venerdì 31 maggio 2013

la sindrome di Elhaida, un difetto tutto italiano #tvoi

Quando a marzo, Elhaida Dani si esibì al blind audition di The voice of Italy (qui il video), guardai immediatamente mia moglie esclamando "questa vince, e di brutto pure".
Certo, direte voi, col senno del poi sono tutti bravi. 
Ma a me aveva colpito qualcos'altro rispetto alla sua conclamata potenza: la vasta gamma di colori espressivi, il modulare bene ogni singola nota, l'entrare in costante controtempo senza timori, il recuperare gli errori (molti) con matura e abile disinvoltura. 
Da una fanciulla di 19 anni, poi (da un paese comunque snobbato), non te l'aspetti proprio.
Poi è successo un lento inesorabile declino. L'unica abilità che è riuscita a mantenere, insomma, è quel suo riparare immediatamente gli errori commessi, in parte figli della gioventù e in (buona) parte colpa del pessimo audio (resta un mistero come abbiano regolato le spie del mixer per tutta la durata del talent).
Insomma, pur di rincorrere l'effetto, l'ovvio, il facile, l'urlo, chiunque abbia preparato la ragazza si è preoccupato più (e solo) dell'effetto dirompente anziché di enfatizzare, sfruttare e modellare le potenzialità elencate.
Per carità, non sto parlando di farle cantare stronzate anticommerciali che piacciono tanto ai fighetti. Haivoglia a elencare patetici branetti che piacciono a certi disperati sessantottini, insomma.
Qui si poteva fare qualcosa di poderosamente commerciale, e di esteticamente immediato, senza tralasciare però le qualità che erano ben che evidenti in quella primissima audizione.
Provate a sentire quel brano (commerciabilissimo, peraltro) e mettetelo a confronto con tutte le esibizioni successive. È come se qualcuno di proposito avesse gradualmente tolto colore e grazia per dare spazio solo alla potenza di fuoco.
La cosa incredibile è che, come direbbe il moralista che mi porto sulla schiena, noi italiani siamo sempre propensi - quasi geneticamente - a questo tipo di atteggiamento, mescolando abilmente forma e sostanza in un unico impasto confuso in cui si perdono i termini del contenuto.
Chi ne fa le spese non è solo chi è costretto ad adeguarsi a questo gioco al ribasso, ma anche noi che lo subiamo. 
Si chiama perdita d'identità.

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