12 marzo 2025

il personaggio vile in SALVATE IL SOLDATO RYAN di Steven Spielberg

Quando guardo una serie o un film, mi chiedo sempre che fine faranno alcuni personaggi secondari, come potrebbe svilupparsi la loro vita, al di fuori della trama. Può capitare, però, che non riesca a esaudire questa curiosità, forse perché il personaggio è troppo abbozzato, o forse perché ho paura della mia immaginazione.

Mi è capitato con Salvate il Soldato Ryan: lo vidi al cinema fresco di uscita (era il 1998), circondato da persone molto anziane; avevano vissuto la guerra, o come spettatrici (perché giovanissime) o come protagoniste (come il compagno di mia madre, che finì prigioniero dei tedeschi subito dopo l’8 settembre). Una condizione emotiva ottimale, direi.

Tra i protagonisti secondari, spicca Timothy Upham (interpretato magistralmente da Jeremy Davies): è lo scribacchino coartato dalle retrovie perché sa parlare tedesco e francese, lingue utilissime per la rischiosa missione di salvataggio.

Si capisce che è totalmente fuori contesto: timido, impacciato, spaventato dalle armi, incapace di relazionarsi con i compagni, fedele alle asettiche regole d’accademia.

Durante la scena che precede l’incontro con Ryan, il plotone si imbatte in una postazione tedesca: riesce ad annientarla, ma al prezzo della vita del medico (interpretato altrettanto magistralmente da Giovanni Ribisi).

Il plotone riesce a catturare l’unico superstite dei tedeschi. Asfissiati dal dolore per il compagno ucciso, i nostri eroi vogliono fucilarlo sul posto, senza tanti problemi. Il timido scribacchino cerca di far rispettare le regole: un prigioniero non va ucciso impunemente. Lo dice il regolamento. Lo suggerisce la morale. Lo impone l’etica.

Dopo un parapiglia tra commilitoni, perfettamente disegnato da Spielberg, l’uomo viene lasciato libero, a patto d’onore che si consegni agli americani delle retrovie (cosa che non farà, come immaginabile e come vedremo nell’epilogo).

Dopodiché, passate alcune scene, arriviamo alla battaglia finale, tra le più cinematograficamente intense che abbia mai visto in vita mia, addirittura migliore di quella dello Sbarco in Normandia che ha aperto egregiamente il film.

Potrei riassumere brutalmente che muoiono quasi tutti i buoni. Uno di loro, guarda caso, viene ucciso proprio da quel tedesco - e nella maniera più feroce e raccapricciante (con un coltello): il nostro scribacchino potrebbe salvarlo, ma non riesce neanche a salire una rampa di scale, restando letteralmente pietrificato dalla paura.

Dopodiché, arrivano i nostri: i nemici battono in ritirata, alla rinfusa e senza meta. Lo scribacchino ne ferma un manipolo e uccide arbitrariamente solo quel tedesco, con rabbia e arbitrio, proprio come non voleva venisse fatto dai suoi commilitoni.

Due domande: contro chi ha veramente sparato per il suo subconscio? Di conseguenza: che uomo diventerà questo scribacchino?

Sono anni che mi pongo questa domanda e sono anni che mi rispondo sempre allo stesso modo: non diventerà una bella persona, ma ancora ho paura di definirla bene

11 marzo 2025

OPERAZIONE OVERLORD di Max Hastings (Neri Pozza)

