mercoledì 11 settembre 2013

intorno a Quirico

Ci sono molte cose che non riesco a capire sul caso Quirico.
Innanzitutto, il sospetto che sia stato pagato un riscatto è sempre più forte: certe svisate di Calabresi a riguardo - durante un Ballarò decisamente fuori registro - hanno evidenziato zone d'ombra più ampie di quelle preventivabili.
E qui, forse, sarebbe necessario un dibattito serio tra giornalisti seri per capire quanto in alcuni casi il loro sia giornalismo e quanto sia invece protagonismo/incoscienza. Perché non può essere che il nostro Stato abbia questa nomea di pagatore affidabile. Che poi, e appunto, i genitori dei marò "indiani" avrebbero giustamente da recriminare.
Secondo dubbio: Quirico ha ammesso candidamente di aver iniziato la sua avventura siriana perché era dalla parte della rivoluzione (sul suo esserne stato deluso, arrivo dopo). Io capisco che l'ombra di Hemingway aleggi su tutti noi. Però non siamo più ai tempi del sentito dire e della cronaca dal basso, di fogliettini passati tra mani frettolose e di indisturbate chiacchierate sotto una pioggia battente. Con queste tecnologie ci vogliono pochissimi secondi per capire chi sia e cosa pensi un giornalista straniero: sbandierare in partenza e ai quattro venti le proprie inclinazioni, non solo tradisce il contenuto delle cronache successive, ma ha sicuramente costretto all'angolo tutti gli interlocutori di Quirico. 
Che poi Quirico abbia stabilito che la rivoluzione è fallita, basandosi sulla sua terribile esperienza personale, mi sembra un'ingenuità dettata dal dolore del momento. In più, e qui forse sta il punto, non ci si può basare sulla propria visuale per confondere ottimo giornalismo con la Storia con la "s" maiuscola. Un giornalista fa cronaca, non Storia.
Altrimenti, chiunque avesse incontrato le bande di disadattati che costellavano i boschi italiani dopo l'8 settembre, avrebbe potuto stabilire arbitrariamente che quelli erano partigiani e - per sillogismo - che tutti i partigiani erano disadattati.

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