lunedì 19 febbraio 2018

hanno attaccato tre manifesti sul post del treno di Eastwood chiamandolo col mio nome

SPOILER OVUNQUE, siete avvertiti

Tre manifesti a Ebbing, Missouri dovrebbe essere un film grottesco, o almeno sembra aspirare a tanto. Però: se non lo è, la trama fa acqua da tutte le parti; se lo è, la trama fa acqua da tutte le parti.
Io credo che se hai deciso di girare un film grottesco devi per forza abusare della realtà, dandole però un senso... grottesco, appunto.
Frankenstein Junior, per dire, ha sequenze impossibili ma coerenti e sensate: ogni cosa torna al suo non-posto senza mietere dubbi nel cervello dello spettatore (cervello ab-normal, come si conviene...).
Hollywood Party è inverosimile, ma le scene impossibili del party hanno un inizio, un arco narrativo e una fine; hanno, cioè, una direzione.
In questi Tre manifesti, invece, un poliziotto butta dalla finestra un disgraziato, ma non viene arrestato né processato. La protagonista tira molotov contro un distretto di polizia, ma le indagini si riducono a una chiacchierata condominiale.
Ma soprattutto: il presunto sospetto dello stupro entra ed esce dal negozio della protagonista... senza alcun nesso narrativo.
Più in generale, la sceneggiatura è sfilacciata, si perde in almeno tre finali diversi, non crea alcuna empatia tra protagonista e spettatore, si perde in alcune sequenze prevedibili quanto lente.

Il Post è un bel film già scritto: doveva essere girato come l'ha girato Spielberg, doveva essere interpretato da due monumenti quali la Streep e Hanks. 
C'è un elemento nodale che forse è sfuggito ai critici: in questo film non si parla solo della libertà di stampa; si parla anche del coraggio dei politici, di qualunque fazione. 
Quando, cioè, un ideale assoluto viene messo in crisi o addirittura minacciato, non importa a quale partito appartieni: devi schierarti in difesa del principio, costi quello che costi.

Ore 15:17 - Attacco al treno è un bel film, non il migliore di Eastwood, ma è asciutto, nitido, pulito e senza autocelebrazioni. 

C'è un netto ed evidente contrasto tra la tecnica di ripresa che prepara all'evento drammatico e quelle che lo raccontano con misurata quanto rapida dovizia di particolari. Ed è una bella scelta: nonostante sappiamo come va a finire, ci raggomitoliamo sulla sedia in attesa della vittoria dei buoni.
Colpisce il fatto che i tre protagonisti siano quelli veri, anche per un motivo tutt'altro che banale: a volte, non c'è bisogno delle accademie per interpretare un dramma.
Certo, non vedremo mai più (?) i tre eroi recitare altri ruoli, però c'è un dubbio che mi attanaglia: fosse stata una produzione italiana, lo avremmo elogiato parlando di neo-neo-neorealismo? 

Chiamami col tuo nome è, invece, un film brutto e noioso, senza speranza alcuna: dopo un'ora volevo già andar via dalla sala.

Ed è anche un film presuntuoso, perché parte dal presupposto che parlare dei sentimenti in quel modo consenta automaticamente la loro strumentale banalizzazione.
Purtroppo è un film che deve piacere, perché il timore borghese suggerisce che certe tematiche non possano essere criticate. 
Come nella Stanza del figlio di Moretti o nella Grande bellezza di Sorrentino, non ci si appassiona, non si entra in empatia con i personaggi: si vivono i momenti drammatici solo riferendoli a noi stessi e alle nostre esperienze. Ebbene, io credo che quando costringi uno spettatore a sopperire alla tua sceneggiatura, vuol dire che sai solo mostrare senza saper raccontare. Hai fallito nel tuo scopo, insomma.
E spero vivamente che abbiano sbagliato la lente del proiettore della sala. Raramente ho visto inquadrature così pervicacemente sbagliate: più volte mi sono sorpreso a spostare la testa in alto sopra lo schermo, alla ricerca di un frammento di spazio altrimenti soffocato.

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