Un libro denso, densissimo, ricco di dettagli utili e di informazioni anche meno note sullo Sbarco in Normandia e i mesi sanguinosi che ne seguirono. Un resoconto minuzioso e documentato, scritto in maniera più che comprensibile, con i giusti toni e la rara capacità di incastonare con precisione anche una critica costruttiva senza faziosità o preconcetti.
Si capisce subito che i "nostri" sbagliarono molto, e spesso, affrontando anche con superficialità un nemico perfettamente addestrato ed equipaggiato. E motivato, bisogna aggiungere: i tedeschi, infatti, non combatterono per evitare la sconfitta, ma per vincere. Già, per vincere. Non mollarono mai, neanche l'ultimo minuto dell'ultimo giorno di quest'operazione, così ciclopica, così impossibile. E lo fecero sempre con un'organizzazione e una capacità di reazione senza eguali.
I "nostri" vinsero solo grazie alla quantità: di materiale bellico, di infrastrutture, di approvvigionamento, di uomini. E non certo grazie alle scelte dei più alti in comando.
I tedeschi persero solo alla distanza, raramente per errori dei generali, sicuramente per colpa di Hitler: da una parte era un accentratore miope e bipolare, dall'altra immaginava il suo esercito come fosse ancora quello del 1939, senza avere l'accortezza di valutare le vere forze in campo e la vastità dei territori conquistati (o persi) con una parte dell'esercito in fuga dalla Russia, che certo non poteva avere il dono dell'ubiquità. 
Fa una certa impressione leggere questo splendido libro proprio quando gli USA, gli eroi di quello sbarco (insieme a inglesi, canadesi, francesi e polacchi), stanno deludendo in questi giorni l'amore e la riconoscenza degli uomini liberi. In Normandia sono morte migliaia di ragazzi. Per cosa?

27 febbraio 2025

TRUE WEST, LA VITA DI SAM SHEPARD di Robert Greenfield (Jimenez)

Bello, intrigante, intelligente, rustico, mai volgare, coraggioso, affamato della vita... potrei continuare con righe su righe per descrivere Sam Shepard, uno dei più grandi autori cinematografici e teatrali di sempre. 
E questa bellissima biografia riesce a restituirne l'anima, la mente e il cuore, con una sapiente scrittura, mai agiografica, attenta al lettore, capace di restituire i sapori e i suoni di un'epoca in cui "vinceva" ancora il fattore umano.
La California era ancora la nuova frontiera dove tutto sembrava possibile, il vero West dove prevaleva ancora lo spirito del fuorilegge. Negli anni, questa sensibilità permeò il suo lavoro, consentendogli di mettere in scena una visione della vita americana mai vista prima sul palco
Un'infanzia minata dal padre alcolista, una New York piena di insidie che gli ispira i primi rudimenti della sua arte.
C’erano così tante voci che non sapevo da dove cominciare. Era splendido, davvero. Mi sentivo come una specie di strano stenografo. Di sicuro c’erano delle cose là fuori e io mi sono limitato a mettere per iscritto
La frequentazione di miti (Dylan, Smith, Antonioni, il figlio di Mingus) che iniziarono a segnare l'immaginario collettivo proprio in quegli anni.
La voglia di esistere bruciando l'impossibile e nel contempo di resistere allo stigma paterno.
Ho due parti in me che sono proprio incompatibili. Una è totalmente indisciplinata e vuole solo darsi all’avventura. L’altra ha quest’aria da vita ordinata e disciplinata
Un libro che è una vita che sono racconti che è una giostra di splendide sensazioni, che appena hai chiuso un capitolo vuoi subito leggere il successivo.
Dove leggi nomi che devono i primi passi anche grazie a lui: Gary Sinise, John Malkovich, Ed Harris, Ethan Hawke, Sean Penn, Nick Nolte, Philip Seymour Hoffman.
Dove incontri momenti oscuri e altri pieni di luce. Dove capisci quanto si possa essere geniali e autentici senza sembrare diversi o eccezionali.
Sam Shepard è un nome veramente importante per la Storia dell'Umanità, e questo libro ce lo ricorda con toni semplici, mai retorici, sempre attenti alla realtà dei fatti

17 febbraio 2025

GIORNALISTA/INFLUENCER ovvero IL GIORNALISTA CHE SPIEGA SOLO SÉ STESSO

Il giornalismo (almeno quello italiano) sta virando verso un’impostazione di fondo che non riesco ancora ad accettare.

