venerdì 31 agosto 2012

la stanchezza che viene da lontano

Su Repubblica di ieri, ho visto che si parlava della "generazione esausti"; sui 40enni, cioè, che mollano tutto. Onestamente non ho approfondito l'argomento, e me lo sono interpretato a modo mio. Quindi, e magari, parlava di altro.
In effetti, da almeno un paio di anni a questa parte, mi sento "stanco". È una stanchezza che va al di là di quella che la sarcoidosi mi impone dal 1995. È una stanchezza intellettuale, psicologica, e quindi anche fisica.
Mi càpita spesso di discutere con mia moglie sul fatto che qui in Rai io non farò MAI carriera in alcun modo, e che quello che lei chiama il mio "talento" non mi ha portato a nulla. 
Che io non possa andare avanti in Rai è difficile da far capire anche ai disincantati più navigati. Sono come un criceto, tristemente consapevole di girare sempre e solo su me stesso, cercando però di dare sempre il meglio.
In più, nessuna formazione, poche comunicazioni (se non a senso unico), nessun automatico scatto di carriera, nessun riconoscimento.
Insomma, è così "normale" restare nel limbo, che quando siamo tra noi, pochi mortali - in bar o in mensa, ci sentiamo un po' come quei due protagonisti dello Squalo che si scambiavano le cicatrici.
E nonostante ciò, andiamo avanti col nostro impegno.
La domanda è: ma chi me lo fa fare?
E poi: ma fuori dalla Rai?
Bella domanda. È un continuo sbattere il muso con parentismi, conventicole, furbizie, mafie e contromafie, fighetti furbi e/o disonesti, zecche limitate e meccanismi prefabbricati ad arte per pochi mediocri. 
Al di là dei personalismi, dalla pessima figura che sta facendo Napolitano in questi giorni, ai soprusi tipicamente italiani che subiscono le persone perbene quotidianamente, indignarsi è quasi noioso e ripetitivo, stucchevole e foriero di terrificanti fecalomi.
Dice: ti sei arreso? No, è un sentimento diverso.
Quando eravamo in vacanza questa estate, ad un certo punto con Sara, Alberto e mia moglie ci siamo chiesti cosa avremmo cambiato della nostra vita. E io ho risposto che avrei fatto volentieri a meno di quello che loro ritengono essere il mio talento. 
Mi lusinga e mi spaventa la loro percezione così nobile ed elevata della mia figura... però... ecco, avrò fatto la figura del bambino quanto vi pare, ma qualsiasi sia il mio talento, qualunque sia il suo oggettivo livello, io lo odio.
Non sopporto più essere apostrofato come "creativo", "intellettuale", "intelligente", "che sa scrivere"... non tanto (e non solo) perché non mi ha portato a nulla; ma anche - e soprattutto - perché è un ghetto, vuoto e senza soddisfazioni.
Questo mio disagio crescente non si è tradotto solo in un costante sonno, ma in una continua e petulante ricerca di cose frivole, come anche in un inizio di difficoltà a concentrarmi su testi complessi che fino a pochi mesi fa, invece, divoravo e memorizzavo con estrema velocità. 
Io non credo che questo tartarughismo sia figlio di una sconfitta (sentenza troppo facile); semmai è un'incontrollabile autodifesa fisiologica.
È molto avvilente augurarsi che "prima o poi qualcosa cambierà", sapendo già che è più un tantra psicologico consolatorio che una possibile possibilità.


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