venerdì 16 marzo 2012

perché DEVE esistere il DIRITTO a cancellarsi dal web

È da quando esiste il web che se ne parla, e la cosa mi fa star male un bel po’: non dovrebbe sussistere discussione alcuna se si possa o no cancellare se stessi dal web; eppure se ne parla, e a sproposito.
A gennaio di quest’anno, la cosa ha raggiunto i limiti della farsa, considerando che buona parte dei fighetti si è dichiarata a favore… dell’assenza di tale diritto, però.
Cari amici, insomma, quantunque e qualora decidiate di cancellare le vostre sciocchezze dal web, ci sarà sempre una Sciarelli di turno pronta a sfrugugliare nelle cache dei siti.
E le motivazioni fanno più male di questo evidente attentato alla propria dignità.
Le ho copiate dalle esternazioni di un guru dei fighetti, sia perché io e lui sappiamo che tanto affidabile non è, sia perché bene o male riassumono il sentire sentore comune.
Insomma, la nostra impronta digitale ci può restare attaccata come un tatuaggio per tutta la vita. E questo può essere un problema, per tutti, ma soprattutto per quelli che vogliono rifarsi una nuova vita, per esempio coloro che tanti anni fa hanno commesso un reato, hanno pagato il conto con la giustizia e vorrebbero che nessuno glielo ricordasse più perchè lo ha scoperto su Google. Ma anche per chi ha messo su Facebook una foto cretina e dopo tanti anni non deve rischiare di perdere un lavoro per questo motivo. O semplicemente per chi ha cambiato situazione sentimentale e oggi le cose che ha scritto sulle sua bacheca tempo fa, creano imbarazzo.
Ora, il tipo, nonostante sia un giornalista, finge di non sapere che esiste il “diritto all’oblio” (lo usa solo quando non ricorda le nefandezze di certi padri). Non solo, ma ignora totalmente un fatto concreto: se un blog dice una sciocchezza grave, il commento che la corregge non ha lo stesso valore (sto esulando, ma è temporaneo). In realtà, già con queste premesse, il bimbomix mischia le carte in tavola: un conto è aver commesso un reato (ed è quindi illegittimo pretendere che sparisca dalla memoria, seppur virtuale, sempre ovviamente tenendo conto delle disposizioni di legge); un conto è aver detto una sciocchezza sul web, o aver postato quella foto idiota che mai avremmo voluto mettere online. Mischiare le carte è da furbi, e tra poco capirete il perché.
Continuiamo a leggere:
Quello che dovremmo dirci, ora, subito, una volta per tutte, è che non esiste “il diritto a sparire dal web”, così come non esiste il diritto a sparire dal mondo. Nella vita reale (ma questa distinzione ha sempre meno senso) uno ci può provare a volatilizzarsi (lo ha fatto per gioco un cronista di Wired Us un paio di anni fa prima di essere riacciuffato da un lettore in una pizzeria di provincia), ma resteranno sempre dei documenti a parlare di noi, e poi la memoria degli altri che ci ricorderanno. Quelle cose non si possono cancellare con un clic. E nemmeno con una legge europea o intergalattica.
Forse è sfuggito, ma il tipo ha scritto che la distinzione tra vita reale e web ha "sempre meno senso"! E cioè: ha arrogantemente stabilito a priori che proprio il nodo della questione non va neanche annoverato tra i punti nodali della polemica. Sostanzialmente, Riccardo Luna, dall’alto della sua furbizia, ha scoraggiato il dibattito: la differenza tra vita reale e web sussiste ed esiste, perbacco!, e sussisterà ed esisterà sempre. DEVE!
Chi prova, come Riccardo Luna, a imporre il contrario, lo fa solo per due motivi: perché nel web può avere spazio che la vita reale gli ha negato (diciamolo: è un giornalista scadente); perché lo spirito di approfondimento concreto non sussiste nel mondo del web, dove in pochissimi siete arrivati fino a questa riga.
Cosa voglio dire: che se io sparo una puzzetta durante un consesso qualunque nel mondo reale, la gaffe resta limitata all’evento e alla memoria dei presenti, che col tempo potrebbero rimettere in pari le proprie opinioni nei miei confronti, e stabilire che quello era un incidente di percorso.
Nel web, non esistendo profondità, contesto, dibattito, armi pari, quella puzzetta resta a vita, disponibile a chiunque, anche a chi si avvicinerà a me solo tramite quell’aneddoto e non tramite altri più completi e/o edificanti. 
