venerdì 16 marzo 2018

Enzo Pietropaoli racconta Woodstock


La gioia di essere musica di nessuno sotto tanti ascolti, verrebbe da dire (rubando il concetto a Rilke).
Pietropaoli, insomma, ne azzecca un’altra, ma con una tacca in più a suo favore: se con i tre Yatra poteva fare quello che voleva (in fondo era lui a decidere l’arredamento), in questo boschivo omaggio a Woodstock, ha dovuto affrontare ombre grandi come montagne, sentieri impervi come la Patagonia, deserti ventosi senza fine. Il confronto, insomma, è in agguato: sia il rischio di essere troppo simile che quello di voler fare il troppo distante.
Altra difficoltà: il linguaggio musicale di allora, il suono di certi strumenti, la cultura anche extra musicale che esplose e si concluse dentro Woodstock, sono lontanissime dall’oggi; soprattutto da un oggi in cui si mastica tutto troppo in fretta - e senza assaporarlo, si confondono livelli alti e livelli bassi, si discute di nulla senza saper parlare del niente... ai gggiovani frega nulla del jazz.
E, invece, siamo di fronte a un lavoro eccellente.
Resto basito ogni volta che ascolto Pietropaoli: vado alla ricerca dell’errore, del virtuosismo azzimato, della mancanza di coraggio… e, invece, soccombo di fronte alla freschezza delle sue note, alla misura del virtuosismo mai fine a se stesso, al rispetto per il Tempio della Musica.
La formazione: oltre a Enzo Pietropaoli (basso elettrico!), troviamo Enrico Zanisi al piano/tastiere e Alessandro Paternesi alla batteria.
I brani.
Apriamo questo viaggio con Soul Sacrifice: inizio sospeso, intrigante, che poi si sviluppa in un riff asciuttissimo ed evocativo, saliamo insieme sul palco e ci troviamo accanto ai dentoni di Santana e al batterismo capelluto di Michael Shrieve. È una lettura prodigiosa, ricca di riferimenti musicali e di intuizioni narrative… sfioriamo anche il prog; che male non fa, diciamolo.
Continuiamo con una With A Little Help From My Friends che mantiene le raspose lamette vocali di Joe Cocker, ma senza scimmiottarlo, e con la grazia di chi sa fare del jazz muscolare senza essere fastidioso.
Entriamo poi dentro la mente di Tommy con un’ottima versione di See Me Feel Me - Listening To You. Qui il nostro Pietropaoli gli dà di vocoder: follia nella follia che poteva fare la fine del Neil Young peggiore, ma che invece si dimostra un ottimo escamotage per sfuggire dal baratro del confronto. Veramente un bel pezzo.
C’è poi Summertime, nella lettura disperatamente underground di Janis Joplin. La sofferenza, il dolore, il pathos, ma anche la dolcezza di un brano sempiterno che andrebbe insegnato nella scuola dell’obbligo… anche in questa versione, perché no. Pietropaoli fa un lavoro pieno di grazia, e Zanisi eccelle in momenti di invidiabile lucidità.
La versione di Hey Joe ingrana lentamente, forse troppo: la seconda parte è la più interessante, soprattutto perché il vocoder sa di nuovo sorprendere ma senza strafare.
Con Proud Mary ritorniamo subito alla carica: con senso dell’ironia, i tre ci portano nelle paludi giallicce e ubriache dei Creedence.
Su Swing Low Sweet Chariot non mi posso pronunciare: non mi è mai piaciuto come brano; e questa versione non mi ha fatto cambiare idea.
I Want To Take You Higher è bellissima: Paternesi e Pietropaoli, poi, sono in un invidiabile stato di empatia.
Back Home è di Pietropaoli: un omaggio nell’omaggio a Woodstock, in questo millennio strano, in cui la parola giovane sembra un reato, la vita è diventata sopravvivenza, il futuro è dentro un algoritmo. Per chi conosce bene quei tre giorni di musica, la coda di questo brano ha una vellutata citazione che vi strapperà più di un sorriso.
Però non c’è nostalgia in questo brano, non c’è rimpianto in questo CD: è narrazione, è un saper dire “andò così”. È un voler dire “la musica c’è”, la “musica va avanti”, la “musica (r)esiste”.
E che musica!

lunedì 19 febbraio 2018

hanno attaccato tre manifesti sul post del treno di Eastwood chiamandolo col mio nome

