giovedì 5 dicembre 2013

L'autAintervista (parte prima)

David Blue - Perché hai deciso di pubblicare il tuo romanzo anche su e-book?

Alessandro Loppi - Perché me l'ha consigliato mia moglie. Anzi, era tempo che insisteva, sbattendo però contro la mia riluttanza.

DB - E perché eri riluttante?

AL - Ho uno strano rapporto con la tecnologia: nonostante ne faccia parte, e nel mio piccolo stia contribuendo fattivamente alla sua esistenza, sono convinto che sia usata male e che ci stia portando in bruttissimi posti

DB - Pessimista o cosa?

AL - No, realista. Fare parte di questo sistema consente di capire molte cose; molte più di quanto non ne vengano dette/lette...

DB - Cosa ti aspetti da questa pubblicazione più immediata?

AL - Onestamente, poco o quasi nulla... nel senso che se il lettore si ferma alle prime pagine, rischia di trovarsi spaesato e di non voler andare oltre; e non credo che l'e-book modificherà quest'attitudine. 
Io credo nel lettore curioso, ma in tutta sincerità non conosco per nulla il mondo del selfpublishing; quindi, non saprei neanche immaginare cosa diamine potrebbe accadere

DB - E se tu dovessi riassumere la trama?

AL - Ecco, qui - proprio qui - mi dimostro incapace di essere seducente. Di primo acchitto, potrei fare il piacione, dicendo che è una dedica a mia moglie... 
... c'è chi l'ha definito un romanzo fantapoetico; mio scuocero si è sperticato in mille complimenti; un mio amico libraio l'ha etichettato come una vittoria contro la depressione...

DB - Quanto cinema c'è nel romanzo?

AL - Ah, tantissimo, anche non esistente... voglio dire che io immagino gli eventi come fossero riprese, inquadrature. Non riesco a farne a meno... anche quando parlo

DB - Eppure non sembra una sceneggiatura, né tantomeno credo sia fattibile in maniera così lineare com'è accaduto a cose tipo La strada di McCarthy

AL - Forse perché non so scrivere sceneggiature, e forse perché non c'ho pensato

DB - Eppure, la tua privacy sembra un pretesto

AL - Effettivamente, per me è facilissimo usare le mie esperienze per scrivere d'altro. 
Infatti, le persone che non mi conoscono e l'hanno letto, hanno dato definizioni ancor più disparate, addirittura non credendo che certi riferimenti fossero personali

DB - Roma sembra una protagonista quasi nascosta

AL - È uno scenario straordinario, specie d'ottobre o a maggio: ha luci e sapori unici. Certo, i romani per primi sembrano volerla umiliare: è un'antica polemica su cui non voglio soffermarmi, perché poi nel romanzo riesco a risolverla in qualche modo

DB - Effettivamente, prima dell'arrivo dei pericolosi quelli là, Roma è sporca e trasandata; quando arrivano loro, diventa linda e vivibile... come mai?

AL - È un gioco al paradosso che mi diverto spesso a fare anche quando parlo di cose stupide

DB - Se tu dovessi indicare un punto di svolta nel romanzo, quale pensi che sia?

AL - Il finale... se il lettore lo legge bene, si rende conto che ho detto qualcosa di molto forte, proprio all'ultima riga. 
Anzi, mi viene da pensare che io abbia scritto una sorta di premessa a un qualcosa che poi maturerà nell'immaginazione del lettore... o almeno lo spero

DB - Cosa rispondi a chi ti dice "è solo fantascienza"?

AL - Innanzitutto non lo è... altrimenti mia moglie non l'avrebbe neanche aperto (ride)
Generalmente, chi lo dice non ha mai letto la fantascienza e/o comunque la relega in uno scantinato che puzza di disprezzo. 
Insomma, tra Heinlein e Saramago o tra Matheson e Camus c'è solo il buon scrivere, il concettualizzare a fondo: ma le idee, lo sfondo, i pretesti, sono identici
Anzi. Mentre Saramago e Camus dovevano rendere conto anche alla propria immagine, alla propria aura, Heinlein e Matheson puntavano dritti allo sviluppo dell'idea, fregandosene dei salotti americani.
Senza Matheson, metà della fiction degli ultimi 50 anni non sarebbe mai esistita. C'è Matheson anche in Mad Men o in 24 o nei Soprano...

DB - Quindi la tua è fantascienza?

AL - No, assolutamente no (ride)... è che non ho i tempi per saper prolungare alcuni stilemi fantascientifici (vedi che parlo difficile anche io?), ma soprattutto a me interessava arrivare al finale, in un modo ben preciso

DB - Vuoi dirmi che hai scritto prima il finale?

AL - Sì, ci ho pensato per due anni, ogni giorno e ogni ora: poi ho scritto quelle dodici righe in 30 secondi... come il pittore giapponese nelle lezioni di Calvino (ride)

DB - Poi hai costruito tutto il resto

AL - Sì. In quelle dodici righe c'era un ritmo ben preciso che mi ha convinto - quasi obbligato - a strutturare il romanzo in sette capitoli di sette pagine ognuna

DB - Però è leggermente più lungo, di poco

AL - Colpa del sistema de ilmiolibro che ha rimesso mani alla configurazione... meglio così: almeno ci faccio una bella figura, no?

DB - Tra qualche giorno mi racconti come mai hai indicato una sorta di colonna sonora e anche tutte quelle comparse che però... non compaiono mai?

AL - Alla prossima, dài

 

Nessun commento: