lunedì 7 aprile 2014

il miracolo di Robert Fripp

Dai musicisti che stimo veramente, pretendo sempre qualcosa, anche quando - come nel caso di Robert Fripp - da oltre 40 anni comunque regalano al mondo perle di rara qualità, sempre interessanti, sempre vive, sempre pronte a mettersi in discussione, in costante discussione.
Fripp, poi, gode di quella rara opportunità storica di essere stato protagonista attivo di così tanti successi nei generi musicali più disparati, che non esiste musicista, compositore o esecutore che non gli debba qualcosa, anche inconsapevolmente.
Mi diverte osservare i colleghi entrare nel mio ufficio, vedere il suo ritratto alle mie spalle, deridermi o chiedermi chi sia, e poi essere costretti ad ammettere la propria ignoranza - con battute fuori luogo o sguardi meravigliati - nello scoprire che "sì, ha suonato in quel brano lì, ha prodotto quel tizio là, ha ispirato quel complesso indie", e via dicendo.
Fripp ha sperimentato quasi tutti i generi, ne ha inventati di nuovi, ne ha abbandonato uno ancor prima che uscisse il primissimo LP dei King Crimson (il rock progressivo), ha svincolato la musica non-colta da quella suprema rottura di coglioni che era/è il vetero discepolismo nei confronti di Bitols, ha raccontato strade elettroniche inusuali, ha addirittura regalato al cielo un irripetibile "jazz squadrato" ben prima che Sting facesse il fighetto con gli alfieri di Miles Davis, ha ucciso il liocorno della musica romantica per aggredire la modernità a testa bassa, ha aperto la strada a numerosi post-generi, ha addirittura suggerito musica per reading... ma, saggiamente - e umilmente (?), non si era mai cimentato con la cosiddetta musica colta, quella classica insomma; chiamatela voi come più vi aggrada.
Dicevo, appunto, che comunque pretendo sempre qualcosa. E le ultime frippate mi avevano inquietato, perché dopo Thrak (ma forse anche solo con l'ep Vroom), Fripp sembrava ripetersi, quasi stanco di essere se stesso; tanto che il suo quasi-ritiro dalle scene mi era sembrata l'unica giusta conclusione di un'èra, di un modo di essere musicista che oggi proprio non esiste più, per quanto ci si possa sforzare di credere il crontrario.
Ebbene, da giorni sto ascoltando questo The Wine of Silence, un'esperienza incredibilmente meravigliosa da cui non riesco proprio a staccarmi.
È la rielaborazione in forma orchestrale di alcuni dei soundscapes che Fripp ci ha regalato nel tempo (nove cd in tutto dal 1999; in realtà, il triplo se calcoliamo anche le edizioni flac/mp3). Orchestrazione affidata al compositore inglese Andrew Keeling, su fedele trascrizione di Bert Lams (già, quello del Californian Guitar Trio), ed eseguita nel 2003 dal vivo dalla Metropole Orkest diretta da Jan Stulen; naturalmente poi remissata da David Singleton, noto amico e co-produttore del nostro chitarrista.
L'avevo comprato due settimane fa giusto per buttarlo distrattamente nella mia collezione, ma niente di più. 
E, invece, è un'opera notevole perché non è "solo" un'orchestrazione, non è "solo" un giochetto per archi (e voci, in Miserere Mei), non è "solo" una serie di loop ben assemblati... è musica, musica fresca, bellissima, viva. 
È musica nuova.
 

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