sabato 8 novembre 2014

#Interstellar, ode alla #scienza accompagnati dall'umanità

C'è qualcosa che mi ha lasciato sospeso in Interstellar, e non ho ancora capito nitidamente cosa sia; e magari non lo capirò mai, per carità. 
Il rischio è che questa sospensione abbia a che vedere con la qualità del film: però io sento profondamente che mi è piaciuto, anche se (per indole e per necessità) non me la sento di dire che deve piacere o che è bello.
Sicuramente è la dimostrazione che si può fare fantascienza anche senza spocchiose sovrastrutture tipicamente e polverosamente europee. Anzi, la forza della storia sta nel suo essere comunque lineare e potenzialmente ricca di tante letture e opportunità.
Certo, ci sono alcuni momenti in cui la sceneggiatura scricchiola (e di brutto pure, come nel cameo di Matt Damon), altri in cui si indugia troppo in dialoghi semplici ma proposti in maniera seriosa (qui, però, mi appello al canonico - pessimo - doppiaggio): però la storia ha un qualcosa che mi ha deliziosamente turbato.
Frettoloso chi crede a un riferimento a 2001. Per vari motivi: primo, quella di Kubrick è un'esperienza irripetibile (tutti i film lo sono); secondo, Kubrick rincorreva un'opportunità altra, qui si torna dentro se stessi; terzo, Kubrick era ebreo e europeo, quindi due volte pregno di sovrastrutture... insomma, i due fratelli Nolan hanno lavorato trascurando Kubrick, o comunque salutandolo con riferimenti addirittura ironici: il robot, guarda caso, sembra un monolito; non si ascoltano i suoni nello spazio (è così, mi spiace per gli amici trekkiani e lucasiani); la pertinenza delle leggi della Fisica che governano una trama che ad un certo punto vira verso una incredibile possibilità; il giocare con certi nomi (il più evidente è quello di Amelia, chiaramente ispirato alla Earhart).
Io ne consiglio una visione senza aspettative; una visione "paziente", se vogliamo. Consiglio anche di non porvi domande e di lasciarvi cullare dalla mirabolante musica di Hans Zimmer (quasi sempre proposta con un "semplice" organo), dalla fotografia e dai continui colpi di scena che ti tengono inchiodato sulla sedia dall'inizio alla fine. Consiglio di seguire bene certi "spiegoni" scientifici presentati amabilmente da momenti di ottima sceneggiatura.
Se poi non vi piace, sono sicuro che salverete tutte le scene tra Cooper e la figlia (lacrimotti garantiti), quelle spaziali più movimentate, quelle sul pianeta d'acqua...
Da qui in giù, rischiate lo SPOILER, ve lo dico subito.
Una delle determinanti protagoniste di questo film è la scienza. Attenzione, non una scienza "dal volto umano" o una scienza fredda e cinica. La scienza, punto.
Eppure, il momento nodale del film coinvolge una libreria, non certo un petulante iPad. Eppure, la chiave di volta della soluzione finale è un orologio a lancette, rotto peraltro, che comunica con un linguaggio ormai desueto (quello morse, mica un whatsapp).
Però, nel contempo Cooper contesta l'ottusità complottistica della professoressa della figlia, difendendo sia la spedizione sulla Luna del 1969 che la scienza dei tempi migliori, che avrebbe scongiurato la morte della moglie.
Anzi, il nostro eroe le dimostra come la loro visione antropocentrica abbia cancellato l'idea stessa del viaggio, del rischio, del migliorare se stessi e l'umanità, dell'anelare verso "strani, nuovi mondi, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima".
Ed è una scienza che comunque riesce a sopraffare persino l'amore (che in questo tipo di film quasi sempre vince alla grande): Cooper impone la scelta del pianeta ben diverso da quello proposto da Amelia, dove invece abitava il suo fidanzato, presumibilmente ancora vivo.
Addirittura, l'amore "perde" una seconda volta perché Cooper non riesce a sconfiggere la scienza che gli impedisce di rimettere a posto il passato. E sarebbe stato sciocco il contrario.
Poi, fateci caso, è l'uomo ad aver causato la "piaga" che sta annientando l'umanità; e la scienza non riesce a sconfiggerla in maniera diretta.
Ed è sempre la scienza che costringe i nostri eroi a perdersi nel tempo, e che quantità di tempo!, e a inventare sempre nuove soluzioni pur di uscire da quell'esplorazione ormai data per persa.
Insomma, i due Nolan hanno un grandissimo rispetto per la scienza, e le restituiscono la giusta dignità, il giusto equilibrio.
Certo è che in due momenti è come se il fattore umano sembra prendere il sopravvento. In realtà, però, quando Cooper si butta dentro il buco nero ne conferma scientificamente la sua totale pericolosità, perché ormai gli è risultato impossibile raggiungere ogni forma di soluzione razionale. Appunto, è con la forza della disperazione che affronta la legge finale, quella che ci dice che oltre il buco nero non c'è più nulla.
Altrettanto in realtà, Murph indugia a restare nel suo nido d'infanzia convinta che troverà una soluzione per far tornare il padre, ma sarà la scienza (dell'impossibile) a fornirle la chiave del tutto.
Sono speculazioni, lo so, che si basano solo su quanto si vede nel film, e non su quello che credo di aver visto.
Forse ci ritornerò, forse no: però, se vi va, andate a vederlo, e poi mi scrivete.

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