SPOILER OVUNQUE, siete avvertiti

Tre manifesti a Ebbing, Missouri dovrebbe essere un film grottesco, o almeno sembra aspirare a tanto. Però: se non lo è, la trama fa acqua da tutte le parti; se lo è, la trama fa acqua da tutte le parti.
Io credo che se hai deciso di girare un film grottesco devi per forza abusare della realtà, dandole però un senso... grottesco, appunto.
Frankenstein Junior, per dire, ha sequenze impossibili ma coerenti e sensate: ogni cosa torna al suo non-posto senza mietere dubbi nel cervello dello spettatore (cervello ab-normal, come si conviene...).
Hollywood Party è inverosimile, ma le scene impossibili del party hanno un inizio, un arco narrativo e una fine; hanno, cioè, una direzione.
In questi Tre manifesti, invece, un poliziotto butta dalla finestra un disgraziato, ma non viene arrestato né processato. La protagonista tira molotov contro un distretto di polizia, ma le indagini si riducono a una chiacchierata condominiale.
Ma soprattutto: il presunto sospetto dello stupro entra ed esce dal negozio della protagonista... senza alcun nesso narrativo.
Più in generale, la sceneggiatura è sfilacciata, si perde in almeno tre finali diversi, non crea alcuna empatia tra protagonista e spettatore, si perde in alcune sequenze prevedibili quanto lente.

Il Post è un bel film già scritto: doveva essere girato come l'ha girato Spielberg, doveva essere interpretato da due monumenti quali la Streep e Hanks. 
C'è un elemento nodale che forse è sfuggito ai critici: in questo film non si parla solo della libertà di stampa; si parla anche del coraggio dei politici, di qualunque fazione. 
Quando, cioè, un ideale assoluto viene messo in crisi o addirittura minacciato, non importa a quale partito appartieni: devi schierarti in difesa del principio, costi quello che costi.

Ore 15:17 - Attacco al treno è un bel film, non il migliore di Eastwood, ma è asciutto, nitido, pulito e senza autocelebrazioni. 

C'è un netto ed evidente contrasto tra la tecnica di ripresa che prepara all'evento drammatico e quelle che lo raccontano con misurata quanto rapida dovizia di particolari. Ed è una bella scelta: nonostante sappiamo come va a finire, ci raggomitoliamo sulla sedia in attesa della vittoria dei buoni.
Colpisce il fatto che i tre protagonisti siano quelli veri, anche per un motivo tutt'altro che banale: a volte, non c'è bisogno delle accademie per interpretare un dramma.
Certo, non vedremo mai più (?) i tre eroi recitare altri ruoli, però c'è un dubbio che mi attanaglia: fosse stata una produzione italiana, lo avremmo elogiato parlando di neo-neo-neorealismo? 

Chiamami col tuo nome è, invece, un film brutto e noioso, senza speranza alcuna: dopo un'ora volevo già andar via dalla sala.

Ed è anche un film presuntuoso, perché parte dal presupposto che parlare dei sentimenti in quel modo consenta automaticamente la loro strumentale banalizzazione.
Purtroppo è un film che deve piacere, perché il timore borghese suggerisce che certe tematiche non possano essere criticate. 
Come nella Stanza del figlio di Moretti o nella Grande bellezza di Sorrentino, non ci si appassiona, non si entra in empatia con i personaggi: si vivono i momenti drammatici solo riferendoli a noi stessi e alle nostre esperienze. Ebbene, io credo che quando costringi uno spettatore a sopperire alla tua sceneggiatura, vuol dire che sai solo mostrare senza saper raccontare. Hai fallito nel tuo scopo, insomma.
E spero vivamente che abbiano sbagliato la lente del proiettore della sala. Raramente ho visto inquadrature così pervicacemente sbagliate: più volte mi sono sorpreso a spostare la testa in alto sopra lo schermo, alla ricerca di un frammento di spazio altrimenti soffocato.

lunedì 22 gennaio 2018

chiediti dove mettere i Bee Gees

Se non sopportate il glucosio a dosi massicce, avrete qualche difficoltà a terminare questo libro.
Se, invece, siete capaci di andar oltre una scrittura ingenua ed esagerosa, allora è un libro interessante: la storia dei Bee Gees, ma soprattutto la storia di un periodo musicale che li vide quasi-inconsapevoli protagonisti di una rivoluzione culturale.

