giovedì 4 agosto 2011

la mia sicurezza e quella di Roma

In queste settimane non si fa nient'altro che parlare della sicurezza di Roma, additando ad Alemanno (un fantasma, più che un sindaco) colpe e responsabilità che spesso sono frutto di cancrene antiche, antichissime. Che a Roma, cioè, uno possa fare quello che vuole, è cosa secolare, in parte favorita anche dalle pessime conduzioni di Rutelli (il re dei pesci in barile), e di Veltroni (il re dello sbraco più totale).
Colpevoli anche i mass media che, con imbarazzante e malcelata malafede, non denunciavano prima, e stradenunciano adesso.
Non è che la cosiddetta "movida" sia nata ieri, non è che il traffico indisciplinato sia nato ieri, non è che la visibilissima presenza criminale sia nata ieri, non è che il lungo elenco di cose che non vanno siano nate ieri.
E fin qui tutto bene... si fa per dire.
Solo che, mentre prima c'era un minimo di infrastruttura che fisiologicamente consentiva alla città di essere pulciosa ma anche presentabile, adesso sono spariti i rari e radi protagonisti di quel minimo di decoro. E qui forse sta l'unica vera colpa di Alemanno: ha alzato le braccia di fronte a qualsiasi problema.
Concludo con un esempio, che non è né esemplare né connotativo: però restituisce fattivamente quanto sto cercando di dire.
Mia moglie non lavora a Roma, e usa il treno per spostarsi (sui treni, altro post; magari domani). Ebbene, in qualsiasi città europea, se dovete tornare alle 18.00 d'estate, non sarebbe necessario che qualcuno vi venga a prendere, no? Ci sono i bus, i taxi, le infrastrutture insomma. 
A Roma, no. 
A Roma è preferibile che se arrivate alla Stazione Termini nel pomeriggio, qualcuno vi venga a prendere, e vigile, attento, pronto alla bisogna. Dalle 17.00 in poi, insomma, la Stazione Termini (cui qualche sbracone ha cambiato infidamente il nome) è una scommessa.
Aggiungeteci che le due strade di accesso per prelevare i vostri cari già sono veramente piccole di loro, minuscole quasi: in più, tra parcheggi di taxi e auto in doppia fila, male che vada ci scappa una corsia e mezza; nulla più. E quindi c'è una lotta continua a ficcarsi dentro ogni possibile spazio libero, accendere le doppie frecce e aspettare chi torna, aggiungendo traffico a traffico.
L'altro giorno ero al limitare di una fermata d'autobus. Esattamente vicino a un muretto in cui maschietti poco raccomandabili stanno appollaiati tutto il giorno a fare chissà cosa: gente di cui me ne frega nulla della razza/provenienza; io guardo come guardano; osservo come osservano; si percepisce, cioè, una totale sensazione di allarmato fastidio, che non è certo suggerita dal debordante martellamento razzista dei mass media. Il pericolo c'è, e si percepisce.
Mi bussa sul vetro un vigile uscito dal nulla (era il primo che vedevo da almeno un anno), e mi intima di spostarmi, "altrimenti la multo". Abbasso leggermente il finestrino: "sono venuto a prendere mia moglie: me ne vado via subito"; "come tutti... ma così non ci potete stare"; "mi scusi", faccio indicando i polletti sopra il muro e l'imbarazzante contorno di sporcizia e ubriacume vario, "ma lei lascerebbe che sua figlia o sua moglie tornino a casa, passando per tutto questo?... preferisco la multa a ben altro, mi creda". 
Qualunquismo mio a parte (che poi funziona sempre), avevo detto la verità, tutt'altro che esagerata. E il vigile l'aveva capito: non ha proferito parola alcuna, si è girato dall'altra parte, dirigendosi verso quel nulla che poco prima l'aveva partorito. Un nulla fatto di masse, di persone, che hanno reso letteralmente invivibile, impresentabile e inguardabile la prima delle due porte di Roma. Sull'altra, l'Aeroporto di Fiumicino, stendiamo un velo pietoso: ci siamo arresi almeno 15 anni fa.

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