venerdì 16 marzo 2018

Enzo Pietropaoli racconta Woodstock


La gioia di essere musica di nessuno sotto tanti ascolti, verrebbe da dire (rubando il concetto a Rilke).
Pietropaoli, insomma, ne azzecca un’altra, ma con una tacca in più a suo favore: se con i tre Yatra poteva fare quello che voleva (in fondo era lui a decidere l’arredamento), in questo boschivo omaggio a Woodstock, ha dovuto affrontare ombre grandi come montagne, sentieri impervi come la Patagonia, deserti ventosi senza fine. Il confronto, insomma, è in agguato: sia il rischio di essere troppo simile che quello di voler fare il troppo distante.
Altra difficoltà: il linguaggio musicale di allora, il suono di certi strumenti, la cultura anche extra musicale che esplose e si concluse dentro Woodstock, sono lontanissime dall’oggi; soprattutto da un oggi in cui si mastica tutto troppo in fretta - e senza assaporarlo, si confondono livelli alti e livelli bassi, si discute di nulla senza saper parlare del niente... ai gggiovani frega nulla del jazz.
E, invece, siamo di fronte a un lavoro eccellente.
Resto basito ogni volta che ascolto Pietropaoli: vado alla ricerca dell’errore, del virtuosismo azzimato, della mancanza di coraggio… e, invece, soccombo di fronte alla freschezza delle sue note, alla misura del virtuosismo mai fine a se stesso, al rispetto per il Tempio della Musica.
La formazione: oltre a Enzo Pietropaoli (basso elettrico!), troviamo Enrico Zanisi al piano/tastiere e Alessandro Paternesi alla batteria.
I brani.
Apriamo questo viaggio con Soul Sacrifice: inizio sospeso, intrigante, che poi si sviluppa in un riff asciuttissimo ed evocativo, saliamo insieme sul palco e ci troviamo accanto ai dentoni di Santana e al batterismo capelluto di Michael Shrieve. È una lettura prodigiosa, ricca di riferimenti musicali e di intuizioni narrative… sfioriamo anche il prog; che male non fa, diciamolo.
Continuiamo con una With A Little Help From My Friends che mantiene le raspose lamette vocali di Joe Cocker, ma senza scimmiottarlo, e con la grazia di chi sa fare del jazz muscolare senza essere fastidioso.
Entriamo poi dentro la mente di Tommy con un’ottima versione di See Me Feel Me - Listening To You. Qui il nostro Pietropaoli gli dà di vocoder: follia nella follia che poteva fare la fine del Neil Young peggiore, ma che invece si dimostra un ottimo escamotage per sfuggire dal baratro del confronto. Veramente un bel pezzo.
C’è poi Summertime, nella lettura disperatamente underground di Janis Joplin. La sofferenza, il dolore, il pathos, ma anche la dolcezza di un brano sempiterno che andrebbe insegnato nella scuola dell’obbligo… anche in questa versione, perché no. Pietropaoli fa un lavoro pieno di grazia, e Zanisi eccelle in momenti di invidiabile lucidità.
La versione di Hey Joe ingrana lentamente, forse troppo: la seconda parte è la più interessante, soprattutto perché il vocoder sa di nuovo sorprendere ma senza strafare.
Con Proud Mary ritorniamo subito alla carica: con senso dell’ironia, i tre ci portano nelle paludi giallicce e ubriache dei Creedence.
Su Swing Low Sweet Chariot non mi posso pronunciare: non mi è mai piaciuto come brano; e questa versione non mi ha fatto cambiare idea.
I Want To Take You Higher è bellissima: Paternesi e Pietropaoli, poi, sono in un invidiabile stato di empatia.
Back Home è di Pietropaoli: un omaggio nell’omaggio a Woodstock, in questo millennio strano, in cui la parola giovane sembra un reato, la vita è diventata sopravvivenza, il futuro è dentro un algoritmo. Per chi conosce bene quei tre giorni di musica, la coda di questo brano ha una vellutata citazione che vi strapperà più di un sorriso.
Però non c’è nostalgia in questo brano, non c’è rimpianto in questo CD: è narrazione, è un saper dire “andò così”. È un voler dire “la musica c’è”, la “musica va avanti”, la “musica (r)esiste”.
E che musica!

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