martedì 20 marzo 2012

lettera su Repubblica in difesa dei #gay: la versione originale

Caro Augias,
non credo sia necessaria una sentenza, per quanto autorevole, per stabilire un diritto inalienabile dei nostri concittadini gay: non si capisce perché, insomma, non debbano godere dei nostri stessi diritti e piaceri della vita, e sposarsi tranquillamente come facciamo “noi”.
Non mi meravigliano tanto le stolide ritrosie da destra, quanto invece i mille distinguo e ipocrisie di casa nostra, dove ci si appiglia a motivazioni ridicole e “rispetto per chi è contrario”, che nulla hanno a che vedere con il sacrosanto diritto all’uguaglianza.
Ho letto a suo tempo persino uno come Severgnini appellarsi al “così la pensa la maggior parte degli italiani”, “i liberal americani la pensano come me” (che poi non è più vero), “è contronatura”, e amenità simili.
Al che viene da chiedere a persone simili: ma se la maggioranza degli italiani si butta dalla finestra, uno che fa? Li segue?!
Insomma, a me quello che addolora dal più profondo del cuore (ormai vicino ai 50), è vedere tutto questo astio, questo accanimento, questa mancanza di sensibilità nei confronti di due persone che si vogliono bene, che si amano, che hanno deciso di condividere il tubo di dentifricio spremuto a metà, la tazzina lasciata sul comodino d’epoca, i cassetti disordinati, come anche lo stare seduti accanto la sera e mettersi il cervello all’ammasso a godere di un film stupido o di un varietà scemo.
Insomma, il gusto e la fortuna di condividere la vita fino a perdere i capelli, indossare la dentiera, camminare mano nella mano…
Perché io e mia moglie possiamo, con tutte le fortune che la legge ci dispone, e “loro” no?
Mi stia bene,
Alessandro

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