Già: rivoluzione.
Fasciati da una critica militante, abbiamo sempre intravisto La Febbre del Sabato Sera come un filmetto superficiale e con musichette orecchiabili. E, invece, quello che i saputelloni di allora non ci dissero è che quella dance, quei locali, quel periodo, nascevano come spontanea necessità dal basso contro le asperità di una vita di periferia altrimenti alienante.
Quelle acerbe discoteche misero insieme proletari senza futuro, disoccupati, "etnie" diverse, omosessuali e outsider, che altrimenti non avevano alcuna identità sociale, esclusi com'erano dal mainstream intellettuale che concepiva i momenti di aggregazione solo come soddisfazione di cerebrali quanto vanesi solipsismi (a mio avviso anche in contrasto con lo Studio 54 di Andy Warhol).

Per carità, non voglio caricare Tony Manero e compagni di un significato marxista che io per primo troverei stucchevole e sciocco.
Su quelle piste da ballo, però, tutti potevano essere protagonisti, senza "interrogazioni" culturali di sorta: bastavano un giradischi, qualche 33 giri rimediato, una sala dozzinale affittata a poco, biglietti economici... e avevi una giocosa massa critica che non sentiva il bisogno di fare proclami o lotte radicali o manifestazioni di genere.
Simbolo potente ed evocativo diventò addirittura il ballo solista di John Travolta... un macho-quasi-metrosexual che si agita come una checca isterica mentre fa il filo a cassiere e commesse malprofumate? Sì, proprio lui. 
Ma quando mai un "maschio vero" si sarebbe esposto in una sequenza equivoca di movimenti, che chiaramente evocava anche un'affermazione tribale, ben più eloquente e risolutiva della scazzottatona dell'epilogo.
Ammettiamolo, fu un film potente che nel tempo è riuscito a mantenersi attuale, più di tanti coevi film d'autore superimpegnati.
Anzi, proprio perché va lasciato nello scaffale delle cose semplici e senza pretese, La Febbre del Sabato Sera ha un peso culturale dignitoso, sotto certi aspetti ancora da scoprire e ritrovare.
Il prima e il dopo il capitolo su questo film, invece, è un susseguirsi di biografie e curiosità abbellite da miliardi di aggettivi superlativi e ridondanti. Se Roberta Maiorano ne avesse scritti anche e solo la metà, il libro sarebbe durato 200 pagine in meno, quindi più interessanti e divertenti.
Per carità, il mio plauso e la mia "invidia" per lo sforzo, lodevole e documentato: però che fatica.

martedì 9 gennaio 2018

Umbria Jazz Winter #UJW25, poche luci, molte ombre (con affetto)

È ormai la sesta edizione che mi vede tra i fedeli spettatori della versione invernale di Umbria Jazz Winter
Rispetto a quella estiva - più famosa e più antica - soffre di almeno due limiti oggettivi: il periodo, notoriamente breve e forzatamente dedicato ai propri affetti; la collocazione, tutt'altro che agevole, penalizzata peraltro da un'accoglienza limitata e limitante.
In più, non passa anno in cui non si parli di difficoltà economiche, nonostante poi successivamente vengano sempre vantati dei sold-out pressoché totali (anche se io ho l'impressione che siano mischiati turisti occasionali con gli spettatori veri e propri).
Certo, il cartellone sembra soffrire sempre più di qualità, ma all'apparenza: al di là dei gusti, e delle performance, infatti, i nomi di grido e quelli di nicchia non sono mancati.
Però quest'anno troppe performance hanno lasciato a desiderare. 
Quelle al Teatro Mancinelli, poi, hanno tutte sofferto anche di un mixer tutt'altro che professionale: musica impastata, strumenti primari quasi inascoltabili, equalizzazione delle percussioni non all'altezza del blasone.
Ma procediamo con ordine.
Il duo Danilo Rea e Gino Paoli non ha mai avuto nulla a che vedere con il jazz. Attenzione, non sto parlando di una mia personale idea di jazz: da sempre, Rea e Paoli fanno i gigioni, alla ricerca dell'applauso facile e di un pubblico più poppeggiante che jazzistico
Per carità, non ci sta niente di male, anzi. Però - qui a Orvieto - da Danilo Rea mi aspettavo più rispetto per la sua figura. Poche note, ma giuste, diamine! 
E, invece, ha vorticosamente girato le fettuccine sui tasti bianconeri, sciorinando quei quattro soliti e prevedibili trick che vent'anni fa erano innovativi, ma che oggi sanno solo di stanca ripetizione di se stessi. Lo accetto da Allevi, ma non da Danilo Rea. 
Si è salvato giusto Flavio Boltro, guest in un paio di pezzi, sempre capace di prendere affettuosamente per i fondelli la sua tromba, limitata ma audace e sorniona.
Jason Moran ha proposto un Monk inutile, cerebrale e borioso, quale invece non era il grandissimo pianista. Troppi intellettualismi stucchevoli e appiccicati, accompagnati peraltro da una sorta di installazione risicata e ripetuta più volte, che se soffrivi di epilessia rischiavi veramente brutto.
Marc Ribot ha fatto un casino con un suo modo molto arrogante di raccontare l'armolodia di Coleman, penalizzando i già timidi Young Philadelphians con un uso strafottente e ostinato del wha wha, per oltre un'ora di bordello sonoro; tanto che tre quarti di Teatro è scappato via a gambe levate dopo soli dieci minuti di fracasso. 