Personalista e personalizzato; alla sola ricerca del click in più; autoreferenziale; inchieste costruite sui propri preconcetti; video in cui si cerca la posa anziché la dialettica e il confronto; interviste/forum in esclusiva ai propri colleghi/amici in cui si parla solo di sé stessi e delle proprie interpretazioni della realtà; una costante impellenza a voler/dover dire tutto su tutto e sempre, ma senza misurarsi con il giusto, il gusto e l’opportunità; sintassi scolastica e dizione approssimativa; argomentazioni da bar dello sport; condanna a priori dell’utente critico; ritenersi al centro della notizia, anziché servitori dell’informazione; pensare che il solo viaggiare significhi essere più bravi di Oriana Fallaci; difendere i deboli, ma senza far parlare (o ascoltare) veramente questi deboli

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Quando scrissi queste poche parole in coda alla prima rassegna del 2025, senza fare un nome che fosse uno, un mio collega mi disse che in controluce intravedeva anche la figura di una giovanissima giornalista, in quel momento intoccabile perché intricata dentro una crisi geopolitica.

In effetti, la ragazza è un esempio di quel giornalismo social/ista che nulla ha a che vedere con la notizia, con gli approfondimenti, con la difesa della realtà di cui abbiamo veramente bisogno.

Con le sue pose e il suo parlare per frasi convenienti, infatti, rappresenta appieno il giornalista/influencer: parla sempre di sé; si documenta solo all’interno del suo pretendere di sapere già cosa sia la realtà; un mondo che racconterà dalla prospettiva di un ipotetico selfie, con la notizia o la storia sfocate sullo sfondo.

Non è immune da questo social/ismo anche un giovanissimo tiktoker, diventato famoso perché nei suoi video in pochi secondi bignamizza con parole chiare e superficiali i classici della Letteratura e della Storia. Il problema non è la sintesi, ma il modo acritico con cui ha edificato lentamente il suo personaggio: il ragazzo, infatti, si autointerpreta con pose anacronistiche, schermate da un’eloquenza apparentemente profonda, tanto da aver svegliato Repubblica dal suo torpore editoriale, visto che gli ha proposto una rubrichetta per quei giovani che mai leggeranno Repubblica.

È un sempre più diffuso modo plastificato di non/esistere che avevo intravisto addirittura durante un funerale di cui vi avevo parlato qui, e che adesso sto incontrando anche in un contesto “sacro” come il giornalismo scientifico (ne parlerò).

Paradossalmente, nel cercare di dargli sostanza mi aiuta la parola stessa, “influencer”: colui che influenza, come fosse un virus. Anzi, no: è peggio di un virus, perlomeno per come poi reagiamo noi. Il virus lo individui, lo studi; hai persino la dignitosa volontà di combatterlo, per arginarlo.

Questo virus, questa viralità, invece, è un modo di non/esistere accettato da tutti, anche da chi ancora ne è immune o vaccinato.

È come se il social/ismo avesse scovato e poi liberato una pulsione subdola del nostro ego, contro la quale siamo totalmente indifesi: apparire la propria apparenza; accettare quella degli altri ma solo se gli altri hanno accettato la nostra; pensare che la nostra bolla sia la realtà; escludere chiunque non vanti la sua Capalbio virtuale (follower, collab, eventi, like, meme, pose, politically correct…).

Questo non/esistere così informe ed elitario (un’élite non di classe, purtroppo), mi ricorda il bellissimo film grottesco Society (1989), di Brian Yuzna. Vi suggerisco di cercarlo: non parla dei social, ma di tutto il resto

13 febbraio 2025

PARTHENOPE, una stroncatura

Ci dev’essere un qualcosa in comune tra certi maschietti borghesi, che quasi all'improvviso li porta all’impellente necessità di rimestare nel torbido dei propri pensieri. Altrimenti, non si spiega come mai registi straordinari come Antonioni, Fellini, Kubrick, Godard, Bertolucci, ad un certo punto della loro vita abbiano proposto film inutilmente pruriginosi.

Eros (2004), La città delle donne (1980), Eyes Wide Shut (1999), Prénom Carmen (1983), The Dreamers (2003), hanno in comune un’inutile e insistita autopsia del corpo femminile come solo oggetto del desiderio, l’ostentazione di momenti sessuali tutt’altro che allusi, trame incongruenti e confusionarie, un approccio da guardoni che proprio non ti aspetti da questi monumenti dell’etica e della cultura. A questa tendenza non scritta si è accodato anche Sorrentino con il suo Parthenope (2024), il cui sottotitolo doveva essere La gLande bellezza

Ora, io non appartengo alla categoria dei bacchettoni, né tantomeno mischio gusto personale e oggettività artistica: è che qui siamo di fronte a un film brutto, sia tecnicamente che esteticamente.

