martedì 17 luglio 2012

jon lord, my sweet child in time

Nonostante io abbia una corposa collezione di cd, mp3, dischi e nastri, non ho mai posseduto un impianto stereo. Mai.
Ho imparato ad esplorare la musica in due modi, quasi ovvi: acquistando nastri originali in offerta speciale (ne ho quasi 400) - o facendomi registrare dischi di qualità (più di 300); oppure ascoltando la radio a palate.
E quando il sonno vinceva sulla mia curiosità, mettevo sù un nastro vergine per registrare almeno alri 45 minuti di trasmissioni notturne.
E un bel giorno, durante uno di questi riascolti, accade che incontro quel dum-dum-duuum di Child In Time (Made In Japan version, naturalmente), e non riuscii a distaccarmi da quella semplice ma devastante canzone (il riff, va detto, proviene da Bombay Calling dei It's A Beautiful Day; ma è un "plagio" che sta più che bene).
Da quel giorno, insomma, m'innamorai non tanto del chitarrismo petulante di Ritchie Blackmore, quanto proprio di Jon Lord, sublime ammaliatore nonché fanciullo curioso e dalla formazione eterogenea, ma anche sapiente menestrello dell'organo, inconsueto quanto fondamentale nell'economia musicale del gruppo.
Jon Lord mi ricorda anche uno dei periodi culturalmente più avvincenti del mio periodo universitario, quando cioè ogni sabato ci riunivamo a casa di Manano per quei sabato Foschini di cui serbo ricordi affettuosi e nostalgici: un vortice di scambi musicali, letterari e cinematografici, senza il quale la mia curiosità e la mia fame di cose belle si sarebbe saziata più tardi e in maniera sicuramente incompleta.
Con la morte di Jon Lord, svanisce nel nulla una nave ricca di belle cose, che naufragherà in qualche isola sperduta, attratta magari da quel magico dum-dum-duuum.
So long, Jon Lord, so long

Nessun commento: