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16 dicembre 2024

IL CRISTO VIRTUALE: UN INCUBO DIVENTATO REALTÀ

Prima di diventare il papà di Star Wars, George Lucas iniziò la sua carriera con un film autoriale, che il bambino che ero soprannominò “Ritratto di donna pelata” (citavo questo sceneggiato).

Stiamo parlando di THX 1138 (1971), tradotto in italiano con L’uomo che fuggì dal futuro.

È un capolavoro di rara bellezza, ambientato in una distopia peggiore di “1984”, dove le persone non hanno nome, se non codici alfanumerici (da qui il titolo); per rendere il tutto più ansiogeno, sono costrette a vivere calve, a vestire in un anonimo bianco, a lavori automatici e ripetitivi. Private di identità, sessualità, diritti, vivono nell’alienazione totale, senza respiro, senza speranza, senza passato o presente o futuro.

Stranamente, persiste una parvenza di conforto spirituale: un confessionale trasparente che consente di rivolgersi ad un Gesù digitale, ripetitivo e algido (guardate qui).

Una follia del genere non potrebbe mai accadere nella realtà… tranne che a Lucerna, dove l'installazione Deus in Machina permette di confessarsi con un Gesù virtuale

01 febbraio 2021

IL LIBRO DI TUTTI I LIBRI di Roberto Calasso (Adelphi)

Decimo dei (per ora) undici pannelli della gustosa e multiforme opera in corso di Roberto Calasso, questo Libro di tutti i libri è denso, ricco, evocativo: tra tutti quelli del progetto, forse è il più lineare, senza quelle digressioni, quelle variazioni sul tema - o al di fuori di ogni schema, che intarsiano i pannelli precedenti. 
Non è "solo" un racconto della Bibbia, ma anche il manifesto di un modo di raccontare la religione in una maniera tutt'altro che dogmatica o laica, e nemmeno da studioso asettico: porta in sé, insomma, un metodo di approfondimento che si evolve nel suo stesso approfondire; un libro che cerca se stesso mentre lo leggi, insomma. 
La mia non è solo un'affermazione funambolica: è lo stesso autore che in un'autointervista ha chiarito come questo libro - concepito subito dopo Ka, obbligava a una tale vastità di capitoli così complessi e vasti, che a loro volta meritavano pannelli a parte, più strutturati, che si realizzeranno a partire da K. per finire con L'innominabile attuale
Siamo di fronte, insomma, a una "libro cornice", sulla cui lettura grava (o aiuta) l'aver letto l'intera opera fin qui pubblicata. Se, quindi, Kasch è il dito che indica la Luna - e l'intero opus generato è il percorso tra il dito e la Luna - questo Libro è la Luna stessa, nel disperato tentativo di capire «cosa vi accade» da un punto di vista che non si lasci influenzare dagli altri punti di vista.
Sin dai primi capitoli, che trascendono dall'analisi biblica, sono protagonisti Iahvé (ben oltre il suo simbolo religioso) e il suo complesso rapporto con la futura Israele: dall'imposizione di un re iniziale - che di fatto trasforma gli ebrei da popolo sacerdotale a un regno (con tutti le contraddizioni del caso), al concetto di popolo "eletto" - dove quell'eletto è in relazione al saper «far procedere le storie e la Storia».
Dal "peccato" del censimento ai tempi di David - che di fatto espone i viventi anche al male, all'autentica soggezione provata nei confronti della sapienza degli egizi. Dalle incredibili similitudini con l'India vedica, all'idea di libero arbitrio che tale in realtà non è.
Dal fatto che Iahvé abbia scelto un popolo minuscolo per una gigantesca opera di espansione religiosa prim'ancora che militare, all'idea che la parola "ebreo" non delimiti solo i figli d'Israele. E che dire della potenza simbolica della circoncisione? Circoncisione che però è anche limite al piacere sessuale... E che dire dell'assenza di Giobbe, più che della sua presunta pazienza?
Incredibili, poi, sono le ri-letture di alcuni temi biblici così potenti: l'idea del figlio primogenito come ripetizione del rapporto tra Iahvé e il suo popolo; il peso specifico della Pesaḥ (la futura Pasqua, insomma); il vero significato dell'Esodo o del vitello d'oro o delle proverbiali tavole della Legge; il triste destino di Mosè, che a un'attenta lettura può non essere considerato ebreo ma egiziano!
E qui si apre il primo dei due capitoli che apparentemente escono fuori dalla base di questo saggio: una digressione su Freud e la sua visione di simbolico cannibalismo paterno, che in un suo saggio mira proprio a minare le basi dei postulati ebraici. La figura di Mosè viene dilaniata e riproposta in una versione che nulla ha a che vedere con la tradizione d'Israele. A questo si aggiunge l'idea che non sia stato il popolo ebraico il primo a forgiare il metallo del monoteismo. 
Il secondo dei capitoli fuori dal sentiero di questo testo fa cenno all'undicesimo pannello, che inizierò a leggere tra qualche giorno.
Il saggio chiude con l'inizio della Bibbia e la sua naturale conclusione nell'idea di Messia come necessità antropologica prim'ancora che cristiana.
Calasso, insomma, ha dato l'ennesima prova della sua capacità di mettere in dubbio, di destrutturare, di risvegliare l'anima, ma senza lasciare macerie al suo passaggio o addirittura idee di plastica o convenienti: l'autore obbliga il lettore stesso a rivedere ogni possibile forma di conoscenza, non importa da quale prospettiva.



18 gennaio 2015

Exodus, quali dèi e quali re

Onestamente, mi aspettavo qualcosa di noiosetto. Invece, questa ennesima fatica di Ridley Scott scorre che è un piacere: a tratti quasi diverte; in alcuni momenti, poi, fornisce addirittura limpidi spunti di riflessione. Certo, non è il migliore Scott: se però vi state annoiando, potete pur sempre gustarvi l'eccellente scelta delle inquadrature, una mirabile lezione di fotografia.
Checché se ne dica, la sceneggiatura non rincorre il modello del Gladiatore, anzi. Sicuramente, e però, i dialoghi profondi sono rari e radi, sin troppo diluiti da una bellissima scenografia deliziosamente ridondante, da (necessari) effetti comunque strabilianti, da un doppiaggio incoerente (si passa dal bravo Giannini all'irritante Lorenzo D'Agata).
Peccato doppiamente, perché qua e là si respira l'intento di restituirci l'idea di un Ramses più umano e interessante del solito, un Mosè presuntuoso e nevrotico (Bale, poi, non sembra al meglio), un Malek arrogante e violento (mirabile l'idea di rappresentarlo come un insolente moccioso).
Sicuramente si anche è condizionati dal fatto che si conosce sin troppo bene la trama (o comunque le sue parti più favolistiche): a furia di pensare "vediamo come mi rappresenta questo o quest'altro", perdiamo di vista il blando tentativo di analisi psicologica.
Considerato che trovo importanti le scelte dei titoli, il fatto che questo contempli anche il sottotitolo Gods and Kings lascia pensare che Scott abbia voluto giocare cou un (bel) po' di significati: visto che il faraone era considerato sia re che dio, considerato anche che il dio ebraico è a sua volta un re, il gioco del plurale sta tutto nel voler capovolgere significanti e significato. E se questa è una facile speculazione ontologica, non lo è la semplice domanda: che razza di dio uccide i bambini? Cui dobbiamo aggiungere: che razza di dio ignora il suo popolo per poi farsi vivo solo dopo 400 anni?
Per i più curiosi, vengono rappresentate otto delle dieci piaghe: le tenebre, infatti, sono quasi accennate; l'arrivo di zanzare e mosche avviene contemporaneamente. A tutte Scott fornisce una più che plausibile spiegazione scientifica, tranne che sulla morte dei primogeniti: per restare nella laica coerenza, forse sarebbe bastato ricordare che i nobili egiziani si sposavano tra fratelli con una certa frequenza, che facilitava tare e problemi genetici di ogni tipo. 
Anche se non siamo esperti di cose egizie, ci sono almeno tre incongruenze eclatanti che saltano subito all'occhio: la camminata del primo Mosè, quello "egiziano" per intenderci, troppo in stile cowboy; la confidenza che in troppi si prendono quando parlano con Ramses; il gesto da marine dell'attendente di Ramses quando gli indica il precipizio (si porta indice e medio verso gli occhi e poi indica il pericolo, manco fosse un agente dellFBI).
Un po' dispersiva la musica di Alberto Iglesias, che peraltro nel leit-motiv che accompagna le intemperanze di Malek ha imitato il Parsifal wagneriano: nel caso di una storia ebraica, non mi è sembrata una scelta proprio felice.


15 gennaio 2015

pensieri sparsi intorno a Charlie Hebdo (io, che non so il francese)

Durante la manifestazione di Parigi, erano presenti Neta­nyahu, Abu Mazen, il Re di Giordania, il Presidente del Mali, il Califfo del Qatar... i premier turco, tunisino, georgiano, bulgaro, greco, sloveno, polacco... i ministri degli esteri egiziano, russo, algerino, del Bahrain... l'ambasciatore saudita in Francia... tutti rappresentanti di paesi con serie difficoltà ad accettare le più banali regole democratiche.
Erano comunque Charlie Hebdo?
Ebbene, se eravamo tutti Charlie Hebdo, come avrebbe reagito la nostra Italia alla pubblicazione della vignetta qui a fianco? 
Il Comune di Manfredonia ha organizzato un concorso per vignette satiriche intitolato - guarda un po' - Je Suis Charlie; l'unica discriminante è che non saranno accettate vignette che offendano il decoro pubblico e la religione.
Va bene, la religione va rispettata. Ma quale, una, due o tutte? E, soprattutto: quanto laicamente?
Insomma, a me viene in mente il giornalista robottino che ogni volta che un arabo fa anche e solo una scoreggia, prende il suo bel microfono e va sotto una Moschea chiedendo al fedele di passaggio: "ma lei si dissocia dall'arabo che ha scoreggiato? Cosa ne pensa l'Islam?".
C'è qualcosa non mi torna, insomma. Mia moglie direbbe che amo fare il "bastian contrario". Ma forse la risposta a una domanda che ancora non riesco a farmi proviene dalla battuta di una mia collega: "noi non mitragliamo chi non la pensa come noi".
Quindi, il problema sta nella violenza?
Non voglio ricordare la condizione dei gay in Italia (figuriamoci in ben altri paesi), anche se è comunque una forma di violenza.
Non voglio ricordare quanto sia difficile per una donna lavorare e avere figli contemporaneamente (per non parlare del fare carriera), anche se è comunque una forma di violenza.
Non voglio ricordare il predominio economico e culturale del Vaticano in Italia... né tantomeno - per dirne una - che gli USA hanno una moneta (e il giuramento del Presidente) esplicitamente devoti al dio cristiano.
Dimentichiamoci pure che la cultura cristiana ha massacrato le popolazioni americane. È un evento troppo lontano, ed è ridicolo ricordarlo (oddio, 80 milioni di morti... ma chissenefrega).
Dimentichiamoci pure che la cultura bianca ha umiliato gli africani, annientando le loro culture e deportandone in abbondanza (18 milioni ridotti in schiavi, 18 milioni spariti nel nulla).
Dimentichiamoci pure che la cultura europea ha anche ideato 6 milioni di ebrei gassati, etnie inventate come Hutu e Tutsi che poi si sono massacrate col nostro beneplacito, un milione di armeni uccisi, due guerre mondiali, la divisione arbitraria dell'intera Africa e di buona parte dell'Asia.
Dimentichiamoci di tutto questo, dài: altrimenti facciamo la figura delle zecche rompicoglioni e "bastian contrarie" (che poi lo sono veramente, per carità). 
La domande vera è: sul serio non è un problema con l'Islam? 
Ditemelo chiaramente, però!
Tutto il resto mi sembra una cornice di comodo, un'ipocrita e contraddittoria cornice di comodo.

08 gennaio 2015

l'unico amico di Charlie

Il 12 ottobre del 2010, quelli di Spinoza raggiungono il fondo con un post ributtante. Nel nome, cioè, della libertà di essere liberi, gettano fango e letame contro quattro dei nostri ragazzi saltati in aria su una mina del "nemico" (o comunque di quello che il governo da noi eletto democraticamente ha considerato come tale, perlomeno in quel momento).
Io scrivo le mie rimostranze, e mi becco risposte stupide e sciocche che hanno il significato che hanno. Da quel giorno, non li leggo più. Neanche si accorgeranno di aver perso un lettore, figuriamoci: però ho un cervello e una dignità, e non posso certo sprecarli nel sito di quattro deficienti.
Però: non sono entrato nel loro palazzo, non ho sparato all'impazzata contro nessuno di loro, non li ho nemmeno presi a calci nel culo come avrebbero decisamente meritato.
Perché?
Perché siamo occidentali, un paese democratico, uno Stato libero, ricco di contraddizioni e di storie perlomeno originiali, ma pur sempre dignitoso almeno nella sua essenza teorica. 
Certo, per quelli di Spinoza vale l'antica regola del Marchese del Grillo: problema loro (e dell'intelligenza di chi li legge, è ovvio). Per un paese serio e civile, invece, quello di Spinoza è il tipico sacrificio dell'intelligenza: dare spazio anche a loro, per confermarsi e confermare che la democrazia non può buttare via nulla di se stessa, neanche gli sfinteri.
Vero è che la satira si misura proprio dall'essere capace di spararla grossa senza avere bisogno di appellarsi a un diritto; se la tua parola è forte, il tuo diritto è la tua parola.
Veniamo alla strage di ieri: è vero che la memoria e il rispetto che si deve ai quattro morti di cui sopra non è dialetticamente comparabile con l'importanza ontologica della figura religiosa di Mamometto o di Allah (che poi, non dimentichiamo, per alcuni raffigurare questa figura è già considerato blasfemo); è vero anche che un conto è la sensibilità dei singoli verso i singoli, un conto il rispetto - anche e solo strategico - che si deve nei confronti di un simbolo venerato una un miliardo e mezzo di esseri umani.... ma se tu manchi di rispetto nei confronti di un morto o di un dio, sei solo un coglione. Punto.
Non è che io vengo lì e ti sparo a bruciapelo. Tutt'al più non ti compro.
Su questo, immagino, non ci piove.
Qualche derelitto dirà che sto scrivendo "se la sono cercata". Non è vero. Anzi, prima di aprire bocca, verifichi la sua copia di Lotta Continua di qualche lustro fa: scoprirà chi urlò "se l'è andata a cercare", e avrà qualche simpatica sorpresa.
Né tantomeno voglio mettermi lì a scrivere i "sì, ma" che hanno smosso certi intellettuali da strapazzo.
Però c'è qualcosa che va detto: non aggrappiamoci a delle vignette stupide e blasfeme per difendere la nostra libertà di pensiero. 
Già... perché quella satira è stata "solo" libertà di pensiero, ma non di pensare. Già... pensare significa anche capire che se tu disegni Maometto a pecorina con il buco del culo a forma di stella di David, non hai aggiunto o tolto nulla alla causa democratica né dell'Islam né del mio paese: hai dato visibilità solo alla tua volgarità, peraltro abbastanza facilotta. Punto.
Chi dimentica queste cose per scrivere stronzate come questa (è del 2006, ma è stata ribadita poco fa dall'autore stesso), o come questa, o come questa, sta solo dando spazio al proprio ego, non a un dibattito. Anzi: c'è addirittura chi twitta una sciocchezza come questa 
dimostrando una irritante malafede.
Dov'è che voglio arrivare?
Che adesso sarà più facile difendere i "valori" dell'Occidente, come faceva istericamente la superfascista Oriana Fallaci, non distinguendo diritti e doveri. 
Sarà più facile st(r)ingersi intorno al Vaticano che fino a pochi secondi fa vantava una storia di abomini e di stragi analoghi. 
Sarà più facile ricicciare l'antica idea di Europa superiore all'Islam (ricordate la gaffe di Christian Rocca che blaterò sull'inconsistenza di un'opposizione interna all'integralismo, beccandosi reprimenda da tutti... tanto che ci ha bloccati in massa?).
Sarà più facile uscirsene come il sucitato Costa, pretendendo reciprocità culturale, di obblighi culturali al femminismo, di tante altre cose, ma senza dare un'occhiata al contesto.
Credo si debba affrontare il tutto partendo da altre premesse.
Se è un problema di religione, ogni religione è un problema. Del resto, è anche nelle nostre chiese che mi sento imporre che il dio cristiano è anche mio (che sono ateo) o di un ebreo o di un islamico. E anche "loro" fanno così dalle "loro" parti.
Se è un problema di coerenza democratica, l'Italia ha qualche problema in merito: la nostra reciprocità si è dimostrata leggermente debole, mi sembra.
Se è un problema di difesa dell'identità, mi chiedo a quale identità facciamo riferimento: qui ci si ricorda di essere bianchi-cristiani-occidentali solo in queste occasioni.
Se è un problema di terrorismo, va combattuto come tale. Quindi: militarmente prima, culturalmente poi. Né in Afganistan né in Irak ci stiamo riuscendo, mi sembra.
Se è un problema di convivenza culturale, togliamoceli dai coglioni allora, nella stessa misura però in cui dobbiamo toglierci noi dai loro coglioni. Però, poi, addio libero mercato.
Se è un problema di progresso, il progresso sta nell'essere progrediti e non nel progredire. E allora un Mamometto che la prende nel culo da chissà chi, non mi sembra una prova di satira.
Se è un problema di modernità, vedrete che il popolo italico si sveglierà solo quando si sentiranno cantare i primi razzi israeliani e/o statunitensi.
Quello che voglio dire è che l'11/9 non ci ha insegnato un tubo. Dovevamo uscire da certi vortici, costruire un mondo nuovo e diverso, e invece abbiamo fatto di tutto per peggiorare la situazione.
Se devo ragionare come un giornalista snob rinchiuso nella mia torre d'avorio, provo pena e dolore senza fine per Ahmed Merabet, prima ferito e poi "giustiziato" da uno dei killer. Merabet stava proteggendo con la propria divisa un valore di cui immagino non sapesse neanche l'origine: un valore che per puro gusto della provocazione irrideva la sua stessa religione... un valore che si basava sul capovolgimento di un'antica (presunta) regola volteriana: gli altri devono morire per difendere le mie idee, che se poi mi danno fama e gloria e visibilità eterna, meglio. Del poliziotto di quartiere Merabet, però, non ne parleremo mai più.

02 gennaio 2013

#UmbriaJazz Gospel, l'allegria trasforma ogni cosa

Curioso concerto gospel, ieri pomeriggio al Duomo di Orvieto. Durante la celebrazione, i cantanti sembravano chiusi dentro la camicia di forza della polverosa liturgia di circostanza, tipica di ogni forma religiosa assolutista. Dopodiché, a funzione conclusa, annoiati angeli e irrigiditi santi si sono animati, scendendo dalle pareti tumefatte dalle mille egoistiche preghiere millenarie, per dar vita alla allegria pura. Sorrisi e serenità coloravano le pareti, sconvolgendo anche gli orvietani più sonnacchiosi. Uno spasso insomma, da vivere almeno una volta nella vita: raramente si incrociano contrasti così evidenti.
Più in generale, è stato un Umbria Jazz Winter dedicato involontariamente alle voci. Mancando un vero e proprio tema, e i consueti fondi che garantiscono almeno i canonici tre nomi di eccelleza, gli organizzatori hanno messo insieme un puzzle eterogeneo di novità o di raramente noto che hanno mantenuto una dolce sufficienza.
Poteva andar meglio, specie a livello di infrastrutture. Ma va bene così: siamo in Italia, e mantenere certe iniziative e quasi un'impresa.
All'anno prossimo, dunque...

25 settembre 2012

quando Hitchens alluse ad Huffington

Il compianto Christopher Hitchens è spesso citato a sproposito. Una volta tanto voglio divertirmi anche io in questo esercizio, riportando questo passaggio dal suo saggio La posizione della missionaria incentrato sulla terrificante figura di Madre Teresa. 
Alle pagine 30 e 31 incontriamo il passaggio segnalato. 
Buona lettura
Mentre scrivo ho sotto gli occhi anche una fotografia di Madre Teresa in piedi, gli occhi umilmente abbassati, in atteggiamento amichevole accanto a un signore noto come John-Roger. A prima vista, se la si guarda distrattamente, sembra che si trovino in un quartiere povero di Calcutta. Ma uno sguardo più attento rivela chiaramente che le figure di derelitti sullo sfondo sono state aggiunte a mo' di scenografia. La foto è un falso, così come, per inciso, è falso John-Roger. Capo del culto noto talvolta con il nome di "Insight", ma più precisamente come MSIA ("Movement of Spiritual Inner Awareness" [Movimento di Consapevolezza Spirituale Interiore], che si pronuncia "Messia"), è un impostore di calibro iperbolico. Probabilmente meglio conosciuto dal grande pubblico per il suo rapporto lucroso con Arianna Stassinopoulos-Huffington - il cui marito, Michael Huffington, spese quarantadue milioni di dollari del patrimonio ereditario personale nel tentativo fallito di aggiudicarsi un seggio al Senato in California - John-Roger ha ripetutamente sostenuto di essere, e di possedere, una "coscienza spirituale" superiore a quella di Gesù Cristo. È difficile giudicare una simile affermazione. Tuttavia, si potrebbe pensare che sia blasfema per la mentalità semplice di Madre Teresa. Eppure, eccola là, che gli tiene compagnia e gli presta il lustro del proprio nome e della propria immagine. Il MSIA, va precisato, è stato ripetutamente denunciato nero su bianco come un'organizzazione corrotta e fanatica, e - nell'elenco della Cult Awareness Network (Associazione per la difesa contro le sette. [n.d.t.]) - figura come "estremamente pericolosa". Si scopre che la fotografia contraffatta immortala un evento importantissimo: l'accettazione, da parte di Madre Teresa, di un assegno di diecimila dollari, sotto forma di Premio Integrità donato da John-Roger in persona, un uomo che era giunto a comprendere la propria divinità dopo una visionaria operazione ai reni. Senza dubbio gli apologeti di Madre Teresa avranno la difesa a portata di mano. La loro eroina è troppo innocente per scorgere la disonestà negli altri. D'altra parte diecimila dollari sono diecimila dollari e, come diceva spesso Lenin (citando Giovenale), pecunia non olet: il denaro non ha odore. Quindi, quale scelta più naturale per lei che lasciare ancora una volta Calcutta, arrivare fino a Tinseltown e condividere la sua aura con un guru che proclamava di eclissare nientemeno che il Redentore?

28 maggio 2012

questo papa così solo

Come ateo non militante (anche perché la “militanza” sarebbe una contraddizione in termini), provo una profonda pena per questo papa, perlomeno per la figura che sta uscendo dalle interviste e dalle inchieste portate avanti da Repubblica.
Non ho una grande simpatia per questo papa, né tantomeno per il precedente (di cui brutalmente si potrebbe dire che Ratzinger fosse il suo braccio ortodosso, quasi “armato” direi): però vedere che in Vaticano regnano quelle stesse piccinerie umane, quella brama di potere così prepotente, questa lontananza dalla freschezza del Vangelo e della figura di Gesù, mi fa sorridere amaramente. Mi passa la voglia di dire “l’avevo detto io”.
A me piacerebbe “sfidare” la Chiesa Cattolica in ambiti più consoni: della filosofia, della morale, dell’ingerenza continua nelle nostre umane quotidianità.
Non è divertente né rassicurante assistere, invece, a queste contraddizioni terrene e poco edificanti: ci restituisce un’idea di Chiesa in crisi di identità da più tempo di quanto non appaia, di mancanza di forza e di strategia, di disattenzione totale per il ruolo di guida spirituale che inevitabilmente ha o dovrebbe avere.
Non vorrei incorrere nell’errore sciocco e banale che in fondo è questa la vera Chiesa che un ateo si aspetta e che biasima, che brandisce una croce che non le appartiene e che strumentalizza da sin troppo tempo con i risultati che vediamo e subiamo.
Però è uno sbraco così imbarazzante, che alla fine mi viene voglia di pregare per questo uomo così solo e ridicolizzato. Non so come si prega, è ovvio, né tantomeno ne riconosco l’utilità interiore: però, e alla fine, mi sembra l’unica soluzione praticabile.
Davvero ci siamo ridotti a questo?

20 luglio 2011

un prete contro i Visitor

Negli horror e nella fantascienza i preti assumono sostanzialmente due significati diversi: o la buttano in caciara, mettendo a repentaglio con le proprie visioni chiuse una condizione fortuita raggiunta dagli altri protagonisti; oppure sono il perno per esprimere una trama escatologica, esoterica, da fine di un mondo perlomeno razionale.
Raramente ho assistito a figure clericali convincenti, tipo quello alla Gene Hackman che si vede nel Poseidon (che non appartiene ai due generi citati, ma rende l'idea).
Ebbene, nella versione postmoderna dei Visitors, c'è una figura di prete veramente fatta bene, equilibrata e convincente, umana e mai bigotta, intelligente e contraddittoria alla bisogna. Insomma, chi ha scritto quelle sceneggiature è riuscito a usare il prete della situazione in maniera veramente complessa, ma mai complicata o fine a se stessa. Tanto che alla fine è la figura di prete reale che funziona, e non quello che forzatamente gli è stata attribuita finora in troppe fiction. Tanto che di tutti i personaggi di questa nuova versione dei Visitor, è l'unica che lavora di fino, senza stereotipi o forzature.
Certo, l'intero impianto della quasi-serie traballa proprio perché troppo incentrata su personaggi canonici (a proposito: siamo tornati al 4+3 tipico delle sceneggiature standard, che Lost aveva provato a destrutturare), ma alla fine a me diverte più vedere cosa farà lui piuttosto che tutta la compagnia cantante.
Dimenticavo: JOHN MAY LIVES!

29 maggio 2011

l'albero di Malick

Premessa necessaria e sufficiente, almeno per chi viene in questo blog per la prima volta: 1 non credo nella critica interpretativa; 2 non amo il critico all’italiana (perché segue troppe convenienze extrartistiche); 3 sono convinto che un’opera non debba necessariamente "piacere"; 4 l’opera d’arte non va “capita”: può piacere o non piacere, senza sensi di colpa o timori reverenziali di sorta (e attenzione a quelli che “spiegano”: spesso parlano solo di loro stessi).
Detto ciò, se non avete visto l’Albero di Malick, forse è meglio che non andiate oltre questo secondo paragrafo. A me è piaciuto, molto (forse troppo), e quello che voglio raccontarvi sono alcuni spunti tecnici miscelati ad alcune sensazioni. Sensazioni totali, che quindi potrebbero raccontarvi qualcosa del film. Il bello è che non c’è un “come va a finire”, perché in fondo è l’inizio del film il come va a finire; sempre che di finale si debba parlare. Quindi, se volete, prendiamoci questo tè insieme; altrimenti ritornate quando (e se) l’avete visto.

Ebbene, pensate a un dolore enorme, il più devastante che abbiate mai provato. Pensateci per un solo istante, e poi chiedetevi: cosa ho provato?
Sapreste raccontarlo per sole immagini?
E quindi: che giustificazione date a quel dolore così immenso? Di conseguenza: perché dio, o chi per lui, permette la sofferenza? Qui dovrebbe scattare in piedi il filosofo esperto per parlare di teodicea (e del resto, Malick cita esplicitamente il Libro di Giobbe), di Leibniz e di Boyle; allora tutti a casa, a chiedersi perché bisogna scomodare tanta sapienza per giustificare una morte ingiustificabile; oppure: perché bisogna “sapere” tutte queste cose per “entrare” nel film.
Alla seconda parte ho già risposto implicitamente nella premessa: non è necessario conoscere il dietro le quinte di un pensiero che “genera” arte; però, in questo caso, può essere utile e “divertente”. Alla prima parte, rispondo con una domanda: è necessaria la sofferenza per capire quanto vale la vita? O meglio: perché dio, o chi per lui, ci fa soffrire, e di una sofferenza così totale quale sola può sgorgare dalla morte di un figlio?
Per come viene comunemente e “visivamente” proposta, la sofferenza è una landa desolata e oscura, e la musica che la accompagna sarebbe dolente e devastante. E, invece, Malick propone un’operazione opposta: ci mette dolcemente di fronte alla magnificenza del Creato (atea o religiosa, poco importa), e la celebra con sontuose e bellissime inquadrature in cui la recitazione e la cinematografia vengono quasi messe via (per quanto non sia necessario un canone per stabilirne i limiti, no?). Eppure a recitare sono proprio le sensazioni assolute, quelle che mai ci potremmo aspettare nella descrizione di un dolore; sensazioni nostre, e che ci avvolgono lungo tutta la seconda parte della proiezione.
Va detto: ci sono momenti visivi che (banalizzo, eh) magari potrebbero ricordare 2001; ma non è così semplice: se qualcuno fa intravedere un pianeta, non è che va subito accomunato a Kubrick o a Piero Angela; è il contesto del film che conta.
Malick, quindi, esplora il Creato, l’Universo degli albori che non ci sono più, oppure (e anche) quegli albori che ancora oggi si manifestano in tutta la loro modernità (vulcani, acque, lo spazio), e li racconta con una fotografia titanica, una regia che osserva, e una serie impressionante di bellissime “cose” che ci circondano e che in genere ci accompagnano nella nostra esistenza, senza che ce ne accorgiamo.
Ma poi, e alla fine, sono proprio queste “cose” che ci suggeriscono quanto possa essere comunque lenita la morte di un figlio, quanto cioè tutto quello che stiamo passando di doloroso sia invece così nulla di fronte al Tutto. Malick sembra costringere lo spettatore a chiedersi: quali sono gli esatti confini del mio lutto, del mio mondo insomma, dinanzi al Mondo vero e proprio?
Ammettiamolo, quando cediamo a questo tipo di domande (che cinematograficamente sarebbero “furbe” e efficaci), la cultura bianca e occidentale si ferma attonita e soffoca, rassegnandosi. Haivoglia, quindi, a film dolenti e dolorosi che tanto piacciono al borghese medio. E, invece, Malick non indugia nella rassegnazione: non apre cioè il film, raccontandoci in maniera aulica cosa era la vita del bimbo prima che morisse; invece, ci butta subito addosso il sentimento del dolore (e che chiunque altro avrebbe messo nel finale). Ci costringe a fare i conti col sentimento puro e con la sensazione di totale perdizione, e anche con la futilità di tutto questo (che poi, forse, può anche essere letta con la granitica resistenza della mamma che vuole superare il buio grazie anche alla fede).
Finita questa prima parte così sospesa, solo dopo Malick ci racconta la breve vita del fanciullo; genuinamente, per quella che è stata (e che in tutto il film si dipana a sprazzi di raffinati colpi di pennello, fino al grandissimo finale): una vita vissuta, con un padre autoritario (un Brad Pitt ripreso spesso di quinta, o comunque di profilo), con una madre dolce e delicata (e di una sensuale maternità, sempre casta e sempre ai giusti confini del ruolo), e con un fratello maggiore di rara bellezza spirituale (chi lo interpreta, ha il privilegio di ricordare somaticamente il perfetto Caviezel della Sottile linea rossa).
Insomma, Malick ha capovolto la tipica sintassi filmica: prima ha rappresentato il dolore (quindi, non un dolore entro cui ci si possa immedesimare; tanto che lo spettatore non lo proverà all'istante); poi, ha ipotizzato la dimensione esatta di questo dolore di fronte all’assoluto; infine, ha pennellato il breve vivere del nostro protagonista, aggiungendo una conclusione finale che meriterebbe caterve di libri, di scritti, di impressioni, per quanto lasci aperte mille porte interpretative e suggestive, tutte pertinenti, tutte logiche. E il bello è che di fronte a tutto questo, finalmente ti commuovi; tutto quello che hai visto prima si era sedimentato in un cantuccio del tuo animo, e adesso esplode “serenamente”. Un’operazione estetica e stilistica di rara maestria.
Certo è che Malick lavora di fino, di un’apparente lentezza, che invece io vedo più come sospensione; con delle accelerazioni, poi, che veramente fulminano anche il cuore più distratto. Come non restare coinvolti durante i giochi infantili con i genitori? Come non sentirsi esattamente a tavola con i protagonisti, quando il padre alterna rimproveri a dolcezze, o con la madre sulla quale dispone litigi e tenerezza in egual misura? Come non restare affascinati dalla lenta e genuina crescita del primogenito, che prima subisce la durezza del padre, poi si ribella, e poi quando è maturo la sa quantificare e qualificare per quello che era?
Malick sfida ogni possibile rigore di grammatica registica, usando camere a spalla là dove è necessaria un’inquadratura statica, o comunque rigorosa; mettendo (pochi) dialoghi là dove sarebbe necessario il silenzio; disponendo di fior di interpreti, senza quasi farli parlare (la voce del sacrificato Sean Penn è solo fuori campo); accennando spesso a brevissimi frame fuori contesto che però restituiscono esattamente il sentimento di quella specifica sequenza (signori, è roba da Ėjzenštejn!); scomodando un velociraptor del cretaceo che risparmia una delle sue vittime, per significare una forma di pietas basata sull’istinto (se non scappi, non sei una preda; qui qualche critico ci vede la morale americana); descrivendo la morte e la vita come un identico passaggio; presentando un ipotetico paradiso (o ritrovo di anime, di coscienze, fate voi) vicino una spiaggia desolata (ma non desolante), in cui tutto sembra fermo… ma lo spirito di chi ha vissuto tanti anni nel ricordo - nel dolore, nel rancore, nel dubbio - è cambiato, e cambiati saranno i sentimenti con cui i protagonisti si abbracceranno ormai liberi da ogni freno, emotivo, fisico e spirituale.
Se non vi vengono le lacrime in questo momento, vuol dire che il film non vi è piaciuto. Non importa: sicuramente vi commuoverete per altro. Io, invece, da quando l’ho visto non riesco a togliermelo dalla mente, tanto mi ha coinvolto nel mio io più inafferrabile.
Ho fatto cenno alla stratosferica fotografia, senza luci artificiali (ma da Malick te l’aspetti), e anche al come il nostro adori ribaltare certi canoni comuni. Ebbene, Malick applica queste due attitudini anche nella scelta delle musiche non originali, capovolgendo il significato dei brani usati, estirpandoli dalle loro originarie intenzioni compositive. E già: la morte del figlio viene accompagnata dall’incipit del Titano di Mahler, che il grande compositore scrisse pensando alla primavera (e che io ho sempre riferito alla Vienna mitteleuropea, ricca di carrozze e cavalli); Malick l’ha trasformato in un lutto.
C’è poi la Lagrimosa che Zbigniew Preisner intarsiò nel suo Requiem for a friend dedicato al compianto Kieslowski, trasformata da Malick nell’inno gioioso e riverente all’Assoluto, mantenendola ben salda tra le riprese di una Supernova in evoluzione.
E, infine, cosa c’entra la Moldava dalla Má Vlast di Smetana? Dico, in origine parla (letteralmente “parla”) di un fiume; e, invece, Malick l’ha trasformata in un folgorante inno alla giovinezza. Che nostalgia (mai vissuta, poi) vedere quei bimbi felici, rincorrersi tra loro e sbeffeggiare dolcemente i due genitori…

Per concludere, fosse questo film la vera via a un modo di intendere la religione, non avrei alcuna difficoltà ad avvicinarmi ad essa e ai suoi misteri. Fossero questi i veri cristiani, sarebbe stimolante ed avvincente intavolare discussioni e chiacchierate sul nulla e sul tutto.
Malick ha fatto una straordinaria operazione, in cui alla fine ci si sente vuoti e impreparati ad affrontare le luci della sala appena accese. Malick ci ha indicato una strada che ha bisogno di una profonda coscienza; e la coscienza, si sa, è una infallibile amica.

20 marzo 2011

laicismo è esplorare

Il principio del pensare e quello del pensiero sono due entità totalmente opposte, quasi inconciliabili. Pensare è un gesto, un modo di muoversi, di sperimentare, di ambire a qualcosa di lontano ed inavvicinabile, che in fondo non verrà mai raggiunto, ma che proprio nel gesto del pensare diventa qualcosa di possibile.
Il pensiero, invece, è statico: esprime cioè se stesso, e quello che vuole significare. Il momento stesso che si decide di esprimere il pensare attraverso un pensiero, già gli si è fatto un torto, proprio perché il pensiero è un sedersi, un ragionare su quello che si è raggiunto, non tenendo però conto dell’orizzonte che si ha di fronte, ma della materia su cui ci si siede.
Il pensare è sperimentazione, il pensiero è un collaudo definitivo.
Il pensare è radice dell’essere umano, il pensiero è rassegnazione alla propria fisicità.
Pensare è essenza, pensiero è sostanza.
La grande differenza tra una società libera e una società democratica, è che nella prima si incentiva il pensare, nella seconda si invoca il pensiero, libero ovviamente, perché se non fosse libero, sarebbe un pensare. Paradossale ma sensato: un pensare non ha bisogno di essere definito “libero”, perché già lo è. Se, invece un pensiero sente la necessità di rafforzare il suo status con l’aggettivo “libero”, è perché sa già di non esserlo.
L’enorme differenza tra una civiltà come la nostra e quella veramente libera è che noi abbiamo bisogno di dirci continuamente quello che siamo; quella libera, no.


13 gennaio 2011

hereafter, perché io il cappello me lo tengo

L'argomento non è poi così spinoso: o si crede agli asini che volano, o si crede alle cose concrete; la via di mezzo si chiama religione, che allontana il mondo dei morti con sgradevoli ricatti che iniziano appena siamo nati.
Fatto sta che Eastwood è uomo pratico, pragmatico e anche (molto) laicamente spirituale, e ha buttato dentro a questo film (potenzialmente incline alle ridicolitudini) qualcosa di diverso dall'ovvio, riuscendo a far dimenticare certe ingenuità stilistiche e anche una certa fretta nel non incorrere nella frettolosità (quando vedrete il film, capirete cosa intendo).
Insomma, Hereafter è un film straordinario, leggero e potente, dolce e elegante; privo forse di quella maschia potenza che avevo ammirato nell'ottimo Gran Torino, ma pur sempre film da riporre tra le pieghe della nostra memoria migliore, per conservarne a lungo languori e sensazioni.
Un film in cui Eastwood non gioca con il suo essere vicino a una possibile fine (effettivamente lo è... a 80 anni suonati) come blaterano certi critici frettolosi e menagrami; semmai si diverte a dirci quanto possa essere unica una vita vissuta con coraggio e dedizione, con volontà e coerenza, con sorriso e determinazione.
Hereafter è un film sospeso... che va rigorosamente visto in lingua originale (ci sono i sottotitoli, a volte però su campo bianco - complimenti!), per assaporare meglio le intensità recitative, come anche le differenze tra americani, inglesi, francesi e i loro modi di esprimere sentimenti così comuni ma così individuali.
Un film che evita tutte le scempiaggini del caso, da contemplare in compagnia di pochi fortunati, con il solo rumore del proiettore, e la luce dell'uscita d'emergenza che ci ricorda che alla fine torneremo alla realtà. Purtroppo, forse. Ma sicuramente pieni di qualcosa di nuovo.

04 novembre 2010

sugli uomini e sugli dei

Pure sulle semplici traduzioni dei titoli dei film il Vaticano riesce a imporsi, e magari senza neanche aver mosso un dito.
Il titolo originale di questo film dice esattamente l'opposto della furbata ben poco implicita contenuta nella sua traduzione italiana: qui non si parla di "Uomini di dio", ma "Sugli uomini e sugli dei", che è cosa più complessa, più evoluta, più filosofica, e soprattutto... laica, nel senso greco del termine. E l'apologo finale di padre Christian sta lì tutto a dimostrarcelo, porca paletta!
Non credo che sia un grande film, ma un film che può contribuire ad un dibattito sereno e civile, dove però sarebbe impossibile non trovarsi d'accordo perlomeno su un punto: ogni forma di religione, anche la più civile possibile, è un atto di imposizione. Che poi uno la condivida o no, è un'altra cosa; l'importante è che non costringa gli altri a quella condivisione.
Ed è forse questa la chiave dell'ottima sequenza in cui Christian e il "terrorista" si incontrano la prima volta.
Più in generale, chi ha sceneggiato questo film sembra consapevole della minaccia della moltitudine di ovvietà che avrebbe potuto incontrare, tanto che il pathos si apre timidamente - e quasi da solo, senza spintarella - solo dopo la sequenza dell'elicottero. Tant'è che ne consiglio una visione distaccata, altrimenti la lentezza iniziale potrebbe risultare addirittura snervante.
Per il resto, grandi attori, fotografia discreta, una regia un po' distratta, un'ottima scelta dei brani religiosi (ti aspetti che arrivi da un momento all'altro il sassofono di Jan Garbarek), e... poca retorica. Vivaddio, è il caso di dire.


18 maggio 2010

chi l'ha scritto?


La “predicazione politica” della Chiesa, dunque, è in larghissima parte centrata sulla morale della vita, della sessualità e del matrimonio e non su virtù – l’onestà, la dedizione, la sincerità, il rispetto, la dignità, il lavoro, l’impegno – che attengono alla dimensione comune della vita e delle relazioni sociali. Se nelle questioni dell’etica pubblica i valori morali, anzi questi specifici valori morali non negoziabili, sono considerati come le vere e indispensabili virtù civili è inevitabile che la “questione antropologica” diventi non solo il principale, ma di fatto l’unico tema qualificante dell’impegno politico dei cattolici. Il risultato è quello di svalutare altre forme di impegno, per cui appare “più cristiano” il politico che si oppone al divorzio breve o al riconoscimento delle unioni gay di chi vive con coerenza di esempio e di testimonianza la propria fede. Sembra diventato più cristiano opporsi ai Pacs che non rubare, non mentire, non mancare ai doveri di giustizia. Da oltre Tevere suscitano più parole di riprovazione e di scandalo i politici che “attentano alla famiglia indissolubile fondata sul matrimonio” di quelli che degradano la vita pubblica fino ai confini - e spesso oltre i confini - del malaffare. Così la Chiesa, ”agenzia morale” per eccellenza nella società italiana, abdica al suo ruolo da protagonista per la crescita di un’etica civile, rispettata e condivisa, volta al bene comune.
[...]
L’occidente libero e liberale ha certo le sue radici culturali e storiche anche nel cristianesimo e nella sua idea di libertà e dignità umana, ma sarebbe storicamente infondato sostenere che quando la società europea si è mossa in direzioni diverse da quelle suggerite e imposte dal Magistero abbia indebolito la propria identità e la propria capacità di coesione e di inclusione. A 150 anni dall’Unità d’Italia, è perfino inutile ricordare che sulle tesi del Sillabo è stata la Chiesa a dovere ricredersi ed emendarsi. Se poi parliamo dell’Occidente libero di oggi – e non di quello delle guerre di religione, dell’inquisizione, della colonizzazione, e della violenza politica totalitaria – penso che esso viva il tempo migliore per la promozione umana e per la libertà cristiana, molto più di quello in cui il “potere” era cristiano e dunque gli individui non erano davvero liberi di esserlo. Per questa libertà e non per la sua immoralità l’Occidente è nel mirino del fanatismo religioso islamista.

Credo che sia fuorviante affermare che divorzio, aborto legale, coppie gay o fecondazione eterologa siano una degenerazione destinata a far perdere di identità, di unità e di forza la società italiana più che l’illegalità diffusa o la mancanza di un sentimento comune di appartenenza civile alla Repubblica, del cui destino siamo tutti artefici.

Nessuna persona libera e ragionevole chiederà mai alla Chiesa, di rinunciare al suo messaggio, alla predicazione, al proselitismo, ma questo uso dei temi bioetici e della morale sessuale possono al più nutrire il neo-confessionalismo politico, non divenire la comune frontiera della moralità civile del Paese.

