sabato 24 novembre 2012

la dittatura del presente - 1 (strutture)

L'altro giorno stavo sentendo alla radio l'intervento di un prete: si lamentava come anche tra i suoi colleghi si stesse perdendo l'uso del latino. Tra le tante dotte osservazioni aggiunse una considerazione che ho trovato straordinaria: il latino vive del verbo - non nel senso biblico del termine, ma in quello grammaticale - e negargli il contesto del suo divenire è la fine dell'essenza. In effeti, una lingua franca e moderna quale solo sa essere il latino, molto avrebbe da insegnare ai giovani d'oggi, se solo i loro insegnanti non fossero ancorati alla sola logica del merito e non anche a quella del dovere.
Certo è che l'importanza del un verbo all'interno di una frase, mi riporta alla similitudine di un palazzo: se l'architettura funziona, il divenire stesso del palazzo funziona; se l'architettura è mediocre, il palazzo non si evolve (resta solo la speculazione dell'attuale).
Tradotto in quello che vorrei dire: senza struttura non si va da nessuna parte; senza il perno di un verbo, la frase perde di essenza; senza un'architettura solida, anche il più originale dei palazzi crollerà.
Tradotto con altra similitudine: se vuoi diventare artista, devi per forza - e per primo - imparare il mestiere dell'artigiano. Dopo mille e una monotone ripetizioni dello stesso gesto, potrai finalmente passare al guizzo della tua idea, originale quanto ti pare ma portatrice in nuce di una nuova struttura.
Finché si è rimasti nell'ambito della gavetta come strumento di conoscenza, tutto questo ha funzionato per almeno sei millenni: appena, però, la tecnologia ha semplificato i lunghi e forzosi passaggi rituali per diventare originali, si è persa di vista l'importanza della coniugazione dei verbi.
Passato e futuro, non esistono più: il presente incombe come un istante; dopo, non esiste più nulla se non un altro presente e un altro istante.
Perché?
Il passato è un rischio, perché pone le persone di fronte al confronto: se quanto tu scrivi o fai è già stato fatto, non sei più originale, o perlomeno non puoi più essere al centro del presente. Il confronto, la competenza, la Storia, impongono a tutti uno sforzo per superarle, per essere migliori e originali: ma se l'uso errato che facciamo della tecnologia ci consente di cancellare il passato, nessuno potrà mai verificare quanto stiamo facendo, se non nell'illusioni di un istante.
A peggiorare il tutto, poi, ci si mette il fatto che chiunque può godere dell'illusione di essere unico, perché usa la stessa tecnologia, senza filtri e senza un minimo di gavetta necessaria.
Il risultato finale è che stiamo uccidendo la nostra lingua, e quindi la nostra essenza, proprio perché la sua reale completezza ci imporrebbe un minimo di umiltà. Ma l'essere umili comporta il sacrifico del proprio ego, e questa smisurata follia che applichiamo nell'usare la tecnologia, ha bisogno di ghettizzare il passato per avere senso.
Il futuro, invece, comporta sacrificio, cioè mettere in gioco le proprie qualità. Ma se queste qualità non sussistono, come si può ipotizzare il futuro? Il futuro, insomma, è di chi ha romanticamente a cuore la tutela della Storia e della Civiltà; elementi nodali di un modo di essere che pretende e prevede la responsabilità. Ma essere responsabili significa rispettare se stessi e gli altri, ben oltre la fredda comunicazione tecnologica.
La dittatura del presente, quindi, è l'unica arma vincente che hanno i mediocri per imporre altri presente. Un mondo così fatto non ha struttura: è un palazzo di plastica, molto bello da vedere ma orribile da abitare; e quindi devi traslocare, divorando altra tecnologia senza mai usarla a fondo. Magari puoi frequentare temporaneamente questo palazzo di plastica: ma non puoi rischiare una rivoluzione per affermarlo come elemento fondante la nostra vita. Forse è per questo che le rivoluzioni ormai si fanno a colpi di tag

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