venerdì 20 aprile 2012

neutrini, neuroni e cialtroni

Considerata la mia posizione privilegiata (per il lavoro che faccio), ho seguito la questione dei neutrini con un sentimento di infantile aspettativa privata misto a uno scetticismo professionale grazie alle informazioni che mi arrivavano sul desk lavorativo: più che fare il furbo e dire adesso "c'era qualcosa che non andava", mi vien da dire che comunque tutta la questione era stata spettacolarizzata pressoché immediatamente, mettendo inevitabilmente il mondo della Scienza sotto la doccia dei pregiudizi, dei sorrisetti e delle frasette sciocche.
E non solo la Scienza ne è uscita malconcia (suo malgrado), ma il tutto ha contribuito ad alimentare quei pregiudizi idioti e coglioni, tipici di questo paesino cattocomunista, così cacasotto da aver paura di superare persino lo zerbino di casa, figuriamoci i mondi sconosciuti che la Scienza offre quotidianamente.
La Scienza non meritava il trattamento che ha subito, prima, durante e dopo l'evento. Soprattutto, non lo meritavano gli attori della vicenda, che certo non potevano immaginare fino a che punto sarebbe arrivata la pochezza dei giornalisti. Tutti i giornalisti, intendiamoci. 
E che poi - piantiamola, una volta per tutte - se i giornalisti italici sonon così pecioni è anche per colpa dei loro lettori, altrettanto pecioni e facilotti. 
Non sapevo come raccontare l'evento per come l'avevo vissuto dallo scranno privilegiato dell'osservatore coinvolto, quando poi ho incontrato questo ottimo articolo di Carlo Rovelli, di indubbie qualità, sintesi e precisione. Ora, senza scomodare certe confutazioni dotte proposte da Susskind (cui rimando ai patiti della Scienza pura), Rovelli parte da un presupposto fondamentale
Il risultato è stupefacente perché nessun oggetto mai osservato fino ad oggi (compresi neutrini arrivati dall'esplosione di una stella) viaggia più veloce della luce. E anche perché la nostra comprensione dello spazio e del tempo, chiarita da Einstein, non è compatibile con l' esistenza di oggetti più veloci della luce. Se tali oggetti esistessero, dovremmo ripensare tutta la teoria fisica, che pure fin qui ha funzionato egregiamente
Cui poi aggiunge
La reazione dei fisici di OPERA, quindi, è cauta. L'ipotesi ragionevole è un errore di misura, che poteva nascondersi ovunque: nell'analisi teorica, in qualche effetto trascurato, nella misura della distanza, nella misura dei tempi, in qualche baco nel software, in qualche cavo difettoso, eccetera.
Per mesi OPERA ha tenuto la notizia riservata, cercando l' errore, ma senza trovarlo. Il 22 settembre scorso, OPERA decide di rendere pubblico un documento, che conclude con le parole «L'importanza potenziale del risultato richiede la continuazione della ricerca per investigare i possibili effetti non compresi che possano giustificare l'anomalia osservata».
Il portavoce dell' esperimento «invita la comunità dei fisici ad uno scrutinio attento e a ripetere la misura indipendentemente».
Insomma, non dovrebbe sfuggire a nessuno che la Scienza mette sempre in dubbio se stessa, e si pone sempre disponibile al giudizio degli altri (competenti, ovviamente), fiera ed orgogliosa di questa sua attitudine, tanto da accettare critiche e nuove vie, senza perdere il senso della sua essenza. Gli uomini bigotti e gli ignoranti agiscono in altro modo: ma chi segue la Scienza non se ne preoccupa, a meno che certi limitati non limitino l'agire degli esseri liberi.
Il giorno prima di questo cautissimo annuncio, il professor Zichichi telefona ad un giornalista del Giornale (maddài, e chi se lo aspettava!), e fa trapelare in anteprima la notizia di una scoperta clamorosa.
Due giorni dopo, alcuni giornali italiani titolano «Cern conferma la scoperta. Neutrini più veloci della luce».
La stampa internazionale è su un altro registro
(maddài, davvero?), e la Bbc titola: «Misure sulla velocità della luce rendono perplessi gli scienziati». Nei dipartimenti di fisica la reazione è incredula ma aperta: l'opinione prevalente è che il risultato sia implausibile, ma non si debba scartarlo a priori e si debba ripetere la misura.
Diversi gruppi di ricerca nel mondo iniziano esperimenti con questo obiettivo. Diversi fisici teorici si gettano comunque sul problema e propongono nuove ipotetiche teorie, anche strampalate, per rifare la fisica da capo.
