domenica 11 novembre 2012

fenomenologia del giornalismo webboso - 3

Il giornalismo "classico" si dovrebbe basare su una sorta di fiducia a priori che il lettore ripone sul giornalista: hai lavorato sodo, ti sei documentato al meglio, hai ascoltato tutte le fonti possibili, non sei partito con tesi o preconcetti, mantieni alto il lvello dei tuoi dubbi, sei disposto ad accettare rettifiche o addirittura a cambiare l'impronta del tuo pezzo...
Il giornalista, insomma, è un po' come lo scienziato: nessun dogma, tanto entusiasmo, pochi limiti, rispetto assoluto per l'oggettività, capacità di essere freddo nelle situazioni calde, non lasciarsi condizionare dai propri privilegi sociali (e professionali).
Ho assitito meravigliato e invidioso ad attitudini simili quando lavorai per la "Treccani Cinema". Che metodo! Che preparazione! E anche con noi autori erano rigidissimi: giuro, mi telefonavano anche per una virgola fuori posto; figuriamoci per questioni più serie.
Ed era giusto così.
Del resto, a rivedere certi giornalisti del passato, per tutti sussistevano delle tacite convenzioni molto rigide - ma non ridicole - attorno alle quali girava un giornalismo magari più ecumenico e polveroso ma almeno riconosciuto e riconoscibile; oltretutto, dotato di una naturale onestà intellettuale, che oggi te la sogni persino dai migliori (figuriamoci dagli altri).
Va detto che il giornalismo post-'68 ha dato la stura ad una serie di personaggi che preferivano usare la forma quando la sostanza richiedeva onestà intellettuale, e sostanza quando la forma richiedeva buona educazione e correttezza. Ma almeno erano giornalisti figli di una preperazione scolastica perlomeno solida. Certo, combattevano i simboli e non le persone che li usavano male: ma ancora erano intrisi di alcune regole che purtroppo hanno sputtanato per interposti figli (e che figli: lombrosianamente limitati fino al midollo).
Nella prima puntata di questa analisi sul giornalismo webboso, sottolineavo la sconfitta del cosiddetto "patto col lettore"; nella seconda, la sconfitta del riportare fonti eterogenee; qui, invece, sto parlando della mancanza di scientificità.
I giornalisti webbosi si muovono poco: usano i pollici anziché le suole delle scarpe; danno per scontato il perno di un evento (il più vicino ai loro preconcetti), attorno al quale fanno ruotare "spiegazioni" anziché approfondimenti.
Cosa mi "spieghi" una cosa se io non la conosco? È come predisporre una parete dicendo che è bianca, ma su cui in realtà mi proietti in malafede suggestioni che mortificano in partenza l'oggettività.
I giornalisti webbosi usano il web come scorciatoia e non come strumento per arrivare più lontani. Credetemi, una volta ho letto un fighetto confessare che di un evento si era fatto una nitida idea - scrivendo poi uno "spiegone" falso e tendenzioso - solo perché aveva letto quanto riportato da "tutti" i periodici! Ma perché mai lui non si era mosso? È un mistero! Ancor più misteriosa l'assenza totale di critica da parte dei suoi lettori (e del suo direttore).
Purtroppo ormai è una moda, quasi necessaria: o ci si muove così, o perdi il treno dell'essere il primo, e quindi di avere più click, e quindi di avere più introiti pubblicitari.
Anche senza fonti attendibili (soprattutto senza fonti attendibili), i giornali "classici" sono costretti a dare notizie grezze e grette e mai verificate pur di precedere giornali web che fanno solo finta di essere seri, ma che invece sparano puttanate ancor più in alto di tutti, ma con l'allure del raro, dell'inedito, dell'"abbiamo trovato solo noi", del moderno, del fatto che l'ha scritto un "blogger famoso che sta nel posto" (e stiqqatsi, direbbero alla radio).
E anche la notizia più semplice, il giornalista webboso la destruttura banalizzandola, perché lui sa cose che tu non sai, costringendo l'ingenuo a cliccarci sopra per poi restare interdetto: dovrà, cioè, considerare il tutto una studiata truffa intellettuale o una cosa che "deve" piacere perché il timorismo borghese lo impone (piace a tutti; se non ti piace, sei invidioso).
E il bello è che qui in italia ci si riempie la bocca sul fatto che questo "È" il giornalismo del futuro. Davvero lo è?! E su quali basi?!
Io leggo solo molta malafede, nessuna documentazione e tanta arroganza nel difendere posizioni nuoviste ma non certo nuove.
Ed è un giornalismo che temo, perché condiziona e prepara quella che sarà l'opinione pubblica del futuro (Berlusconi fece lo stesso con noi, con la televisione di Ambra prima, e di Giorgio Gori poi). Una generazione, cioè, che già di suo non approfondisce, che si ferma al primo pseudoragionare di un nome che va di moda (o che deve andare di moda), che accetta solo quel politico che si vanta di un'etica che per primo disprezza.
È il giornalismo che libererà il lato vanitoso e onanista che è in ognuno di noi, l'ultima fase del peggiore giornalismo, ben facilitato e foraggiato da chi fa ampio uso degli aggregatori cross mediali: il giornalismo dal basso, cioè, l'anticamera del falso d'autore; della bugia, insomma.
Spero solo di essere morto prima che diventi uno standard.

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