domenica 16 febbraio 2014

I fiori della guerra, ovvero: saper raccontare l'abominio

Un film bellissimo. 
Parte lento, quasi di soppiatto, e poi cresce. 
Lentamente. 
Inesorabilmente. 
Fa male. 
Non riesci a capacitarti se sia mai stato possibile quello che stai vedendo. 
E poi arriva la mazzata finale, il dolore assoluto, con la piccola parola "fine" accompagnata da una nenia cinese di rara soavità che ha il sapore amaro della sconfitta totale dell'umanità.
Arrivato solo in dvd, questo eccellente film di Zhang Yimou racconta lo stupro di Nanchino, con insospettabili equilibrio ed eleganza, arrivando ai limiti dell'impensabile: come si può raccontare uno dei (tanti) momenti cupi della cultura nipponica senza strafare, senza far vedere tutto, senza condannare? 
Eppure, il regista di Lanterne Rosse e di Sorgo Rosso ci riesce, colpendo il cuore dello spettatore e generando quel circolo vizioso del voler sapere di più, del voler approfondire una delle pagine più inesorabili della guerra sinogiapponese. Invece di scappare, di cercare un rifugio mentale a tanta efferatezza, ci si sente quasi costretti a vedere e rivedere le "vere" immagini dei quel disastro.
Più che l'omonimo testo di Yan Geling (da cui è tratto il film), ci corre in aiuto il lavoro certosino della storica Iris Chang, che nel 1997 con il suo Lo stupro di Nanchino squarciò per prima il velo di 60 anni di silenzio, documentando il massacro di oltre 260.000 civili (c'è chi dice addirittura 350.000) e lo stupro di oltre 80.000 donne. 
Legate a delle sedie, o sospese nel vuoto con le gambe opportunamente ancorate, venivano violentate per ore, a volte per giorni, e poi dopo - quasi con cinica clemenza - usate come fantocci di addestramento per il corpo a corpo, infilzate da baionette implacabili quanto liberatorie.
Il film evita di andare dentro i campi giapponesi, di fare vedere, e si affida a una storia che ha dell'incredibile (realmente accaduta) e che non vi racconto - almeno per ora- perché credo che un film del genere vada visto, vada fatto vedere, vada proiettato nelle scuole... certo, si corre il rischio di additare solo ai giapponesi una responsabilità simile, specie in un paesino ipocrita e scordarello come il nostro. Ma è un rischio che va corso, augurandosi che l'educatore di turno sappia indicare la vera mostruosità di una guerra: l'essere umano, altroché.
Ah dimenticavo, Iris Chang fu trovata suicida qualche anno dopo l'uscita del suo saggio.

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