Da chi ha nobilitato David Sylvian, Tom Waits e Vinicio Capossela, mi aspettavo più rispetto per se stesso, per il pubblico e anche per i giovani musicisti coinvolti.
Il Merry Christmas Quartet di Fabrizio Bosso ha fatto la sua striminzita performance con l'aiuto di una voce senza mantice ed estensione (quella di Walter Ricci). Scaletta già dimenticata per un live veramente deludente. Certo, Bosso è dio, Mazzariello è il suo profeta, ma la scelta dei brani è stata micidiale.
Sul trio Guidi, Bearzatti, Rabbia non riesco a pronunciarmi più di tanto. Il pianismo di Guidi è acquoso di suo, contrapposto al batterismo di Rabbia decisamente più professionale. Quando entravano nel jazz mainstream riuscivano bene (troppo ECM, va detto); ma quando hanno abbozzato un free jazz di maniera, mi è venuta voglia di scappare.
Si sono salvati: la bella lettura di Joni Mitchell da parte di di De Vito, Pietropaoli e Mazzariello e la brava e promettente Jazzmeia Horn (teniamola d'occhio!). 
Però è stato troppo poco.
Oltretutto gli organizzatori insistono nel dire che quello invernale è sempre stato un Umbria Jazz per "addetti ai lavori". Cosa diamine voglia dire, è un mistero. Resta il fatto che anche e solo l'elenco dei nomi presentati dimostra una volontà di essere invece eterogenei e curiosi.
La vera domanda da porsi, invece, è un'altra: come mai il livello è stato complessivamente così basso?
A parte le due benvenute eccezioni, perché la qualità di Umbria Jazz 25 è stato così bassa e precaria?
Non ho la risposta, ovviamente; anche se temo che la visione dei due estremi (Rea da una parte e Moran dall'altra) lasci intravedere un'italica volontà di mantenere separati due mondi (jazz banana e jazz colto) che nel significato stesso del jazz non dovrebbero nemmeno essere ipotizzati.

venerdì 5 gennaio 2018

Umbria Jazz Winter, tutto fuorché le auto

È la sesta edizione consecutiva di Umbria Jazz Winter che mi vede come spettatore vorace. 
E ogni volta sbatto il grugno sugli stessi problemi di sempre. Per carità, nulla a che vedere con la musica: è l'amministrazione che mi inquieta. Di sinistra o di destra che sia (stata), si ostina a commettere sempre gli stessi errori.
Per dire: perché le auto possono girare dentro Orvieto? È una cittadina microscopica, ricca di scorci e testimonianze antiche. Che senso ha violentarla con la nostra maleducata pigrizia? Al netto di invalidi e persone anziane, che hanno tutti i diritti del mondo, il resto delle auto dovrebbe sparire immantinente.
Perché le attività commerciali chiudono all'ora di pranzo per poi riaprire il pomeriggio tardi? Capisco durante i periodi meno turistici, ma farlo durante le feste natalizie è controproducente.
Perché le attività ricettive sparano prezzi mostruosi che di fatto sottraggono i più giovani dalla possibile possibilità di assistere a concerti comunque istruttivi?
E, tanto per tirare le orecchie anche all'organizzazione: perché parte dei concerti è stata proposta in sale con regolare prevendita, ma senza poltrone numerate? D'inverno a Orvieto fa freddo, o comunque è umido: costringere le persone a file di quasi un'ora, nonostante il biglietto regolarmente acquistato, è da sciocchi.
Per tacere degli spazi tra una fila e l'altra: io sono alto solo 1,73, e mi sono trovato le ginocchia dentro le orecchie; chi mi supera in altezza, tanto vale che resti a casa.
Non credo di aver denunciato chissà quali problemi irrisolvibili. Poi, fate voi...

