giovedì 8 maggio 2014

#Scajola: civico non pervenuto, citofonare ai suoi elettori

Quand'ho saputo dell'arresto di Scajola, mi è venuta immediatamente in mente la Diaz, le botte di Genova, la morte di Carlo Giuliani.
Certo, in rete si è scatenata la battaglia delle battute ricordando solo la sua tristemente nota "casa a sua insaputa".
Nessuno che abbia ricordato quelle gesta genovesi, come anche la famosa battuta contro Biagi appena ucciso (frase che incidentalmente oscurò l'attacco feroce che Repubblica stava pretestuosamente mettendo in atto contro Cofferati, allora papabile di leaderaggio della sinistra).
Insomma, stamane ha vinto la logica della pecunia che hanno solo i ricchi che rubano, ma non il ricordo di quei due eventi così eticamente ripugnanti - quindi morali e assoluti - che in un paese perlomeno civile avrebbe visto intere masse per strada dimostrare per le dimissioni del politico.
Eppure, perché tutto questo accade?
Per una logica contorta che vede unirsi insieme due elementi apparentemente lontani: da una parte abbiamo un giornalismo contaminato e ipocrita, dall'altra l'italica assenza di senso delle proporzioni. 
Il giornalismo ipocrita non riesce a scrollarsi di dosso la ricattabilità reciproca, per cui un giornalista - anche il meno prostituto - non andrà mai oltre dei limiti impalpabili per evitare di restare isolato.
La nostra assenza di senso delle proporzioni, invece, ci porta a tifare per un arresto, per una fine umiliante del nostro avversario, piuttosto che costruire intorno a lui una società perbene che lo isoli dal contesto che lo fa prosperare.
In fondo, qui in Italia l'unico che ha saputo prendere e imporre una decisione, da almeno 21 anni a questa parte, è stato Genni 'a carogna. Noi stavamo in disparte, a discettare di una "casa a mia insaputa".

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