Non solo, ma com’è accaduto tra me e Luca Sofri (che del web fa spesso un uso privatistico, mascherandolo da post del blog avulsi dal suo ilPost, che invece maschera da articoli le sue letture del reale, e non il Reale), sarà facile per chi ha più lettori diffamare chi prova ad opporsi alla sua arroganza, inventando di fatto anche cose non vere.
Insomma, si sa (si dovrebbe sapere) che tra i nativi digitali non esiste lo spirito equalitario della verifica incrociata: vince chi è arrivato prima e ha imposto la sua mentalità. Tant’è che molte volte ho ripetuto fino allo sfinimento che nel web esistono delle non-regole che facilitano il più furbo, il più superficiale, ma non certo il più profondo (proprio perché la profondità impone attenzione e cura, totalmente assenti nel web).
Continuiamo a leggere queste amenità, perché qui si arriva al “fascioweb” (e allora non mi meraviglio che qualcuno consumi birre con certa gente):
Non esiste invece il diritto a far sparire tutti gli articoli o i post che parlano di noi, come qualcuno pretende. Quella si chiama Storia. Qualcuno dirà: parliamo di storie irrilevanti. Ma un giorno i ricercatori andranno in rete a cercare di capire come vivevamo nei primi decenni del ventunesimo secolo. E quello che oggi ci appare minimo, domani servirà a raccontare chi eravamo davvero. E sarebbe ben strano se, come mi ha fatto notare l’avvocato Guido Scorza, tutte le storie di piccoli e grandi reati fossero scomparse. Se ne ricaverebbe l’impressione che vivevamo nell’età dell’oro e dell’onestà.
La domanda sorge spontanea: ma se - come dimostrato - non esistono armi pari, non c’è leale e legale possibilità di vero confronto, queste affermazioni idiotideologiche a cosa servono? A nulla!
Vi porto l’ultimo esempio in ordine di tempo. Come ho raccontato, Alessandro Capriccioli Metilparaben (che in un altro post ha ammesso di agire spesso di impulso, e non con la correttezza-competenza del giornalista… che non è, oltretutto), ha fatto un’intervista-zerbino al leader di Casa Pound (un tipo che sta alle democrazia come Dracula alla donazione del sangue). In molti gli abbiamo replicato, senza che lui sentisse il dovere civile ed educato di rispondere (la sofrimania colpisce chiunque). Il tema era ed è delicato, delicatissimo, e le obiezioni che gli abbiamo messo sul tavolo erano e sono congrue.
Secondo il ragionamento di Luna, quindi, e tenendo conto che i nativi digitali aumenteranno questo modo superficiale di concepire il web, un uomo del futuro comprenderà chi eravamo davvero basandosi solo sulle nostre polemiche o sul testo di Metilparaben. Ma questo ragionamento vale adesso, che le possibilità solo numerose, e ancora agganciate al Reale. 
Nel futuro non potrà più essere così, perché la consistenza materica delle Verità sarà sostituita da quella virtuale delle interpretazioni. E la Verità non sta mai nelle interpretazioni!
Ricordo che Riccardo Luna propose il web per il Nobel per la Pace: una sciocchezza sesquipedale che serviva solo a dargli visibilità. Eppoi, è un lapsus più che evidente, a Luna preme entrare nella Storia. Ma LA Storia con la "esse" maiuscola è fatta di cose concrete, reali, verificate, verificabili, interpretabili ma sempre da un punto di partenza concreto.  
Certo è che la sua arringa non solo è stata un operazione onanistica e di convenienza, ma ha posto sul tavolo del dibattito un elemento nodale: il web è uno strumento o una realtà?
Se è uno strumento, io ho il diritto di pretendere da chicchessia la cancellazione di affermazioni lesive della mia dignità, e di decidere i limiti dell’offesa e del dibattito. E se così non dovrà essere, sfido Luna e i suoi ad accettare una mia polemica assoluta nei confronti della loro professionalità: se hanno ragione, cancello tutto quello che ho scritto; se hanno torto, dovranno riportare le mie osservazioni tali-e-quali nel loro blog (senza commentarlo, è ovvio).
Considerato che la coerenza e il coraggio non sono di quelle parti, so già che questo post resterà qui a futura memoria, perché “domani servirà a raccontare chi eravamo davvero”.

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