venerdì 28 settembre 2012

Sallusti, Saviano, Calabresi: l'ItaGlia ipocrita

Forse l'avete vissuta come me.
Qualche giorno fa, apro il mio simpatico quotidiano e leggo che tutti quanti sono solidali con Sallusti. Penso ad uno scherzo: essere solidali con Sallusti significa augurarsi un attacco in massa di vampiri dentro un deposito del sangue.
Giuro: per un giorno ho provato a capire cosa fosse accaduto, e poi ho trovato questo post di Robecchi. Per chi non lo conosce, è stato anche autore di Cuore. Non mi piace tanto come personaggio (troppo zecca nostalgica): ma sul caso Sallusti ha raccontato quello che è accaduto. In fondo a questo mio post troverete il succo del suo discorso. E magari ve lo leggete subito, e poi tornate qui.
Strano, però, che in questa ItaGlia di renzi e lucciole, nessuno abbia ricordato quello che accade ogni giorno alle donne che vanno ad abortire. Del resto, basta ricordare le bordate violente, piccine, cattive, anticristiane e dense di odio delle Binetti di sempre, contro chiunque avalli e difenda la 194.
Su questo nessuno si pronuncia. Mai. Neanche quel Napolitano che addirittura twitta in difesa di Sallusti.
Il problema è anche un altro, evidente proprio per come ci è stata non-raccontata la vicenda: avete visto i giornalisti come hanno urlato in difesa della libertà di parola? Ma stiamo scherzando!?
È forse libertà di parola augurarsi la morte di un giudice e di un genitore che accompagna la figlia ad abortire?
No, non lo è. E confondere come libertà questo abominio vigliacco e fascistoide, significa non avere ben chiare le idee del civile confronto!
Ma, e qui la Memoria italica latita, sapete perché non lo è: perché questa è l'italietta che condannò a morte il Commissario Calabresi con 757 firme dei più rappresentativi intellettuali e politici della sinistra di allora!
Ecco perché Sallusti può oggi evocare la morte di qualcuno, ben difeso e coccolato dai suoi presunti avversari. Perché questa è l'Italia che urla la morte contro chiunque; e poi quando qualcuno uccide, sono i responsabili per primi a nascondere la mano macchiata di quel delitto (ne sanno qualcosa Sofri, Pietrostefani e Bompressi).
Ma l'ipocrisia non finisce qua. La protezione dei giornalisti a chi fa comodo è stata lampante anche nei confronti di Saviano.
A parte il sottoscritto e Giornalettismo Militante, nessuno ancora ha parlato della sua ridicola denuncia contro Marta Herling, la nipote di quel Benedetto Croce che il martire Saviano aveva infangato con una storiella di anonimo. Le ha chiesto 4 milioni per danni. Danni per cosa? Per lesa maestà?
Ma come possiamo credere a questa gente, se poi non li sappiamo distinguere dai carnefici che dovremmo combattere tutti uniti?
Strano che, in tutto il bailamme suscitato dal rischio che Sallusti finisca in carcere, nessuno si sia preso la briga di ripubblicare l’articolo incriminato. Anche in rete si fatica a trovare la versione completa, anche se basta scartabellare un po’ nella rassegna stampa della Camera dei Deputati per trovarlo (andate qui e leggetevelo). L’articolo (Libero, 18 febbraio 2007) è firmato con lo pseudonimo di Dreyfus (quando si dice la modestia) e racconta la vicenda in altri termini. La prosa maleodorante e vergognosa – un cocktail di mistica ultracattolica e retorica fascista – non è suscettibile di querela e quindi ognuno la valuti come vuole. Ma veniamo ai fatti. La vulgata corrente di questi giorni insiste molto su una frase, questa:
… ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice” E’ vero. Si tratta di un’opinione. Scema, ma un’opinione. Disgustosa, ma un’opinione. Vediamo invece le frasi che non contengono opinioni ma fatti. Falsi. Il titolo, per esempio: “Il giudice ordina l’aborto / La legge più forte della vita”.
Falso. Nessun giudice ha ordinato di abortire.
Altra frase: “Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando l’aborto coattivo”.
Falso. Il giudice ha dato libertà di scelta alla ragazzina e alla madre. Ancora: “Si sentiva mamma. Era una mamma. Niente. Kaput. Per ordine di padre, madre, medico e giudice, per una volta alleati e concordi”.
Falso. Il padre non sapeva (proprio per questo ci si è rivolti al giudice) e le firme del consenso all’aborto sono due, quella della figlia e quella della madre. E poi: “Che la medicina e la magistratura siano complici ci lascia sgomenti”. Falso. Complici di cosa? Di aver lasciato libera decisione alla ragazza e a sua madre?
Ora, sarebbe bello chiedere lumi anche a Dreyfus, l’autore dell’articolo. Si dice (illazione giornalistica) che si tratti di Renato Farina, il famoso agente Betulla stipendiato dai Servizi Segreti che – radiato dall’Ordine dei Giornalisti – non avrebbe nemmeno potuto scrivere su un giornale il suo pezzo pieno di falsità. Non c’è dubbio che il caso della ragazzina torinese sia servito al misterioso Dreyfus, a Libero e al suo direttore Sallusti per soffiare quel vento mefitico di scandalo che preme costantemente per restringere le maglie della legge 194, per attaccare un diritto acquisito, per gettare fango in un ingranaggio già delicatissimo. Ma questo è, diciamo così, lo sporco lavoro della malafede, non condannabile per legge.
Condannabile per legge è, invece, scrivere e stampare notizie false. Di questo si sta parlando (anzi, purtroppo non se ne sta parlando), mentre si blatera di “reato d’opinione”.
Il reato d’opinione non c’entra niente. C’entra, invece, e molto, un giornalismo sciatto, fatto male, truffaldino, che dà notizie false per sostenere una sua tesi. Per questo la galera vi sembra troppo? Può essere. Ma per favore, ci vengano risparmiati ulteriori piagnistei sul povero giornalista Sallusti che non può dire la sua.

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