Peraltro, appare sempre più evidente che la partita dei “valori non negoziabili” si gioca ormai pressoché interamente sul piano politico-legislativo e non su quello pastorale, come se la Chiesa, prendendo atto della sempre più evidente “disobbedienza cristiana” ai principi della morale sessuale e familiare, considerasse necessario ricorrere alla forza cogente della legge per surrogare la scarsa forza persuasiva della predicazione.


Benedetto Della Vedova, uno del Pdl

16 dicembre 2009

ateismo è libertà

Mi sfugge come sia sfuggito il 10 dicembre scorso il lungo intervento di Vito Mancuso su Repubblica. Scritto a ridosso di un convegno internazionale promosso dal Progetto Culturale della Cei con il patrocinio del Comune di Roma, ripassa la lezione del difficile rapporto che la Chiesa ha con il progresso.
Tra le premesse della lunga prolusione, il compagno di libri di Augias scrive:
La sfida della postmodernità alla fede in Dio non è più l'ateismo materialista. Tale era l'impresa della modernità, caratterizzata dal porre l'assoluto nello stato-partito o nel positivismo scientista, ma questi ideali sono crollati e oggi gli uomini sono sempre più lontani dall'ateismo teoreticamente impegnato. Gli odierni alfieri dell'ateismo vogliono distruggere la religione proprio mentre si connota il presente come "rivincita di Dio", anzi la vogliono distruggere proprio perché ne percepiscono il ritorno, ma i loro stessi libri anti-religiosi, trattando a piene mani di religione, finiscono per alimentare la rivincita di Dio.
Non immaginavo si potessero scrivere tante sciocchezze in così poche righe, credetemi.
Andiamo per brevi punti:
  • confondere l'ateismo materialista tipico del sovietismo con le ragioni di chi non crede in dio, è un'operazione furba e maliziosa, che relega le antiche motivazioni degli atei solo dentro al ristretto fulcro della dittatura stalinista
  • confondere la modernità con l'afflato negativo del sovietismo materialista è un'altra scorrettezza dialettica e storica. Ateismo e stalinismo e modernità si saranno pure incontrati, ma ridurre tutti e tre nella stessa stanza, in spazi storici limitati e limitanti, è addirittura ipocrita
  • a latere: modernità e modernismo (brechtianamente parlando) sono due cose diverse. La confusione di Mancuso è sinonimo o di povertà di argomenti o di scorrettezza in nuce, voluta e ricercata (e quindi dialetticamente o giornalisticamente immorale, fate voi)
  • l'"ateismo teoricamente impegnato" NON è l'ateismo vero e proprio che il signor Mancuso butta in caciara alla grande. L'ateismo se è "impegnato" non può essere ateismo, perché l'ateo non si impegna ad imporre niente a nessuno, e vuole/pretende/ha-diritto che anche le religioni facciano lo stesso (cioè che non entrino nelle nostre case a giudicarci di continuo)
  • "Impegnarsi" significherebbe, insomma, il voler stabilire dei parametri di idoneità e priorità morale che l'ateo non può praticare: sconfesserebbe il suo non voler vivere sotto credenze (o non credenze) e di conseguenza il suo non volerle imporre
  • "Gli odierni alfieri dell'ateismo" NON vogliono "distruggere la religione", caro il nostro Mancuso. La religione è cosa nobile e rispettabile: il cattolicesimo, invece, è un'ipocrisia che di religioso ha ben poco, anzi (e di popoli ne ha distrutti, haivoglia)
  • e comunque l'ateo non vuole neanche "distruggere" il cattolicesimo. Riportiamo l'Italia ai tempi sociali di Federico II, e Mancuso vedrà come sia possibile una civile convivenza tra le varie religioni, e anche con atei, sufisti e agnostici. L'ateismo è una scelta privata come privata dovrebbe essere la scelta religiosa. Solo che i religiosi s'impongono al mondo; gli atei non fanno nient'altro che difendere i propri spazi (peraltro in ordine sparso e senza fare i furbetti con l'otto per mille dei cittadini)
  • questa religione cattolica non è certo la "rivincita di dio", anzi: la chiesa è in crisi, il Vaticano è in crisi. Non solo per questioni pedofile (che sarebbe facile tirare in ballo), ma per un'incongruenza visibilissima tra ciò che esiste e ciò che dovrebbe esistere: in mezzo c'è un papa troppo dotto per capire la quotidianità, troppo chiuso per saperla interpretare, troppo arrogante per capire che sarebbe ora di dare spazio alle diversità (non solo quelle omosessuali, s'intende)
  • e se Mancuso vuole vedere invece tra i soli credenti la presunta "rivincita di dio", sbaglia della grossa: politicamente, eticamente e geopoliticamente i paesi con il più alto tasso di credenti dichiarati, sono anche i più retrogadi scientificamente, socialmente e legislativamente... e poco attenti alla moralità (vere e necessarie, s'intende) dei propri governanti
  • gli atei vorrebbero "distruggere la rivincita di dio" proprio perché ne percepiscono il ritorno? E quando mai! L'ateo spera anche nella spiritualità e nella religione, perché l'ateismo è una forma di sperimentazione continua, di viaggiare infinito, di porsi continuamente dubbi, di approfondire ogni singolo atomo delle cose esistenti e di quelle che potranno esistere. Più religiosità c'è nel mondo, e più sarà possibile frequentare i cuori e le menti di chi non conosciamo; più invece i granitici monoteismi continueranno la loro strada verso l'arroganza e la protervia, e con più facilità la povertà spirituale spargerà il proprio sale tra le menti delle persone
  • i "libri anti-religiosi, trattando a piene mani di religione, finiscono per alimentare la rivincita di dio"?!? Vorrei scomodare Bombolo, se premettete (tanto è la profondità dell'argomentare di Mancuso): se mi documento me meni, se non mi documento mi meni; allora menami e la facciamo finita. La prima sciocchezza che mi dicono le persone quando scoprono che sono ateo è "prima devi leggere la Bibbia; poi dopo puoi dire di essere ateo". Al che ci si chiede se loro l'abbiano già fatto... In realtà a me sembra che i libri usciti in questi anni non abbiamo mai attaccato la religione ma gli abusi e l'arroganza del Vaticano (c'è un libretto sui rapporti tra Mafia e chiesa, tra Nazismo e chiesa, tra speculazioni finanziarie (e non solo) e chiesa, tra Berlusconi e chiesa). La domanda è: dov'è l'"attacco" alla religione? Dov'è la "rivincita di dio"? Eppoi: quantunque e qualora fossero veri i deliri di Mancuso, se dio è forte, se una religione è forte, se i suoi credenti sono forti, perché scomodarsi a denunciare un attacco che non potrebbe sortire effetto alcuno? 
  • al di là di queste considerazioni, Mancuso crede che parlare di qualcosa significhi attribuirle una "rivincita"? E allora gli ebrei che parlano della Shoah fanno "rivincere" Hitler? Ma che razza di argomentazioni di partenza usa, signor Mancuso?
Il resto del testo lo trovate qui. Vivaddio (è il caso di dirlo) ci sono meno fesserie di queste di partenza. Ma se questa è la profondità delle persone che devono parlare di fede e ateismo, siamo veramente messi male. Certo, c'è il citato equivoco che per farlo bisogna esserne competenti. Due allora sono le considerazioni: Mancuso non conosce l'"altra sponda"; l'"altra sponda" sa perfettamente che la stretta competenza, il teologismo bibliotecario, la polverosità della dottrina, non hanno lo stesso sapore delle strade e delle genti.
A volte le istruzioni pr l'uso della spiritualità sono così strumentalmente complesse e complicate, che viene voglia di ridere in chiesa durante la funzione.
Ancora una volta Repubblica ha dato fiato a chi poteva dire la sua: avessi scritto io certe cose, o voi, Ezio Mauro ci avrebbe sbattuto la porta in faccia.
E se dio esistesse, in questo preciso istante farebbe saltare la corrente per qualche minuto a casa di Vito Mancuso. Così s'impara.