A me frega nulla della carne esposta, anche quando non ha scopo narrativo. Contesto, questo sì, l’indugiare pruriginoso e voyeuristico su una scopata pubblica tra adolescenti terrorizzati, su una giovane che si fa masturbare da un vecchio e laido sacerdote, sul vedi-non-vedi di un vestiario inutilmente microscopico, sulle scene saffiche riprese a una distanza da sincrotone: così come sono proposte e indugianti, diventano scelte zozze, gratuite, maschiliste e totalmente prive di scopo narrativo. Che ci siano o no, nulla cambia nell’insieme della trama.

E mi meraviglia che le femministe nostrane non si siano scagliate contro questo accrocco di tette, scopate e sguardi sporcaccioni, che ci buttano indietro di venti anni, riportando la donna a oggetto, a strumento amimico e remissivo di piaceri pseudobestiali.

Andando sul tecnico, invece, le riprese esterne sono un disastro, il montaggio pessimo, l’audio impresentabile, la sceneggiatura un colabrodo.

Vado nel dettaglio. Le luci degli esterni sembrano sistemate a coda di cane: altrimenti non si spiegano i cieli diurni sempre appannati, che oltretutto banalizzano i primi piani. Le riprese notturne, invece, perdono spesso la profondità di campo.

Montaggio: campi e controcampi senza nesso, inserti spesso inutili e controproducenti, ritmo inesistente.

Audio: tanto vale mettere i sottotitoli. A parte Silvio Orlando e Luisa Ranieri, il resto degli attori si mastica le parole. Il canale del commento musicale, poi, sovrasta tutto il resto.

La sceneggiatura è qualcosa che non capisco proprio. Bisogna concentrarsi parecchio per intuire i cambi di scena o il senso di certi frammenti narrativi buttati là. I dialoghi sono a metà tra Ciquito e Paquito e i Baci Perugina, con un flusso a corrente alternata di massime e di sentenze: lo spettatore si sente come Alberto Sordi e Anna Longhi in quel piccolo capolavoro che fu Le vacanze intelligenti (1978). L’unico monologo da salvare è quello di Luisa Ranieri. L’unica scena preziosa è l’abbraccio con Silvio Orlando.

Più in generale, a me sembra che Sorrentino abbia scientemente destrutturato i topos delle sue origini (Napoli, San Gennaro, la Camorra) come anche un certo modo di intendere la personalità di un regista (l’antropologia, il fanciullino curioso ma limitato dalle circostanze) per esprimere il suo disagio di fronte ai sessant’anni che incombono. E, guarda caso, lo fa attraverso una bellezza da smontare e non con un edonismo maschile immaginario (visto che non è propriamente bello); sono tutte speculazioni che lascio a chi si diverte a fare critica criptica.

Quello che trovo allucinante è che la critica abbia deciso che il film deve piacere. Un film pretenzioso e maschilista che è costato 33 milioni di euro e ne ha intascati solo 9

05 febbraio 2025

VERMIGLIO, una recensione

Sintetizzato frettolosamente come una sorta di Albero degli zoccoli del secondo millennio, questo Vermiglio è un film dignitoso, senza pretese, con alcuni spunti interessanti, con un sapore di fondo che ha l'enorme pregio di non essere "politico", "propedeutico", "militante", "civile"... insomma, tutte quelle definizioni noiose che purtroppo si accompagnano sempre a film come questo.

La storia è molto asciutta, quasi ovvia, non pretenziosa. Però, una volta entrati nel ritmo lento ma non faticoso della narrazione, diventa gradevole assaporare la quotidianità semplice e rituale della gente del Trentino più recondito, assediata alla lontana da un periodo storico tra i più difficili vissuti dall'Italia appena unificata: la fine della Seconda Guerra Mondiale. 

Per fortuna, la regista ha evitato ogni allusione alla brutalità dei fascisti ormai sconfitti, tanto che sembra di essere in una bolla nostalgica, in cui le cose brutte sono alluse solo dai dialoghi tra gli adulti e dalla figura del giovane "disertore" che sedurrà una ragazza del posto senza dirle che in Sicilia lo aspetta la moglie.

Recitazione spontanea, mai costruita, con giovani e giovanissimi attori che quasi giocano con la professionalità, senza mai scimmiottare gli attori famosi. Segno dei tempi, sicuramente, visto che tutti più o meno inconsapevolmente siamo circondati da media di ogni possibile tipo, cui attingere modalità espressive o tutorial recitativi. L'unico professionista di fatto è Tommaso Ragno, serio e composto attore di stampo teatrale, che tiene bene le redini del gruppo e che opera come deus ex machina anche nella narrazione (è il maestro, nonché prolifico genitore). 

Per restare nella sintassi della drammaturgia greca, ho trovato leggermente insistito il coro rappresentato dai bambini, cui la regista scientemente affida le nostalgie della propria infanzia: a volte stucchevole, a volte insistito, ai limiti dell'accettabile.

La regia è impalpabile. Il che è un pregio, perché lascia che sia la trama a dipanarsi. Per alcuni critici è un punto debole. Per me, invece, è quasi necessaria, proprio perché non deve essere militante e autoreferenziale. Spero solo che non si ripeta, questo sì: Maura Delpero dovrà dimenticarsi di questo film e della sua infanzia; altrimenti, diventerà ripetitiva e anonima.

Direzione della fotografia. Molto scolastica nelle inquadrature: camera quasi sempre fissa; campi totali con effetto pastello; interni quasi onirici; uso frequente della sezione aurea oppure di composizioni centrali sempre suggestive. Per le luci: gli esterni aiutano di loro (una meraviglia); per gli interni, ogni tanto intravediamo flare inutili oppure luci dinamiche troppo nitide, apparentemente artificiali.

Se dovessi pensare a un voto, più di 6 non riesco a darlo. Voglio dire che non mi sono né appassionato né sorpreso; due tra i parametri fissi con cui valuto il mio approccio ai film. Sicuramente, pesa l'averlo visto in casa, ma è un dettaglio comunque marginale. Insomma, è un buon film, ma che nulla toglie o nulla aggiunge alla Storia del Cinema Italiano. Certo, ha l'enorme pregio di non essere supponente, di non giocare a sembrare autoriale; però non è che lo consiglierei così visceralmente.

31 dicembre 2024

SONNY BOY. UN’AUTOBIOGRAFIA di Al Pacino (La Nave di Teseo)

Biografia densa, ricchissima di storie, di sapori, di nostalgia, ma anche di dolore e di malcelati rimpianti. Scritta con entusiasmo e passione, ma anche con la ricercata consapevolezza di non indugiare nei "bei tempi andati". Al Pacino si dimostra efficace narratore, capace di ammettere i suoi limiti e di rispettare la verità.
Non è un libro propedeutico, ma credo sia utile per far capire soprattutto ai giovani il valore della gavetta, il rischio di cadere di nuovo anche quando abbiamo raggiunto un successo sicuro e duraturo, la facilità di autocompiacersi quando invece è necessaria una potente dose di umiltà e una buona cerchia di amici.
Non è neanche una lista di complimenti "tattici" a tutti gli attori incontrati: una volta entrati nel mood, il lettore capisce immediatamente se Pacino stia agendo d'impulso oppure stia seguendo la legge del cuore.
Io mi sono divertito soprattutto a gustarmi aneddoti e curiosità dei film che più ho amato (no, Scarface proprio non lo sopporto), come anche a rincorrere le versioni di alcuni fatti che avevo già incontrato nelle (auto)biografie dei suoi compagni di cinema.
Ad essere petulanti, mi sfugge perché manchi un indice ragionato; ma è un difetto ricorrente nei libri usciti in questo ultimo ventennio.
Se amate il cinema, il teatro, New York, la mitologia del vostro cuore, questo è il libro che fa per voi