martedì 21 ottobre 2014

(auto)biografie musicali da evitare

Domenica stavo mettendo a posto l'area della mia libreria dedicata alle (auto)biografie musicali, e mi sono reso conto sia di quante ne ho che di quante mi abbiano "tradito".
Attenzione: non è che io mi aspetti chissà cosa o che abbia in mente un unico modo di scrivere (auto)biografie musicali. Però a tutto c'è un limite. E purtroppo la mia amata - amatissima - Arcana è quella che ne ha sbagliate di più, perlomeno recentemente.
Quella sui Queen è tradotta coi piedi, ricca di refusi e di errori anche macroscopici.
Quella sui Led Zeppelin sembra scritta da un bambino, con numerosi errori di date e riferimenti.
Su quella sui King Crimson non mi pronuncio per pura sensibilità nei confronti dell'autore. 
Ma quella che veramente non ho capito è la recente autobiografia di Mike Rutherford, bassista e chitarrista dei Genesis (insieme a Tony Banks è l'unico ad aver fatto parte di tutte le possibili formazioni).
Refusi in quantità, traduzione approssimativa... ma, soprattutto, sembra mancare qualcosa. 
Vediamola al contrario: secondo alcuni critici, il libro sarebbe una sorta di diario scritto al padre; secondo altri, è un libro per il padre. Invece, 'sto benedetto padre appare e scompare senza far parte di una vera e propria linea narrativa. 
In più: nessun riferimento tecnico, nessun aneddoto almeno divertente, nessuna possiblità di rivivere quel periodo (come invece accade con quella pregevole di Graham Nash), nessun chiarimento utile e esauriente sul "caso Peter Gabriel". Una noia mortale che difficilmente riesci a superare, se non all'ultimissima pagina.
Più in generale, tutte le biografie musicali che frequento o acquisto, mancano di indice analitico esauriente, di una discografia perlomeno consigliata, di riferimenti macro e micro storici che consentano al lettore meno avvezzo a comprendere il contesto raccontato. Un errore in cui inducono tutte le case editrici, indistintamente. 
Mascherando queste carenze con prevedibili motivi di costi aggiuntivi che peserebbero sul prezzo di copertina, in realtà tradiscono una frettolosità editoriale che invece - e per fortuna - mancava quando la pubblicistica musicale era amatoriale e frutto del passaparola.


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