentalità feisbuk che ci attanaglia, non sia capace di pensare la più sciocca delle considerazioni: ma perché non possiamo essere come loro?
Attenzione: a livello economico, le cose che ho raccontano non costano nulla, veramente nulla. Anzi: la serafica e civile serenità di questi popoli consente a tutti di vivere meglio, senza invadere la privacy altrui, senza costringere il vicino a subire la maleducazione dell’altro, senza che un gesto comporti danno verso il prossimo.
Eppure, e purtroppo, gli pseudointellettuali che hanno commentato il massacro dell’altro giorno, hanno fatto a gara per esprimere un accidioso “il paradiso è finito”, “hai visto tu come è impossibile vivere in quel modo?”, “tanta civiltà comporta solo rischi”. La stolida Annunziata su La Stampa e più incisivamente il canonico rompipalle di Sofri su Repubblica, anziché guardare avanti, e aiutare il lettore a capire che nonostante tutto quel sistema va difeso se non addirittura imitato, hanno fatto a gara per sminuire quei valori e quel modo così civile di intendere la convivenza. Insomma, il solito, polveroso e tinelloso metodo all’italiana per costringere gli altri dentro i nostri difetti e le nostre piccolezze, per maneggiare le cose belle con le solite mani intrise della nostra piccolezza provinciale.

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