La domanda sorge spontanea: ma voi tutto questo lo sapevate? NO! Per andare sull'elemento facile, io immaginavo che ci fosse lo zampino di Zichichi prima, e del ciarpame giornalisticoitalico poi, solo perché dovevo stare molto attento io a non mettere in pessima luce il canale scientifico che seguo (da solo; e senza che intorno a me regnino fiducia, entusiasmo e sprone a continuare).
Ma in linea generale, ripeto, nessuno conosceva questi passaggi.
Anzi, ho addirittura trovato vergognoso che Repubblica abbia raccontato questi dettagli molto molto molto dopo gli eventi. Le dimissioni di Ereditato sono state, quindi, un gesto da galantuomo per evitare che l'intera OPERA ne risentisse: il sacrificio di uno per il bene della Scienza; non c'è rogo evidente a Campo de' Fiori, ma molto sui cui pensare.
Persino i fighetti, che fanno le pulci a tutto tranne che ai loro padri, hanno voltato la faccina dall'altra parte; fighetti che in altri contesti avevano banalizzato personaggi come Stephen Hawking dimostrandosi incapaci di esprimere la professionalità che dovrebbe essere perlomeno doverosa, almeno in questi contesti. Fatto sta che appena viene fuori l'"errore del cavo", tutti hanno tirato un sospiro di sollievo. Tutti: quelli contro la Scienza, i prelati mascherati da Severgnini, l'italiano medio che parla solo di calcio, i prealti nudi e puri, gli scienziati cattolici, i giornalisti faciloni...
C'è un aspetto positivo di questa buffa storia: sottolinea l'antidogmatismo della scienza.
L'attenzione prestata a OPERA testimonia la cifra caratteristica del pensiero scientifico: l'apertura a cambiare idea.
Neutrini più veloci della luce non sono plausibili: ma nessuno, né OPERA né la comunità scientifica, si è permesso di respingerne con sufficienza la possibilità, con l'arroganza di «sapere già tutto».
Questa apertura è la scienza al suo meglio.
Una verità può averla enunciata Einstein, può essere stata verificata migliaia di volte, ma la Scienza prende in considerazione la possibilità che possa essere lo stesso da rivedere. Idee nuove, misure nuove, conclusioni nuove, vengono prese sul serio anche se cozzano contro tutti.
La saga dei neutrini più veloci della luce sembra volgere al termine: in autunno Einstein si era sbagliato e la fisica era tutta da rifare; ora non è più vero nulla. Il pubblico può sentirsi disorientato, se non addirittura un po' preso in giro.
A me quello che sconcerta di più e che quando dico a mio modo questi ultimi passaggi che avete appena letto, la gente crede che mi stia dando un autocontentino: in realtà - ne sono convinto - ci vuole molto più coraggio ad essere scienziato che ad essere qualsiasi altra cosa. Lo scienziato costruisce il futuro, mette in dubbio l'essenza del tutto per andare alla ricerca di qualcosa che neanche conosce. Lo scienziato è forse uno degli ultimi paladini dell'umanità: banalizzarlo per i suoi errori, anziché per il suo metodo, è così stupido che mi chiedo come possa venire in mente anche e solo pensarlo.
La sofferta decisione di rendere pubblica l'anomalia non è stata insensata.
In Scienza si deve fare così. Più imbarazzati, secondo me, dovrebbe essere altri.
Primo, chi si è affrettato a telefonare all'amico giornalista per annunciare la grande rivoluzione.
Secondo, i troppi fisici teorici che si sono tuffati a scrivere articoli per «spiegare» la misura. Non hanno mostrato lungimiranza.
La Scienza deve essere aperta alle rivoluzioni, ma neanche prendere per oro colato ogni annuncio di anomalie. Va di moda cercare rivoluzioni a tutti i costi, e ci dimentichiamo il più delle volte che quello che abbiamo imparato fin qui è vero, e non ha bisogno di essere cambiato.
E, mi sembra, ci sia una lezione da trarre, da parte dei media. È molto bene che stampa e televisione si occupino di Scienza. È bello che questo piccolo dramma che ha agitato una comunità scientifica sia stato vissuto un po' anche dal pubblico.
Ma l'incertezza e le mezze tinte sono difficili da digerire per la comunicazione giornalistica. Spesso sono addirittura solo i titoli a gridare cose che non sono neppure negli articoli o nei servizi. Queste esagerazioni, comuni, ahimé, soprattutto in Italia, non rendono servizio al lettore.
Io pregherei chi si occupa di queste cose di rispettare i lettori e non cancellare i «forse»
. Ne va della credibilità dell'informazione.
E della credibilità della Scienza, bene prezioso e sotto attacco, la cui perdita farebbe molto male all'intera società.

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