venerdì 29 dicembre 2017

a #UJW25 la Joni Mitchell di De Vito, Mazzariello e Pietropaoli (una recensione)

Difficile entrare nel mondo di Joni Mitchell senza commettere imperfezioni, perché la cantante canadese ha il rarissimo pregio di aver composto canzoni bellissime che comunque funzionano, ma che funzionano soprattutto grazie allo spessore di cristallo della sua voce. E se provi a uscirne troppo, rischi di comprometterne il tessuto melodico; se provi, invece, a starci dentro ma senza scimmiottarla, rischi di cadere nel baratro della presunzione.
Eppure c’è chi ha avuto l’ardire di provarci, questo quasi-gelido venerdì di fine anno a Orvieto, in un’edizione di Umbria Jazz altrimenti arida di emozioni: Maria Pia De Vito, con la sua voce sempre pastosa, in costante conflitto con la passione e la professionalità (e che in questo caso ha sortito ottimi risultati); Juan Olivier Mazzariello, il cui pianismo ha la rara dote di dire poche cose ma sempre giuste, che sa rispettare la musica, il pubblico e i suoi compagni d’arme; Enzo Pietropaoli, non solo bassista e non solo musicista, che nonostante abbia compiuto secoli di età, mantiene vivo l’entusiasmo del bambino insieme al rigore del grande sapiente.
Apre le danze la dolce cantilena di Amelia, con quel giro di accordi che Pat Metheny poi ridisegnò nel live Shadows & Lights, da cui ormai riesce difficile uscire. E quando la tua memoria-in-automatico si aspetta quei pizzichi di chitarra fluida, Mazzariello sfodera un prezioso piano-solo soffuso.
Siamo quindi nella percussiva Harlem in Havana, con il nostro Enzo che insegna come si sta a tavola: prima del suo solo, si è fermato quel poco di più per consentire alla De Vito di raccogliere il giusto tributo al suo scat così naturale.
Entriamo dentro la bellissima Morning Morgantown: la De Vito parte fuori tono, ma si riprende subito anche grazie allo stato di grazia di basso e pianoforte che sorreggono l’intera canzone con vigorosi muscoli, dolcissimi quanto discreti. Nella seconda parte della canzone, la De Vito si rifugia dentro un canto alla Joan Baez, più affine alle sue corde. La parte del leone la fa Mazzariello, sempre capace di rispettare le canzoni con solismi umili e privi di autocelebrazioni.
Arriviamo al cuore mingusiano della Mitchell con God must be a boogie man. Eccellente versione, con il trio che si amalgama e si insegue continuamente, in compagnia di un pubblico timido che ha risposto alla call-to-action senza tanta convinzione.
Dopodiché, la luce di A case of you ha illuminato i nostri cuori: grande Mazzariello, ben oltre i suoi limiti; Pietropaoli che dona la sua anima al pubblico; la De Vito che si commuove sempre di più. Così si suona, così si canta!
Con Be cool i nostri si riposano, rendendo la canzone quasi “normale”: troppa eleganza si paga, ed è giusto prendersi pochi minuti di riflessione.
Con Chinese café/Unchain Melody ritorniamo negli astri. Di sé per stessa è notoriamente un esercizio di stile complesso e probante: i tre arrivano a renderla un’esperienza irripetibile e nostalgica, dove alla fine vien da dire “io a questo concerto c’ero; voi no”.
E a proposito di nostalgia, arriviamo a Woodstock. Ragazzi, che arrangiamento! Che esecuzione. Riuscire a unire lo sguardo verso il passato con il cammino rivolto al futuro… veramente una bellissima versione.
Bis dedicato alla mia signora con una Answer me my love da lacrimoni.
Una bellissima esperienza, insomma.