26 novembre 2008

l'eretico

Ieri pomeriggio ho avuto l'ardire di seguire i consigli di Cucù Silvio, consumando 240 euro nell'acquisto di un iPod da 120 giga. È vero, professo il Lato Oscuro della Forza affidandomi a Windows, Job mi sta sulle scatole, il suo culto ancor più, ma l'iPod è meglio degli altri lettori mp3.
Cerco di metter ordine nella mia musiteca e ti becco questo pezzo di Morgan/Bluvertigo che non ricordavo più.
I testi fanno impressione, il brano pure.


Solo perchè non credo al mito del casto voto eterno, anzi
desidero ingozzarmi con il seme del peccato
Cristo a voi non appartiene lui, era troppo santo
quella notte insieme a voi con i chiodi in mano c'ero anch'io
E allora basta con giovani porci
rossi in faccia neri in testa, ricchi in tasca
Basta con giovani porci
rossi in faccia neri in testa, sporchi e basta
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo
Solo perchè non mi professo detentore di chissà quale verità
Ma non per questo sono vuoto o privo di morale
Ho principi molto saldi, non prego per dolore
E' molto comodo invocarlo solo quando ci fa soffrire
E allora basta con giovani porci
rossi in faccia neri in testa, ricchi in tasca
Basta con giovani porci
rossi in faccia neri in testa, sporchi e basta
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo
Ah, io, l'epicureo
Ah, io, l'epicureo
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo

05 agosto 2008

5 agosto 1735

L'Indice dei libri proibiti è stato istituto dal VaticanChiesa nel 1559 ed è rimasto in vigore fino al 1966 (curiosamente è l'anno della mia nascita); in questo elenco ufficiale di pubblicazioni ritenute contrarie alla fede o alla morale cattolica è presente il meglio del pensiero della storia dell'umanità.
Vi chiedete come sia possibile che per 400 e rotti il VaticanChiesa abbia perpetuato questo ostracismo chiuso e bieco... be', ne ha impiegati solo 350 per rivedere il processo che condannò quel povero cristo di Galileo Galilei.
Naturalmente ancora nessuno ha chiesto perlomeno scusa per l'omicidio di Giordano Bruno.
Rincuoriamoci comunque: il 5 agosto 1735 viene ricordata come la Giornata dell'indipendenza dei giornali. In questo giorno, infatti, fu assolto l'editore americano Johan Peter Zenger dall'accusa di pubblicazione di scritti sediziosi e diffamanti nei confronti di un governatore.
Pochi anni dopo, nel 1789, verrà sancita strutturalmente la libertà di parola con la Dichiarazione della libertà dell'uomo.


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24 luglio 2008

archives:
6 6 6
is no longer alone

L'avevo promesso: questo è il post numero 666. Parlare di Anticristo dopo aver subito il Lodo Alfano sarebbe cosa quasi ridicola, proprio perché ovvia.
Avrei voluto parlare magari di un episodio sconcertante che ha visto mia moglie come spettatrice, ma ve lo rimando a lunedì.
Bisogna strappare un sorriso dalle nostre facce così disintegrate dalla meraviglia per come si continui a crollare verso il basso, e dal disprezzo per quanta gente adori distruggere quel poco che è rimasto di quest'Italia sciatta e cialtrona.
Siamo soli, veramente soli. Non c'è un faro, un riferimento, neanche uno stronzo cui fare affidamento.
E allora, per oggi, giusto per oggi, leggetevi questa stupidata
La tentazione era tanta e non potevo esimermi dal dedicare un post a questo giorno irripetibile.
Intendiamoci: mi divertono un mondo gli esoterismi, le commistioni, il simbolismo... son tutti aspetti dell'essere umano che lo rendono veramente unico e irripetibile.
Eppoi i numeri religiosi e apocrifi mi appartengono totalmente. Sono nato il 12, numero complessissimo già di sé... la cui somma è 3 (aridanghete).
Il mio mese è luglio, chiaro riferimento alla stirpe Julia, di divina discendenza (seguendo certe cose di Virgilio e dintorni).
Il mese di Luglio viene anche espresso con il 7, altro numero stracolmo di simbolismi. In più, la stilizzazione del mio segno zodiacale son due 6 capovolti e combacianti.
E, guarda caso, il mio anno di nascita è il 1966. Quel 9 vicino ai due 6 è un miracolo di riferimenti.
Il giorno in cui venni estroflesso era un mercoledì, dedicato a Mercurio (scusate la modestia)... se poi ho sbagliato, poteva essere un martedì, che non sarebbe così malvagio.
Il luogo del parto era a tre isolati (3) dalla Piramide Cestia, qui a Roma, a pochi metri anche dal cimitero acattolico. Son vissuto dietro Borgo Pio, in uno dei luoghi più esoterici di Roma.
A 12 anni mi son trasferito dietro la Basilica di San Clemente, nota per avere sotto il pavimento testimonianze di Roma, con ben 7 stratificazioni differenti, ben intellegibili (almeno per gli esperti) e considerata punto nodale per alcuni teorici della Magia Bianca.
Il mio cognome è considerato di origine ebraica, e fa riferimento al lupo ancestrale come anche a un tipo di acacia particolarmente robusto.
Sto giocando, è ovvio. Oltretutto non credo nei segni zodiacali e in tutte queste cose; in realtà ancora oggi sto malissimo se penso che il mio eroe preferito, Corto Maltese, è nato due giorni prima di me. A saperlo, avrei fatto di tutto per nascere prima.
E come dimenticare le palate di film dedicati al genere? L'esorcista tra tutti. La colonna sonora è un simbolo nel simbolo. L'incipit è ripreso da Tubular bells dall'esordiente Mike Oldfield (la cui copertina rimanda al segno della doppia feritilità), che regalò palate di soldi alla nascitura Virgin (cioè "vergine", opposta - appunto - al subliminale della copertina), un'etichetta discografica che oggi te la ritrovi pure come cola scipita. Il resto della musica fu strappata dai leggii di grandi compositori (presenti o passati) come Anton Webern, Krzysztof Penderecki e Hans Werner Henze. Sulle biografie di alcuni di questi pendono aneddoti ai limiti del naturale.
E una copia della statua cattivissima che s'intravede nel film me la son ritrovata davanti nel Pergamon Museum di Berlino. Ebbene: è l'unica foto che non è venuta... chissà perché.
Più in generale, il tema è così affascinante che ho trovato mucchi alti così di siti, blog, riferimenti più o meno accademici.
Per concludere, il titolo del post rimanda a un verso della bellissima Supper's ready dei Genesis di Peter Gabriel. Anche qui un riferimento personalissimo. Quando ere fa stavo risalendo il Rio delle Amazzoni, mentre la barca si muoveva lentamente, vidi spiccar dal nulla sette arbusti alti e grossi, leggermente piegati dal vento. Mi ricordavano un altro passaggio di questa lunghissima suite: Six saintly shrouded men move across the lawn slowly, The seventh walks in front with a cross held high in hand...
Se guardate bene la copertina, poco sotto la G di Genesis, li troverete quatti quatti che camminano verso chissà quali lidi.

ps perdonate se son stato così fasullo dal forzare anche l'ora di questo post