07 gennaio 2019

Cinema (e jazz) secondo Rosario Giuliani, Enzo Pietropaoli, Luciano Biondini e Michele Rabbia

Le colonne sonore del cinema sono "nostre", di noi spettatori. Sì, compositori e registi fanno di tutto per dire la loro, ma alla fine siamo noi dentro la sala buia i veri sacri giudici, sia del loro successo immediato che del loro destino nei tortuosi meandri del Tempo.
Scrivere musica è un'impresa, scrivere musica da film è eroico, scrivere musica da film che abbia dignità propria è addirittura da folli.
Esistono momenti musicali così avvinghiati nelle storie, che spesso li usiamo per titolare i film stessi, tanto da far perdere la loro vera origine: la Cavalcata delle Walkirie è "Apocalypse now", punto; Wagner e il suo Ring possono anche andare a quel paese.
Oppure ci sono brani musicali icastici: io non ho mai visto 9 settimane e 1/2, ma è come se lo conoscessi a memoria, proprio grazie alle lamette vocali di Joe Cocker.
E che dire delle composizioni che salvano film veramente brutti? "Nuovo Cinema Paradiso" è dei Morricone, padre e figlio; non esiste regista, non esiste una pellicola.
E poi ci sono quei brani musicali che non devi toccare in alcun modo, maledizione! In alcun modo! Certi momenti musicali sono evocativi proprio perché sono composti ed eseguiti - e ricordati! - in quel solo unico modo. 
Nessuno li deve toccare! Nessuno!
A meno che non sei bravo come Rosario Giuliani, Enzo Pietropaoli, Luciano Biondini e Michele Rabbia.

Conoscevo questo progetto Cinema Italia solo tramite qualche filmetto rubato su YouTube, che certo non rendono merito all'impresa musicale.
Poi, però, ho avuto la fortuna di assaporarlo dentro lo scomodo (ma acusticamente perfetto) Teatro Greco di Orvieto. Confesso che ero scettico, nonostante l'affetto e la stima profondi che nutro per Enzo; anzi, proprio per questo motivo avevo timore di non riuscire a scindere gusto da amicizia.
E però, appena il concerto è iniziato, sono stato rapito da una tale consistenza di note esatte, coraggiose, intelligenti, rispettose ma anche audaci, evocative ma anche spregiudicate, che in alcuni momenti sono stato letteralmente sopraffatto dalle emozioni da dover chinare la mia testa verso il pavimento, per nascondere qualcosa di incontrollabile.
È come se i quattro avessero colto l'anima delle idee di Morricone e Rota, anima che spesso può sfuggire a noi "sacri giudici", così intenti a cercare nell'arte solo un po' di conforto anziché dubbi e vortici.
Conoscevo già il muscoloso e innervato Rosario Giuliani: il suo sax è sempre una conferma. Proprio per questo, temevo qualche sbrodolamento; e, invece, è stato sempre misurato, anche nei momenti in cui virtuosismo e presunzione dovevano giustamente vincere su tutto il resto.
Nutro un grande rispetto per Enzo Pietropaoli perché lavora sempre più per sottrazione: un pregio raro e in via di estinzione. La sua "intro 2.0" al dittico di "Nuovo Cinema Paradiso" è stata una deliziosa sorpresa, per tacer poi dello scambio rotiano con Giuliani stesso.
Non conoscevo Biondini: un viso pasoliniano al servizio di uno strumento per me troppo nazionalpopolare... eppure, gigantesco e sempre coinvolgente.
Rabbia suona la batteria con il gusto del non-detto, dell'accennato. Uomo dolce e umile, sa guidare la ritmica senza mai sovrastarla o comunque arricchendola con cenni sofisticati.
Insomma, un signor concerto, da segnare nella Memoria.


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