No so come sia il disco (dove al piano figura Rea). Ho paura di acquistarlo. Quando si hanno esperienze come queste, diventa difficile rincorrere la nostalgia. Vi terrò informati.

domenica 8 ottobre 2017

Blade Runner 2049, quando il cinema esce sconfitto

Onestamente mi sfugge perché debba avvisare che incontrerete spoiler: dopo 8 minuti e mezzo, infatti, il "grande segreto" viene rivelato da Sapper Morton, un ormone grosso così, ovviamente androide, fatto a pezzi da Ryan Gosling dopo una westernosa colluttazione.
Se non ve ne accorgete, vuol dire che siete distratti; ma di brutto, eh!
Il resto, è una trama che fa di tutto per discostarsi dal vero Blade Runner, riuscendoci perfettamente: pessima sceneggiatura, dialoghi patetici, musica di rara bruttezza, buone inquadrature (a sprazzi va detto) uccise però da una scelta di luci monocromatica e senza identità.
E neanche gli attori si salvano: Ryan Gosling sta lì inebetito ad aspettare l'ultima danza di La La Land; Harrison Ford è ritornato nella carbonite di Star Wars; Robin Wright fa di tutto per sembrare se stessa; Ana De Armas è impresentabile... Sylvia Hoeks rovina tutto ma proprio tutto quello che poteva essere rovinato; il suo personaggio - nodale e pompato all'inverosimile, è la nemesi di Scott, colei che uccide e annienta definitivamente questo film già così arido e inconcludente di suo. E Jared Leto? Quando aveva cinque anni, mio nipote sparava cazzate più profonde e verosimili.
I testi e le situazioni, insomma, puntano pervicacemente verso un obbligo filosofico che nel primo non c'era, ma che scaturì naturale proprio perché non voluto. Basta leggere i saggi in merito e rivedere i numerosi making of per capire quanto Ridley Scott avesse puntato sulla trama e sulla qualità, potenze narrative che inevitabilmente avrebbero portato al solo e unico Blade Runner che meriti di portare questo nome.
Intendiamoci: non è che mi sia seduto pronto a fare confronti; né tantomeno ho preteso forzatamente di vedere ripetuta la magia del primo; oltretutto, la mia passione e competenza per il cinema mi hanno insegnato a essere aperto a tutto. 
Qui siamo di fronte a un film brutto! Chissenefrega se è collegato al Blade Runner originale. È un film fatto male. Punto.
Ora, cerchiamo di trovare una morale: al di là della bruttezza intrinseca del film, ha senso rincorrere e quindi insistere su successi fantascientifici del passato fortuiti ma leggendari?
Il franchising di Alien ci ha insegnato che è possibile usare un buon canovaccio e produrre ottimi seguiti (i prequel neanche li considero). Quello di Star Wars, invece, no: una volta visto il Quarto, tanto vale restare in casa. Star Trek, invece, ha alti e bassi: però, e alla fine, funziona e sa destreggiarsi bene tra novità e tradizione.
Ricapitolando: un personaggio (Alien) funziona quando ha con sé una forza narrativa intrinseca. Una storia (il Quarto di Star Wars), invece, funziona se inserita in un contesto che coniuga sapientemente tradizione e tecnologia. In mezzo troviamo l'ibrido Star Trek: funziona solo quando personaggi nitidi sanno convivere dentro la tradizione commista alla tecnologia.
E Blade Runner dove lo mettiamo?
Escludiamo il fatto che Scott l'abbia fatto per soldi (ha un conto in banca che risanerebbe l'Alitalia e la Rai in in sol colpo; e ne avrebbe in avanzo), cosa spinge un personaggio così intelligente a perdersi in queste inutilità?
Escludiamo pure che Villeneuve abbia agito in preda al timore reverenziale (anzi, troppo supponente è).
Dov'è l'errore?
Bella domanda.
L'errore forse sta nel fatto che noi siamo cambiati. Noi come pubblico. Non pretendo il ritorno del pubblico "militante", perché sarebbe una cazzata; né tantomeno mi sento dire che siamo di bocca facile (anche se in parte è vero).
Io sono convinto che l'intero "contesto cinema" sia così modificato da aver reso possibili e accettabili e benvenuti film orribili come questo Blade Runner 2049: tutto forma (peraltro noiosa), poca sostanza, trama incoerente ma speciosa, filosofia zen stracollaudata, inquadrature da iPhone comprato dai cinesi, dialoghi scritti col WhatsApp, religiosismi e fondamenti spirituali derivati da letture frettolose di guide religiose tradotte col translator.
Un disastro, altro che lacrime nella pioggia!